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VENEZIA. “Marghera la conosco bene, è un mondo che mi piace raccontare, di cui so la lingua, gli odori, il cibo, ma è soprattutto la metafora del rapporto tra l’industria e la vita oggi, tra l’industria e la natura. Che direzione vogliamo far prendere a questo rapporto?”, si chiede Andrea Segre, autore del documentario Il pianeta in mare presentato Fuori Concorso. Prodotto da ZaLab Film con Rai Cinema, in associazione con Istituto Luce Cinecittà, il film, che uscirà il 26 settembre distribuito daZalab Film, è un viaggio dentro il polo industriale creato cent’anni fa. Un viaggio con l’aiuto del cosceneggiatore Gianfranco Bettin, la cui memoria ed esperienza dei luoghi narrati sono stati un contributo importante.

Attraverso le vite di operai, spesso stranieri, manager, anziani che ballano e cantano, della cuoca dell’ultima trattoria di Marghera, le immagini di Segre ci fanno entrare nel pianeta industriale di Marghera, cuore meccanico della laguna di Venezia, e ci aiutano a capire cosa è rimasto del suo sogno di progresso industriale, oggi immerso, dopo le crisi e le ferite del recente passato, nel flusso globale dell’economia e delle migrazioni. Segre ci mostra le grandi navi in costruzione, il Petrolchimico abbandonato, gli alti forni e le ciminiere delle raffinerie, il nuovo mondo telematico di Vega e i container scaricati senza sosta dalle navi intercontinentali.

A fare da controcanto ci sono le immagini dell’Archivio Luce, dal sapore malinconico, della Venezia popolare degli anni ’40 e ’50. “Abbiamo raccolto fin da subito la proposta di Segre perché andava nel segno del racconto dei mutamenti che hanno caratterizzato in questi anni Marghera, sia nel tessuto sociale che in quello economico, con le relative conseguenze - spiega Enrico Bufalini direttore Cinema e Documentaristica di Luce Cinecittà - I personaggi che raccontano questa storia sono i veri testimoni di quello che è accaduto in questi anni e i materiali del Luce sono serviti a mostrare questi mutamenti nell’ambiente e nelle infrastrutture. L’Archivio storico Luce si compone, oltre che di cinegiornali, di numerosissimi documentari e da sempre è nel nostro DNA la produzione di doc che parlino dell’attualità e poi diventino tutela della memoria”.

Segre, come nasce questo documentario?

Dalla mia voglia di entrare in un luogo che molti pensano non esistere più, molti credono che Marghera non abbia più nulla di attivo, né lavoratori, che sia stata cancellata da tutto ciò che è accaduto in passato. Invece è un luogo molto vivo, pieno di domande, di dubbi. Ed è inoltre un luogo esteticamente potentissimo e avevo voglia anche di fare un viaggio estetico nel rapporto industria e natura, tra Marghera e laguna, tra pianeta e mare.

Prima di girare come si è documentato?

Ho iniziato con Gianfranco Bettin un percorso di ricerca che è durato 4/5 mesi nel 2018 per capire dove rivolgere la nostra attenzione: muoversi a Marghera, ascoltare e incontrare persone, conoscere i luoghi. Ho cercato di stare dentro questi posti durante il cosiddetto ‘tempo inutile’ cioè respiri le vite, per poi provare a capire che cosa ti dicono questi luoghi, che odore hanno e dopo iniziare a girare. Durante questo ‘tempo inutile’ ho trovato i protagonisti. Abbiamo poi girato un mese intero, per poi tornarci altre due volte per quasi tre settimane.

Ha incontrato difficoltà ad avere i permessi per le riprese?

Siamo riusciti a entrare, trascorrere del tempo, filmare in luoghi che di norma non sono accessibili e devo ringraziare le tante realtà produttive che ci hanno autorizzato a conoscere posti delicati e complessi: dai cantieri navali di Fincantieri alla raffineria Eni, dagli spazi attivi e non più attivi del Petrolchimico, alle zone legate al porto mercantile. Esperienze esteticamente eccitanti.

Con quale criterio ha scelto i ‘protagonisti’ del documentario?

Ho cercato persone che avessero la necessità e anche il coraggio di porsi delle domande sul proprio futuro, perché il film è su cosa faremo domani di questo pianeta, Marghera. Si entra dentro il presente, respirando il passato molto ingombrante pieno di ricordi e ferite, ma ci si chiede anche quale è il futuro di questo pianeta. Tanti se lo chiedono e in maniera diversa. E a sette mesi dalle riprese, la vita di metà dei protagonisti del documentario è già cambiata, perché non c’è certezza. E’ un luogo in continua evoluzione.

Quale la riflessione finale dopo questo viaggio dentro Marghera?

Manca una volontà nazionale progettuale di un’area che non può essere affidata a singoli tentativi, pur essendo alcuni di questi di altissimo livello, come quello attuato dall’Eni che riguarda il rapporto tra sviluppo industriale e sostenibilità. Marghera è un’area grande 3/4 volte Venezia e con 15mila lavoratori, e non può essere governata localmente, va gestita e affrontata a livello di progettazione politica nazionale, anche perché è in costante rapporto con il mercato globale.

La sfida raccolta con questo lavoro quale è?

Quella di raccontare questo luogo sia a chi crede di conoscerlo perché lo vede tutti i giorni passando sul ponte per Venezia ma non c’è mai entrato, e sia a chi non c’entra nulla con questo territorio nel momento in cui questo racconto diventa metafora di altro e pone delle domande centrali della modernità, come quella sul rapporto industria e ambiente. Un’altra domanda importante del film è il rapporto che c’è tra le tantissime culture presenti in questa realtà.

In questo suo lavoro ancora una volta lei parla di immigrati.

Ma devo fare autocritica. Fino ad ora ho parlato tanto di immigrazione, ma i miei film affrontano la parte più mediatizzata, più evidente del tema. Quando sono entrato dentro Fincantieri e ho scoperto operai di 60 nazionalità, mi sono detto che questo è un pezzo di mondo che va raccontato, perché è quella parte della migrazione che ha a che fare con quanto stiamo costruendo nel Paese. E la domanda vera è: chi va a saldare a mano una nave? Oggi certo non è un ragazzo italiano a fare questo lavoro così pesante.

Durante questo viaggio che cosa di strano le è accaduto?

La sorpresa più grande sono stati due pescatori di vermi che ho incontrato camminando sul Ponte della libertà per andare a Venezia. Ricordo che è sbucato all’improvviso da sotto un’arcata Alberto con questo polistirolo e un forcone piantato nell’acqua. Grazie a questi pescatori che camminano tra i fanghi di quell’industria alla ricerca di vermi per la pesca, abbiamo trovato una storia emblematica del rapporto tra la laguna e l’industria,. A volte il documentario dà immagini che nessun sceneggiatore è in grado di pensare.

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