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MILANO – Fa parte della giuria tutta al femminile del Noir in Fest di quest’anno, la brava ed ecclettica Lucia Mascino che, insieme alla regista francese Patricia Mazuy e alla direttrice del Sofia Film Festival Mira Staleva, assegnerà il Black Panther Award tra i film internazionali del concorso. Apprezzata attrice di teatro, cinema e tv, è stata la protagonista sul grande schermo di Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini, per il quale ha ricevuto la nomination ai Nastri d’Argento 2018 e ai Globi d’Oro e il Premio Anna Magnani al Bif&st. La sua interpretazione in Favola di Sebastiano Mauri, tratto dall’omonimo spettacolo teatrale insieme a Filippo Timi, le è valsa una seconda candidatura ai Nastri d’Argento. Nel 2019 l’abbiamo vista in diversi film, tra cui Effetto domino di Alessandro Rossetto (Venezia 76) e Ma cosa e ci dice il cervello di Riccardo Milani.

La vedremo presto accanto ad Aldo, Giovanni e Giacomo nella commedia di Massimo Venier Odio l’estate, di cui ci dà alcune anticipazioni e, nel frattempo, ci racconta del suo rapporto personale con il lato noir delle cose, delle sue paure più recondite e dei personaggi che le piacerebbe interpretare: dall’etologa Jane Goodall, vissuta studiando gli scimpanzé, a una donna dei primi Anni ’30, vicina all'epoca di Favola che sente appartenerle particolarmente. 

Le piace esplorare il lato noir e ombrato delle cose, o preferisce andare verso i confini più certi della luce?
Tendo a vedere la parte che non si vede. Se una persona è molto oscura, tendo a guardare quello che nasconde, è come se la mia attenzione andasse subito lì. Siamo cresciuti all’interno di un’educazione che tende a farci sparare fuori il bello, a metterlo in mostra. Io stessa ero una ragazza col cerchietto, ma ho amato molto mia nonna che diceva delle cose cattivissime, e mi piacciono, in generale, le persone che dicono le cose come stanno. Una cosa molto nascosta ha qualcosa che non mi torna, e io sento la necessità di tirarla fuori. Credo di farlo per il bisogno di far emergere tutto ciò che nello spazio del permesso non mi era dato. Poi, però, nella vita di tutti i giorni cerco di non abbandonarmi troppo ai lati oscuri e andare verso la luce. 

Ha interpretato personaggi molto diversi, con differenti registri e toni. Dal puntiglioso commissario de I delitti del BarLume alla casalinga impeccabile che s’innamora dell’amica trans in Favola. In base a quali elementi giudica un ruolo interessante? 
Mi piace quando un ruolo permette le due zone, la luce e l’ombra, il bianco e il nero. Mi piace quando non c’è una definizione netta di buona o cattiva persona. Spesso alle donne viene dato un ruolo stereotipato - l’ex moglie paziente, la figlia bella e ribelle - ma sono più interessanti quei ruoli in cui non sei solo schematizzata, in cui non sei ridotta a una definizione.

Qual è il suo rapporto con il sentimento della paura e di cosa ha veramente sgomento?
La paura non è un sentimento che ho bisogno di crearmi tramite un film, non lo devo quasi stimolare, la tensione è una cosa in cui mi si può portare dentro abbastanza facilmente. In generale ho paura del male, del fatto che possa vincere. Non intendo la parte oscura di noi che deve venir fuori, ma il male quello vero.

Ci fa un esempio concreto?
Nella mia generazione, quando ero piccola, c’era ancora un residuo di eroina che circolava in Italia, ma in Croazia, dove andavamo in vacanza, ne circolava un po’ di più. Ricordo un giorno in cui un ragazzo strafatto mi fissava, mi guardava con gli occhi obliqui in cui ogni controllo era stato perso. Quello sguardo mi ha fatto e mi fa ancora paura, ed è uno sguardo che a volte ritrovo nelle persone perse, alcolizzate, drogate, che sono arrivate in un qualche luogo da cui non è possibile tornare. 

Ma il mestiere dell’attore è, in un certo senso, anche un lasciarsi andare...
Fare l’attore è un imparare a lasciarsi andare nelle cose, certo, ma è creativo, ha una funzione e genera funzione. Quello di cui ho paura, invece, è ciò che va a perdersi in qualcosa da cui non è più possibile tornare. Ho paura degli sguardi persi di chi preso la via del vuoto, che per me corrisponde al male.

La vedremo prossimamente accanto ad Aldo, Giovanni e Giacomo nel film di Massimo Venier, Odio l’estate, ci racconta qualcosa?
È un film molto classico, una commedia in cui si crea l’occasione che mette insieme tre nuclei familiari diversissimi, che per errore hanno preso la stessa casa in affitto per le vacanze. Da spettatore sai che quando si incontreranno sarà un disastro, l’effetto comico c’è già in partenza. Ma, pur ricalcando linee tradizionali, sin dalla fase di scrittura il racconto non è mai banale, c’è sempre qualche cambio di scena e qualche elemento diverso. C’è poi la comicità del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, che io ho sempre molto apprezzato, che è messa all’interno di una bella trama e di un film corale, in cui ogni personaggio ha una sua precisa linea narrativa che porta avanti.

Il suo ruolo? 
Io appartengo alla famiglia degli snob del nord, sono la moglie di Giacomo e abbiamo un figlio. Però anche il racconto del nostro nucleo familiare non è scontato, tant’è che il ragazzo non è il viziato che ti aspetteresti, ma un adolescente saggio e saturo delle discussioni dei genitori.

C’è un personaggio che le piacerebbe, a questo punto della sua carriera, interpretare o, magari, approfondire? 
Mentre guardavo una mia scena al doppiaggio di Odio l’estate, in cui guido il Suv di mio marito e faccio un incidente, mi sono vista mamma ma anche figlia irrisolta, una donna incasinata, un personaggio alla Big Little Lies che mi piacerebbe esplorare meglio. Un altro ruolo per cui mi vedo adatta è quello di Jane Goodall, l’etologa e antropologa inglese vissuta con gli scimpanzé, animali che mi piacciono molto. Ma mi piacerebbe anche interpretare un western al femminile oppure un film sui primi Anni ‘20 o ‘30: facendo Favola, ho capito che quell’epoca mi appartiene, devo averla vissuta in qualche vita precedente.

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