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“E’ un film sull'amicizia e la morte, ma è soprattutto, ci auguriamo, una buffa celebrazione della vita, con tutto quello che ha di crudelmente ironico e di terribilmente bello”. Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, dopo il grande successo in Francia di Cena tra amici (noto per il remake di Francesca Archibugi Il nome del figlio) portano in selezione ufficiale alla Festa di Roma in anteprima mondiale il dramedy Le meilleur reste à venir - Il meglio deve ancora venire, distribuito da Lucky Red ad aprile 2020.

In scena due straordinari solisti, Fabrice Luchini e Patrick Bruel, che danno sostanza a un profondo e intimo rapporto d’amicizia. Arthur (Luchini) è un coscienzioso ricercatore all'Istituto Pasteur, divorziato con figlia, timido, regolare e un po’ maniacale. César (Bruel) è un uomo d'affari squattrinato, avventuriero, seduttore, godereccio. Due amici di lunga data i quali, in conseguenza di un grosso malinteso che porta ognuno di loro a essere convinto che l’altro sia in fin di vita, decidono di recuperare tutto il tempo perduto e di trascorrere insieme i giorni che verranno.

Come è nato questo film?

Matthieu Delaporte. Avevamo avuto un grande successo a teatro e al cinema con Le prénom, ma come a volte accade nella vita a momenti di gioia seguono all’improvviso momenti dolorosi. L’attrice principale prima si è ammalata, poi è guarita e alla fine ha avuto una ricaduta che non le ha lasciato scampo. Un evento che ci ha spinto a riflettere sui casi della vita.

Alexandre de La Patellière. Ci siamo chiesti se non era forse necessario un cambio di prospettiva nel guardare a un evento così drammatico, se non c’era un modo leggero di affrontarlo. In quel periodo avevo appena terminato la lettura de “La cura Schopenhauer” con protagonista uno psichiatra che scopre di avere solo pochi mesi di vita a causa di un tumore della pelle. Ho consigliato il libro a Matthieu perché mi era piaciuto.

E poi vi siete ispirati al libro?

Matthieu Delaporte. No, ma leggendolo mi è venuto il dubbio che il melanoma di cui lo scrittore parlava fosse simile a una manifestazione cutanea di cui il mio corpo soffriva e ho deciso di sottopormi a una biopsia. Così ho vissuto per un mese l’estenuante attesa del risultato. Ha tenuto nascosta la cosa in famiglia, solo Alexandre ne era a conoscenza. Una situazione abbastanza surreale che ho pensato potesse essere un buon soggetto di cui scriverne.

Alexandre de La Patellière. Ci siamo resi conto che oggi la società edonista preferisce rimuovere la malattia e la morte. E noi invece raccontandole abbiamo scelto di avere fiducia nell’intelligenza degli spettatori. Siamo ricorsi alla commedia che è un sistema di autodifesa. E poi nel passato il cinema, quello popolare degli anni ’70, trattava questi temi, raccontava le emozioni che essi suscitano.

Come lavorate in coppia sul set?

Matthieu Delaporte. Non ci dividiamo i compiti, entrambi scriviamo, poi ci scambiamo le scene. Trascorriamo ore a riflettere e discutere sulla sceneggiatura, sul testo, su come lo gireremo. Tante le domande in fase di scrittura e altrettante in fase di preparazione. Sul set arriviamo preparati, senza esitazioni, ma ciascuno di noi non ha un ruolo fisso. Il vantaggio di essere in due è che l’altro ci completa.

Alexandre de La Patellière. Il fatto di essere in due a dirigere sul set crea un certo fastidio agli attori, ma io e Matthieu lavoriamo come un gruppo , senza divisione di compiti e gli attori entrano in questo gruppo.

Avete scelto per il finale l’effetto 'montagne russe' ?

Matthieu Delaporte. La scrittura è la nostra ossessione e qui l’ultima scena non l’avevamo scritta, due giorni prima di girare non sapevamo come concludere la storia. Quando abbiamo trovato il finale ci siamo più volte domandati se non fosse eccessivo passare dal caldo al freddo. Amiamo ridere di quello che ci fa paura, ridiamo dei nostri difetti come in Le prénom, ci prendiamo in giro guardandoci allo specchio. La nostra è una legittima difesa comica rispetto a quello che ci succede.

Come è stato il rapporto con un attore così di peso come Fabrice Luchini?

Alexandre de La Patellière. Molti ci chiedono se è stato difficile lavorare con lui, forse perché fa un po’ paura in quanto attore potente ma anche affascinante. Da tempo desideravamo dirigere Fabrice, ma non c’è mai stato il progetto giusto. Fabrice è rigoroso, dà tutto se stesso, comincia il lavoro tre mesi prima del set, ci chiama spesso e conosce tutti i ruoli. Esige la precisione, perché si produca qualcosa che sia all’altezza dell’impegno da lui profuso.

 Sembra che i due personaggi ripropongano in scena alcune caratteristiche del loro autentico carattere?

Alexandre de La Patellière. Fabrice nella vita vera è un angosciato, un ossessivo. Patrick ha questo lato adolescenziale e dunque sul set l’abbiamo voluto fragile.

Pensate agli interpreti quando scrivete?

Alexandre de La Patellière. No, ma creiamo degli archetipi. Il testo non è adattato e scritto per gli attori, a loro pensiamo successivamente. E’ allora che lo script viene affidato agli attori che s’impossessano del ruolo e lo arricchiscono. I grandi interpreti appena iniziano a girare sono subito bravissimi.

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