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FIRENZE - “Firenze è un sogno. È una città da cui è difficilissimo andarsene. Appena arrivi ne senti già la mancanza perché l’indomani devi ripartire. È talmente bella e affascinante che ti sembra di non viverla mai abbastanza!”. Ha esordito così una Valeria Golino particolarmente ispirata, quando l’abbiamo incontrata al Cinema La Compagnia per intervistarla. Con la profondità degli occhi e della voce che la contraddistingue, ci ha raccontato che come artista ha sempre avuto un’ansia di molteplicità: “Ho sempre voluto essere tantissime cose, volevo essere altro da me”. Sorridendo ci ha confessato di faticare spesso ad avere un’opinione definitiva su qualcosa, persino su un suo film. “Fino all’ultimo giorno di montaggio di Euforia, tra me e me dicevo: ‘Ma che brutto film ho fatto… ma come ho potuto?!’ Ero angosciatissima! Sono gli altri che in qualche modo mi hanno fatto cambiare idea e innamorare del mio film”.

A chiusura dell’XI edizione di France Odeon - Festival del Cinema Francese, l’attrice e regista è stata omaggiata con il Premio Foglia d’Oro d’Onore, consegnato dal presidente di France Odeon Enrico Castaldi e dal direttore artistico Francesco Ranieri Martinotti. Valeria Golino, tra le ospiti d’eccezione del Festival, ha presentato il film fuori concorso Dernier amour di Benoit Jacquot, dove interpreta Teresa Cornelys, cantante lirica veneziana realmente esistita, e figura di spicco nell’ambiente londinese di fine '700. Il film racconta l’esilio a Londra del grande seduttore Giacomo Casanova (Vincent Lindon) e del suo incontro con La Charpillon (Stacy Martin), una giovane donna dalla dubbia moralità che attira la sua attenzione. La Cornelys di Valeria Golino, cortigiana ed ex amante di Casanova, è un personaggio chiave per approfondire il vissuto e le emozioni del famoso avventuriero veneziano.

In Dernier amour si è calata nei panni di Madame Cornelys, un personaggio reale vissuto nel 1700. Oggi in Italia si fanno pochi film in costume.

È vero, purtroppo. Ultimamente ho scelto di partecipare a due film di questo tipo proprio perché erano in costume. Ha avuto la meglio quella parte bambinesca degli attori che si vogliono travestire, quindi ho voluto giocare a fare la dama del ’700!

Lina Wertmüller ha appena ricevuto a Los Angeles l’Oscar alla Carriera. E' la regista che l’ha scoperta e che nel 1983 l’ha voluta nel suo primo film da attrice, Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante di strada. Che ricordo di quegli anni la lega a lei?

Effettivamente è proprio così… mi scoprì lei. L’ho vista negli anni e fino a due settimane fa. Ho un grandissimo affetto per Lina, quasi familiare. Chiaramente le sono grata di avermi dato questa possibilità. Senza di lei chissà cosa avrei fatto… Mi ricordo di tutti i suoi improperi. Credevo che i registi fossero tutti così. Sul set era proprio cattiva. Fuori dal set invece si preoccupava anche se avevi mal di denti. È sempre stata affettuosissima e molto materna.

Tutto il mio folle amore di Gabriele Salvatores è attualmente nelle sale. Gli ultimi suoi due ruoli per il regista sono quelli di due madri, come ce ne sono state altre in passato. Cos’hanno in comune queste madri?

Me! Nel senso che sono io a interpretarle. Ne ho fatte di tutti i tipi. Ho cominciato a fare la madre a ventun anni. Non so bene cosa le accomuni se non il fatto che, per quanto io cerchi di diversificarle, a un certo punto arrivano ad assomigliarsi. Ad esempio, nei film mi innervosisco sempre quando mi rivedo ridere e penso: “Avevo già riso così, ma perché ho riso nello stesso modo?!”. Ci sono degli aspetti che inevitabilmente sono tuoi, personali, e per quanto non vorresti sul set porti sempre te stesso. 

Lei è un’attrice italiana che al cinema ha frequentato spesso l’America e la Francia. Cosa può dirci di questi due altri “mondi” cinematografici?

