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VENEZIA. “Sono qui con i capelli bianchi e con indosso un tailleur che prima non portavo, segno del passare del tempo”, dice di sfuggita, tra una risposta e un’altra, il regista spagnolo Pedro Almodóvar che, per il suo 70esimo compleanno il prossimo 25 settembre, riceve il Leone alla carriera. Oltre 20 i lungometraggi, insieme a una quindicina di corti, un ricco percorso artistico cominciato nell’agonizzante Spagna franchista. Dal goliardico e provocatorio esordio di Pepi. Luci e le altre ragazze del mucchio (1980) all’ultimo malinconico autoritratto, quasi un testamento, Dolor y gloria presentato all’ultimo Festival di Cannes che ancora una volta gli ha negato l’agognata Palma d’Oro e lo ha ‘risarcito’ con il Premio al miglior attore ad Antonio Banderas. “Il titolo del film riassume due parole delle quali ho un certo pudore parlare. Non voglio né lamentarmi del dolore e non mi piace vantarmi della gloria”. A Venezia Almodóvar c’è stato due volte vincendo nel 2008 un’Osella d’oro per la sceneggiatura di Donne sull’orlo di una crisi di nervi. Non l’ha deluso l’America che nel 2000 gli ha riservato l’Oscar come Miglior film straniero per Tutto su mia madre.

Il ministro per i Beni Culturali Alberto Bonisoli ha partecipato alla cerimonia di consegna del Leone al regista spagnolo, e su Facebook ha scritto che si tratta di "un riconoscimento meritato per un regista che ha saputo interpretare i cambiamenti della nostra epoca e raccontarli con un punto di vista originale".

Come andò la prima volta alla Mostra di Venezia?

Il mio esordio risale al 1983 con Entre tinieblas (L’indiscreto fascino del peccato, ndr.). Un miracolo che il mio film venne selezionato per la sezione Mezzogiorno/Mezzanotte, perché il direttore della Mostra all’epoca era il democristiano Gian Luigi Rondi, a cui il film parve osceno. Per mia fortuna queste discussioni con Rondi sono finite per diventare di dominio pubblico grazie alla stampa e a quel punto il film non poteva più essere tolto dal programma. Si è creata empatia con il mio lavoro e la vicenda mi ha lasciato alla fine un buon ricordo della Mostra.

E’ poi tornato a Venezia?

Nel 1988 con Donne sull’orlo di una crisi di nervi e ho un ricordo di una festa perenne. La conferenza stampa sembrava un gran teatro, un’enorme commedia, grandi risate tra i giornalisti e abbiamo vinto il premio per la migliore sceneggiatura. Ero orgoglioso delle attrici del film che davano un’immagine meravigliosa di una Spagna ultramoderna. Oggi questo Leone alla carriera è un premio importantissimo, perché a Venezia sono nato come regista. Il tempo mi ha dato ragione. Ricordo che quell’anno al Lido c’era Sergio Leone come presidente di giuria e lo incontrai insieme a Lina Wertmüller per strada, ed entrambi si complimentarono con me e ora questo Leone alla carriera 31 anni dopo rappresenta un atto di giustizia politica.

Che Spagna era quella raccontò nei suoi primi film?

Quando ho iniziato a fare cinema negli anni ’80, la vita era molto diversa, la Spagna si era appena destata da una dittatura che era durata 40 anni, con la movida la gente aveva perso la paura e godeva di una libertà enorme. Il mio potere di regista mi ha permesso di imporre la varietà della vita con i suoi personaggi strani e stravaganti che vedevo. Volevo che tutti gli orientamenti sessuali fossero i benvenuti. Il mio potere come regista e sceneggiatore è quello di dare libertà morale ai miei personaggi, qualunque essi siano: suore, casalinghe, travestiti. Quando ho iniziato come regista quello che mi affascinava era l’enorme cambiamento della società spagnola, di cui forse pochi film hanno parlato e il mio nutrimento veniva dalla vita che incontravo per le strade. C’era gente giovane, c’era la lunghissima e interminabile notte madrilena che era una università di vita dove mi sono formato. I miei film dicono che quella che allora iniziava in Spagna era una democrazia reale.

E come vede la Spagna di oggi?

E’ un paese contemporaneo, nel senso che vuole di tutto, compresa una cosa che fino a poco tempo fa si rifiutava come un partito di estrema destra che Italia, Francia, Inghilterra già da tempo hanno. La Spagna è dotata della stessa varietà politica degli altri paesi. Non sono se l’aggettivo qualificativo “moderno” vada bene in questo caso.

Si riconosce in uno stile cinematografico?

Quando ho iniziato a fare film non avevo idea di cosa fosse il linguaggio cinematografico, perciò non ho mai pensato allo stile. L’unica preoccupazione sin dall’inizio, a causa della mia insicurezza, era che la storia si capisse. Poi con il mio terzo film, L’indiscreto fascino del peccato, ho cominciato a disporre di più mezzi, mentre le mie prime due opere le avevo realizzate con budget zero. Insomma avevo gli elementi tecnici per girare un film e ho cominciato ad avere consapevolezza del linguaggio cinematografico e me ne sono innamorato. Ma non mi sono mai preoccupato di avere un mio stile, credo che questo avvenga per conto suo. Giro i miei film in totale libertà e indipendenza, senza tenere conto delle esigenze del pubblico. Certo la commedia è uno dei generi più difficili e complessi da realizzare.

I suoi film sono dominati dal colore, per quale ragione?

L’uso del colore riflette la mia nostalgia per i film in technicolor che vedevo da bambino, film dai colori forti, sgargianti ma solo per ragioni chimiche. Nel corso di tutta la mia carriera ho inseguito questa nostalgia del technicolor della mia infanzia. E soprattutto il colore rappresenta una reazione alla terra che mi ha dato i natali: La Mancha. Una regione molto conservatrice, con dei tratti calvinisti, con gente che veste toni spenti. Una terra molto arida di cui soltanto in seguito ho scoperto una bellezza da contemplare. I miei film sono così barocchi come reazione alla severità della Mancha. Non ricordo di avere mai visto il colore rosso nella mia terra, dominava sempre il nero, quello indossato dalle donne che portavano il lutto per decenni accumulandosi i morti di anno in anno. Un nero perenne delle donne mi circondava.

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