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TORINO - Signora Neirotti, Torino Film Lab compie 12 anni: quali sono le continuità che mai vorrete perdere strada facendo e qual è il valore concreto che registrate con le giornate del Meeting Event, culmine del processo annuale?

La nostra prima edizione è stata nel 2008, e l’idea di base del TFL, che non cambierà mai, è riuscire a mettere insieme, nella maniera più creativa ed efficace possibile, le storie e il mondo della produzione: non cambierà mai il modello, che prevede formazione avanzata, mercato, fondi di produzione e distribuzione. Questo è davvero importante perché permette di seguire un progetto dall’ideazione, fino alla fase di distribuzione; così come non cambierà mai il nostro approccio allo sviluppo, fatto di condivisione, non solo di storie ma anche di metodi, con un modo di lavorare basato sull’ascolto. Noi parliamo di peer-to-peer, che significa una formazione fatta non solo dai tutor ma anche dalle persone – registi, sceneggiatori, produttori – che stanno sviluppando la propria storia ‘dall’altra parte del mondo’, ma che permettono che tu (che ricopri uno stesso ruolo per il tuo progetto) diventi anche story editor di loro, e viceversa. Il principio è far capire che il cinema è un’arte collettiva e che l’incontro con le storie è fatto dall’incontro tra le persone. Questo fa sì che noi come TFL dobbiamo continuamente innovare, metodi e novità: abbiamo inventato, per esempio, la parola Audience Design. 

A questo proposito proprio l’Audience Design, con il TFL World Co-Production Fund e il Pedagogical Team, sono le novità di quest’anno.

Audience Design esisteva già da qualche anno, ma l’abbiamo aggiornato: è cominciato quando ci siamo accorti che il rapporto dei filmaker - di solito indipendenti - con il pubblico è viziato, la loro paura è pensare che chi guarda non possa capire la propria storia, come se fosse indifferenziato e quantitativo. Invece può anche essere composto da tre persone, un pubblico, ma devi riuscire a raggiungerlo: noi crediamo che, come si può lavorare sulla storia con gli story editor, così con il pubblico. Pensiamo che parte del budget di sviluppo di un film debba essere destinato a lavorare in anticipo anche sulle persone che guarderanno. Le novità 2019 sono sicuramente il Fund, un premio di 50mila euro dato dalla Comunità Europea, dedicato ad un’opera che sia dalla terza in poi: ci siamo resi conto essere uno dei film più difficili da fare (il terzo, o il quarto) e allora, per la prima volta, una giuria seleziona tre opere, e ad una viene assegnato il riconoscimento. La grande novità di questa edizione è che non abbiamo più un direttore artistico, ma abbiamo una squadra, Pedagogical Team, che lavora nel creare tutti i programmi del TFL, sempre nell’ottica corale che ci appartiene: quest’anno abbiamo più di 30 progetti, circa 300 produttori/distributori; i film prodotti dal TFL sia con i fondi che con lo sviluppo sono 107, ma ne sono in arrivo una quindicina per il 2020. 

Dei tre i progetti selezionati con il TFL World Co-Production Fund – Brother Danger di Pablo Fendrik, Cidade; Campo di Juliana Rojas e The Sky Is Mine di Deepak Rauniyar, quali sono le caratteristiche che vi hanno convinti, che vi sono sembrate più in linea con il tempo presente del cinema?

 Quando si scelgono questi film si pone uno sguardo differente rispetto a quello per un’opera prima, e l’aspetto visivo rimane sempre molto importante. In questo caso si deve iniziare a vedere ‘un discorso’, qualcosa di più articolato, il ‘body of work’: s’inizia a capire dove si inserisce quest’opera, se c’è continuità o se intraprende in una nuova direzione. 

Partendo dall’esperienza di TFL, e tenendo conto anche del suo ruolo alla Scuola Holden, qual è il parere che riesce a dare sul cinema italiano nascente, dunque su quello che sarà nel futuro?