Quella americana e quella francese sono due cinematografie molto forti. In America c’è l’industria vera, un’industria molto corposa. In Francia, come spirito e come filosofia, fortunatamente regna ancora l’idea di cinema d’autore, molto più che in America. I francesi sono attratti dai punti di vista originali sia dei propri autori che degli autori europei e americani, e questo è molto interessante. In Europa, la Francia è il Paese dove questa sensazione di cinefilia è molto più presente.

In più di 35 anni di carriera, ha interpretato una novantina di film e nei ruoli più diversi, vincendo i più importanti riconoscimenti cinematografici. Esiste un film che le è rimasto incollato più di altri? E se sì, per quale motivo?

Ce ne sono cinque, sei, sette… Sei legata ai film per vari motivi: per i personaggi che hai interpretato, per quello che è successo nella tua vita privata e per le persone con cui li hai fatti. I film sono veramente delle esperienze ricche di fasi. Devo dire che a Respiro sono molto legata per tutta una serie di circostanze, così come a La guerra di Mario di Antonio Capuano. E ancora a Texas di Fausto Paravidino: lì ho provato una grandissima felicità. Due anni fa ho fatto Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini, con cui tornavo a lavorare dopo 18 anni, ed anche lì è stato bellissimo…  Lavorare con Gabriele Salvatores è ormai una cosa di famiglia, gli voglio bene e mi piace stare con lui. Un altro film per me topico è Lupo solitario, di Sean Penn, per quello che ho imparato, per quanto ci siamo divertiti… E potrei andare ancora avanti.

Valeria Golino regista: cosa verrà dopo Miele e Euforia

Chiaramente vorrei fare un terzo film. Sto cercando di adattare un libro degli anni ’70, L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. Molto interessante e molto scabroso. Un personaggio femminile incredibile, soprattutto per la letteratura italiana: modernissimo e datato allo stesso tempo. È veramente un’esperienza ma non so se ci riuscirò. Ci sto lavorando con le mie prodi sceneggiatrici, Valia Santella e Francesca Marciano. Credo che il prossimo progetto da regista possa essere questo… ma non ne sono ancora sicura.

E cosa farà come attrice?

Ho appena finito di girare con Claudio Cupellini La terra dei figli e sto per andare a Venezia per Sei tornato di Stefano Mordini con Stefano Accorsi, Maya Sansa e altri bravi attori italiani.

Lei è sempre stata una persona impegnata, attenta e sensibile a certi problemi. Qual è stata la sua reazione quando ha visto le immagini dell’arresto di Jane Fonda a Washington?

Stimo moltissimo Jane Fonda. Al di là del singolo evento, lei è quel tipo di donna che si mette in gioco in prima persona, prendendo sempre una posizione molto netta. Io purtroppo no, non è nella mia natura. Forse tramite le cose che faccio lascio un’idea di quello che sono… faccio politica in quel modo lì. Sono molto più tenue di lei e di persone come lei e vorrei aver quel tipo di coraggio. Per avere quel tipo di coraggio ideologico bisogna essere anche un po’ eroi. Ci sono persone che hanno un’intelligenza davvero unica e sono interessanti proprio per quello. Si battono perché non hanno dubbi. E Jane Fonda non ha dubbi.

Il quesito finale del film Dernier amour è: “Come si sa se è amore? È amore solo se fa male?Lei come risponderebbe?

Beh, dipende dall’orario del giorno. Così di getto le risponderei che è amore solo se fa male. L’amore assoluto è sempre quello infelice o non corrisposto. La più grande letteratura romantica è fatta di quello. Perché la felicità non è narrativa, non è drammaturgica, ed è difficilissima da rappresentare! Mentre le malheur, le cafard… ci sono sempre.Tanti anni fa ho recitato in un film di Margarethe Von Trotta e insieme alle bellissime Fanny Ardant e Greta Scacchi interpretavamo tre sorelle. In quel periodo mi ricordo di Fanny Ardant che viveva le cafard. Aveva questi occhioni enormi che le si riempivano di lacrime e io le chiedevo: “Fanny Fanny, che c’è?!” e lei rispondeva: “C’è le cafard!”.

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