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RIMINI - Per spegnere le 100 candeline dell’eccezionale compleanno di Federico Fellini, anche Marco Tullio Giordana è ospite nella città natale del Maestro, e lo omaggia con un ricordo - personale e di ammirazione artistica - incantato e affettuoso. 

Era il 1980 quando lei, Giordana, esordiva nel cinema con Maledetti vi amerò, e Fellini già da trent’anni dirigeva dietro la macchina da presa. 

 Come tutti i ragazzotti di belle speranze, convinti che arriveranno loro e cambieranno le sorti del mondo, io mi guardavo molto intorno, e magari seguivo le mode del momento - adesso si può anche ammetterlo, come per esempio il cinema tedesco: non è però che pensassi che la tradizione italiana dei maestri fosse qualcosa di cui liberarsi, anzi. Sono sempre stato consapevole che per un cineasta italiano sia un privilegio avere quell’eredità, una cosa che si può subire o sentire come un vantaggio, e io la sentivo così; fra tutti, Fellini - al quale ero quasi certo non avrei potuto assomigliare in nessun modo – era però uno dei grandi maestri da ammirare, e non imitare. Era inimitabile, come Visconti o Pasolini. Era già un padre, qualcuno del quale si poteva subire solo la soggezione, nel suo caso un uomo affascinante, seducente, spiritoso. 

E lei l’ha conosciuto di persona. 

 Sì, passati dieci anni dal mio debutto, perché feci un episodio di un film, La domenica specialmente, scritturando sua sorella, Maddalena Fellini: mi telefonò, sorpreso, per dirmi della sorella, una donna travolgente, straordinaria, simpaticissima e molto somigliante a lui; pur non potendomi dichiarare ‘felliniano’ in senso stretto, l’ho sempre enormemente ammirato. Enormemente. Fellini è un sistema solare: non è questa figura araldica e possente solo per noi, ma per il cinema mondiale, tutti i grandi maestri suoi coetanei hanno avuto una specie di adorazione per lui, da Bergman a Kurosawa, di certo due che non si assomigliano, eppure erano estasiati da Fellini. Noi, quindi, siamo piccoli pianeti, o satelliti. 

Ne parla con un tono di grande affetto, quasi famigliare. 

 Sì, perché, per via di Maddalena, è come se mi fossi illuso di farne un po’ parte: è vero, la sua telefonata non era scontata, poteva rimanere distaccato, e invece mi ha come accolto, benignamente. Ricordo che quando Fellini è morto andai a Cinecittà, al suo Teatro 5, alla camera ardente, ma sentivo il bisogno di fare qualcosa di speciale per lui e così tornai a casa a piedi – allora abitavo in centro a Roma, impiegai 4 o 5 ore, ma ce la feci in onore di Fellini, come fosse una lunga passeggiata per la Roma che aveva amato, in tram prima e in metropolitana poi, perché lui non amava le limousine, non aveva snobismi e feticci della celebrità. Era un bellissimo gruppo marmoreo, Fellini, un uomo monumentale, che occupava lo spazio: che bello, che gioia essere stato suo contemporaneo. 

Ricorda, invece, quando lo ha incontrato per la prima volta sul grande schermo?

 Mi ricordo benissimo! Avevo 10/11 anni e i miei fratelli maggiori erano stati a vedere La dolce vita, ne discutevano accanitamente con i loro amici: io ero un bambino che sentiva parlare di questo Fellini… di cui ricordo benissimo di aver visto poi La dolce vita verso i miei 16 anni, al cinema Nuovo Arti a Milano, con un mio compagno di scuola; noi due eravamo dinnanzi a quell’apertura straordinaria del film con il Cristo portato con l’elicottero, già solo quella mi faceva sognare, senza parlare poi di tutte le parti più conturbanti per me che ero un adolescente: il sesso raccontato in maniera mirabolante e spaventata allo stesso tempo, era straordinario. 

Il suo cinema e quello di Fellini hanno passi differenti ma, oltre all’onirico, lui ha raccontato anche la malinconia e il dolore della vita vera, tratti che si possono ritrovare anche nel suo cinema: senza cercare paragoni, coglie una simile sensibilità nel saper raccogliere e trattare i sentimenti più delicati?

 Questi temi sono presenti in filigrana nell’opera di qualsiasi artista, quello che però mi colpiva fin da ragazzo di lui era che, mentre per tutti gli altri registi poteva esistere una traduzione in letteratura, musica, teatro, Fellini si può esprimere solo con il cinema, Fellini è il Cinema. Se non fosse nato nel ‘900, e non avesse quindi trovato questo dispositivo che era il cinema, con il quale ha potuto esprimersi al 1000%, forse non avrebbe trovato il modo di esprimersi con quella stessa potenza, nonostante avesse naturalmente i doni del disegno e della bellissima scrittura. 

Fellini è anche surrealtà e fantasia: se, nel nome di queste, lei avesse modo di parlare adesso con Fellini, su cosa farebbe una chiacchierata con lui?

 Non farei una chiacchierata, ‘accenderei la radio-Fellini’ e direi: ‘parla, parla e incantami, io ti sto ad ascoltare’. La fortuna di Internet è che ti rende disponibili anche molte interviste e da lì si coglie la sua fine intelligenza, talvolta anche ingannatrice, però è così bello, perché è come se facesse uno spettacolo ogni volta, per questo dico che lui è Il Cinema, perché è come se ogni volta mettesse in piedi una rappresentazione. Potrei solo ascoltarlo: chi ha vissuto nel ‘900 e ha sfiorato Fellini è come se avesse sfiorato Michelangelo o Leonardo Da Vinci

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