La cosa che mi fa più piacere è vedere giovani produttori e registi che si aprono al mondo.  Noi all’inizio non riuscivamo ad avere produttori italiani che venissero al Meeting e pochi progetti: adesso, invece, abbiamo una serie di affezionati e tutti iniziano a giocare su un territorio che non è più solo nazionale e per me è molto, molto importante. È un dialogo necessario e indispensabile per fare film anche rischiosi e in Italia il talento non è mai mancato: non credo esista un solo modo di fare cinema, o che tu per farlo debba frequentare un lab, ma noi siamo qui per supportare chi ha quello spirito e quel modo. L’Italia è sempre stata piena di talenti puri, ma in realtà moltissimi talenti hanno bisogno di essere incanalati e sempre di più queste possibilità vengono utilizzate. Noi italiani veniamo da una tradizione di autori, che sempre esisterà, ma esiste anche un altro modo di poter fare cinema, che per qualcuno può essere più congeniale. Si hanno così due strade per provare a fare la propria opera. 

Che storie ‘servono’ al cinema italiano per catturare e affascinare il pubblico di oggi?

 Ci sono dei temi enormi da affrontare: i problemi ambientali in senso assoluto, come la Natura e l’uomo interagiscono, e le conseguenze, per cui ci vuole profondità, e il cinema può affrontarle in maniera non banale, per indagare come impattano sulla vita dei singoli: daremo un premio ad un film che tratti in maniera sofisticata questo tema; poi, l’altra questione è quella della diversità di genere e, in generale, del rapporto di ciascuno di noi con ‘la differenza’, e gli artisti sono le persone migliori per indagarlo nella maniera meno scontata. Se riuscissimo a fare tutto questo con talento e ironia, sottolineando anche l’elemento gioioso dell’esistenza, sarebbe molto efficace. 

Ci sono Paesi più abili in questo senso? E l’Italia come si colloca su questo tema?

 In Sud America ci stanno riuscendo di più, ma anche nei Paesi nordici c’è un tipo di commedia molto interessante per noi del Sud del mondo, perché molto differente, e sarebbe molto appassionante capirne di più: mi chiedo se e come potrebbe dialogare con quella più a Sud, sarebbe stimolante approfondire. Quello che suggerisco ai produttori italiani è di andare sempre ai mercati, di cercare delle persone con cui collaborare, perché lì nasce la relazione e la storia che risuona, poi la si costruisce insieme. 

Ci ha presentato le novità di quest’anno, e online sul vostro sito www.torinofilmlab.it ci sono già le date di adesione per l’anno 2020: ci sono desiderata per la prossima stagione di lavoro?

 Ho co-ideato il TFL e ho fatto il direttore esecutivo fino a quest’anno, ma nel frattempo sono cresciute altre professionalità, e io dall’anno prossimo divento consulente strategico, che non è ‘un passo indietro’, o un allontanarsi, ma è fare un passo di lato: dopo 12 anni credo sia importante farlo, per me è il momento ideale, si è realizzato un sogno per come è cresciuto il TFL e per le persone che è riuscito a coinvolgere, quindi è tempo di lasciare lentamente il ruolo più operativo a favore di uno sguardo, sempre vicinissimo, che si occupa delle cose nuove, quelle che ancora non sappiamo cosa e quali saranno. Il desiderio generale per TFL è sempre quello di trovare film che sappiamo raccontare le complessità di cui abbiamo detto: quello che noi cerchiamo di fare è di porci dinnanzi ai progetti con occhio vergine, e da lì cerchiamo di costruire un mix fatto di diversità di tono, di genere, di tema, in cui la prima cosa rimane sempre l’originalità dell’idea: ci tengo a dire che il TFL seleziona il 3% dei progetti che arrivano, quindi ce ne sono molti che rimangono fuori, quindi in giro… e sono bellissimi!   

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