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TORINO - Il TFL conta su due pilastri portanti, FeatureLab, per team creativi alla prima o seconda opera, il cui sviluppo del progetto cinematografico è in fase più avanzata di quella di scrittura, e lo ScriptLab (responsabile Eva Svenstedt Ward, con Amra Bakšić Čamo e Vincenzo Bugno, curatori), il laboratorio di sceneggiatura per progetti in una fase iniziale di sviluppo, che forma anche professionisti del cinema interessati al processo di story editing. Quest'anno, ScriptLab ha lavorato su progetti provenienti da tutto il mondo, di registi di grande esperienza e registi al debutto. 

Isabella Weber, nata a Napoli e con base a Roma, dal 2011 lavora alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia come consulente per la selezione dei film, coordinando la giuria; collabora con il Lux Film Prize e con Europa Distribution, per cui è consulente di comunicazione. Da un paio d’anni ha integrato il suo profilo con consulenze alle sceneggiature per produzioni internazionali, esperienza per cui quest’anno, nell’ambito dello ScriptLab, si occupa di affiancare il tutor, come story editing trainee, “una figura un po' a metà tra il partecipante e il tutor”, come racconta lei stessa. 

Isabella, lei è una delle cinque persone, tutte donne, che quest’anno fanno parte di ScriptLab - Story Editing: come è approdata in questo contesto, qual è più precisamente il suo ruolo, cosa significa questa opportunità per una story editor di professione?

 Lo ScriptLab seleziona 20 progetti, suddivisi in 5 gruppi, e ognuno di questi segue 4 progetti durante l’anno: il singolo gruppo è composto dai 4 registi/sceneggiatori legati al progetto, più un tutor e uno story editor trainee, come sono stata io quest’anno da marzo, dal primo workshop fatto insieme, per cui poco prima si fa la lettura di tutti i progetti, poi si incontrano i team e si comincia il lavoro. Quella dello story editor trainee è una figura un po' a metà tra il partecipante e il tutor, che a volte ti mette in una posizione un po' particolare, ma interessante perché, se c’è alchimia nel gruppo, come nel mio caso che reputo molto fortunato, è un’opportunità coinvolgente; io sono stata nel gruppo di Rasmus Horskjaer, sceneggiatore e regista danese, con un background differente dal mio e per questo interessante, anche perché più tecnico del mio, invece legato all’industry e al cinema d’autore. Con Rasmus abbiamo letto molto insieme, sin dall’inizio, e devo dire che mi ha lasciato molto spazio durante il Lab per dare il mio riscontro ai progetti, e anche un po' per imparare a gestire il gruppo di lavoro, una delle due dimensioni dell’approccio, oltre a quella one-to-one. 

Questa fase di sviluppo, secondo la filosofia del Lab, comporta una forte dinamica relazionale, non solo tecnica di scrittura.

 Prima d’ora avevo lavorato solo con consulenze scritte, per me questa è stata un’esperienza fondamentale per imparare a gestire questa parte relazionale, che è diventata rapidamente la mia preferita perché il rapporto dal vivo dà la possibilità di comunicare ad un livello molto più profondo: un conto è mandare note scritte, un altro è confrontarsi, anche perché ti puoi rendere conto in quale momento una persona è in grado di accettare o non accettare un riscontro. 

Lo ScriptLab, anche per un ruolo come quello ricoperto da lei, in che modo reputa sia poi utile per la propria professione, al di là del Lab? Porterà con sé qualche rapporto stabilito?

 Sicuramente con i quattro registi con i quali ho lavorato continuerò a lavorare su questi progetti e continueremo a collaborare insieme, grazie al grande senso di sostegno e rispetto reciproco: mi hanno molto incoraggiata in questo percorso professionale, per me relativamente nuovo.

Pensando agli autori con cui ha lavorato, e in generale osservando quelli partecipanti a questo TFL, ha avvertito delle ‘tendenze’ cinematografiche?

 Spesso sono opere molto personali. Mi sembra che i progetti sui quali ho lavorato, da tutti i punti di vista, fossero estremamente differenti, di genere, di cultura, Paese, tipo di produzione: però, se dovessi trovare un trend, da un lato sarebbe la ricerca dell’identità, sono storie - dalla fantascienza alla commedia - che riportano molto a questo tema; dall’altro, una riflessione sulla schizofrenia del mondo di oggi, vista attraverso generi molto diversi, uno sguardo molto critico sulla società, la politica, l’economia, sulle possibilità di creare delle relazioni. 

Pensa che queste storie, che nascono internazionali, sarebbero storie che un mercato come quello italiano potrebbe ben recepire e assorbire?

 Sicuramente ci sono dei film per i quali è più facile immaginare una carriera festivaliera internazionale, però questo pensiero è molto legato anche al mondo della distribuzioni, ora piuttosto in crisi; è un tema ostico per il cinema italiano, perché il pubblico art house invecchia e c’è un panorama variegato di cui tenere conto, da Netflix ad Amazon Prime. Ci sono però anche dei film per cui riesco ad immaginare un percorso più classico in sala: in ciascuno dei quattro progetti con cui ho lavorato – Birchanger Green (UK), Painless (Brasile), Rhino (Croazia), The Songsmith (Indonesia)  – potrei immaginare un potenziale commerciale, tutto sta ad individuare il pubblico specifico a cui rivolgersi, e il problema italiano, ma anche europeo, è ritrovare una modalità per riconnettersi con il pubblico, che io penso sia invece interessato a conoscere storie differenti, ma forse l’uscita tradizionale non funziona più così tanto. 

Il cinema italiano presente, sia affermato che nascente, di cosa pensa abbia bisogno per vitalizzarsi?

 Penso che adesso, anche in Italia, stia nascendo un’attenzione diversa alla fase di sviluppo, che paradossalmente mi sembra anche una fase in cui si può ottimizzare economicamente: credo che l’Italia stia iniziando a tenerne conto, anche grazie ad esperienze di Lab come questa del TFL. Ci sono anche talenti nuovi, di provenienze meno tradizionali, che stanno emergendo sia nella produzione che nella regia: riferendomi qui al FeatureLab, c’è un progetto italo/portoghese, Still Here, scritto e diretto da Suranga D.Katugampala - nato in Sri Lanka e cresciuto in Italia - e con una giovanissima Francesca Bennett, al suo primo film come junior producer (per Okta Film di Trieste), per cui finalmente ci iniziamo ad allontanare dal cliché del produttore tradizionale, maschio cinquantenne e occidentale. Mi sembra che ce ne sia bisogno! 

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