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Buio è un bildungsroman in piena regola, un inno alla vita e alla forza dell’adolescenza che trova una via d’uscita. Sempre”. Così la regista Emanuela Rossi al suo esordio nel lungometraggio, un thriller e nel contempo un film di fantascienza e un family drama interpretato da Denise Tantucci, Valerio Binasco, Gaia Bocci, Olimpia Tosatto, Elettra Mallaby.

Stella, diciassettenne, e le sorelle più piccole Luce ed Aria, sono chiuse in una casa con le finestre sbarrate. Fuori c’è l’Apocalisse: due terzi dell’umanità sono morti perché i raggi del sole sono diventati troppo potenti. Possono uscire solo gli uomini, le donne non resistono. La vita claustrofobica della casa è ravvivata da giochi speciali come la festa dell’aria e il picnic al lago, una gita nel salotto di casa in cui ricordano la bellissima mamma morta. Ogni sera il padre rientra, si spoglia della maschera antigas e della tuta termica, e aggiorna le figlie con i racconti di un’Apocalisse ancora in corso, che continua a decimare l’umanità. Una sera, però, l’uomo non torna: Stella decide quindi di uscire per cercare del cibo…

Buio, presentato ad Alice nella città nella sezione Panorama Italia è una produzione indipendente, in parte sostenuta dalla Film Commission Torino Piemonte, e sarà in concorso a fine novembre al Festival di Tallin in Estonia.

Possiamo dire che il suo film è una favola nera femminista?

Forse sì, anche se la definizione femminista rimanda a una componente aggressiva. Il film per quanto duro, ha comunque una sua dolcezza perché affronta il tema delle crescita, della sorellanza. Il padre è molto presente ma le protagoniste assolute sono le tre sorelle. Stella piano piano crea un percorso che la fa uscire dal labirinto che la opprime. Guida tutte loro verso una speranza dopo che prima non credevano in nulla e vivevano nel passato nel ricordo della mamma. Piano piano cominciano a pensare che una via d’uscita è possibile per la loro condizione.

Il suo esordio guarda anche allo sci-fi ambientalista.

Nel film il tema ambientale è molto forte, c’è questa evocazione continua dell’Apocalisse, ma non viene detto quanto sia reale, però possiamo dire che in qualche modo è arrivata se guardiamo a certi squarci del film su Torino, inquietanti, quasi distopici. C’è un invito forte a riflettere sullo stato attuale del mondo.

Un film autobiografico?

No assolutamente, anche se ho vissuto questo senso di soffocamento. Per una ragazza esuberante come ero ho trovato opprimente un tipo di educazione un po’ maschilista e cattolica, che diceva alle ragazze di stare buone e calme. Per questa ragione nel racconto mi sono messa dal punto di vista delle giovani sorelle. Ma il film non è assolutamente contro la religione, credo che Dio, come Stella dice nel film, sia buono. Di sicuro è contro quel tipo di falso profeta che la religione usa per opprimere.

Come ha usato il colore nel film?

Non ho voluto usare le atmosfere livide e i colori freddi e desaturati tipici di certo cinema d’autore: i colori, come diceva Goethe, hanno un potere salvifico. E io ho cercato per Stella, Aria e Luce i colori più belli, per consolarle e accompagnarle nel loro cammino di salvezza.

Il suo film si nutre anche del lavoro fatto per la televisione?

Ho fatto parte per due anni della seconda unità della serie tv Non uccidere, e poi ho girato molto nell’obitorio di Torino. Tutte queste esperienze hanno pesato sulla mia formazione che all’origine guardava con passione al cinema d’autore. Il film di genere ha in fondo rivitalizzato la mia idea di cinema d’autore, così Buio costituisce un mix di due diverse nozioni di cinema.

C’è un legame tra Buio e il suo cortometraggio Il bambino di Carla che nel 2007 ha vinto il festival Arcipelago?

Era un corto un po’ pasoliniano, una specie di Mamma Roma, ma il tema era sempre quello che ho affrontato in questa mia opera prima. Protagonista nella periferia estrema di Roma era una donna obesa di 50 anni, che aveva adottato un giovane modello, e tra loro s’instaura un rapporto morboso. Era sempre una riflessione sui rapporti familiari che opprimono.

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