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TRIESTE - "Un ruolo femminile forte? Finché la stragrande maggioranza dei registi sarà composta da uomini, è ovvio che tutto continuerà a girare attorno a loro. Sono pochi i registi che sanno raccontare le donne e le donne registe sono troppo poche. E potrei dire che si tratta di un fenomeno tipicamente italiano". Ad affermarlo senza troppi giri di parole è Kasia Smutniak, mentre stringe tra le mani l’Eastern Star Award, il premio che anche quest’anno il Trieste Film Festival, giunto alla 31esima edizione, ha assegnato a una personalità del mondo del cinema che con il suo lavoro ha contribuito a gettare un ponte tra l’Europa dell’Est e dell’Ovest. A Trieste l’attrice e modella, che vedremo presto su Sky impegnata in due serie tv (Devils al fianco di Patrick Dempsey e Alessandro Borghi e Domina, ambientato nell’antica Roma, dove veste i panni di Livia Drusilla), ha accompagnato l’anteprima internazionale di (Nie)znajomi, remake polacco del film di Paolo Genovese Perfetti sconosciuti. Per l’occasione si è soffermata a parlare di pregi e difetti del cinema italiano, anche a confronto con l’industria del suo paese natale: la Polonia, che nonostante le difficoltà dei tempi, mostra segnali di grande vivacità.

Kasia Smutniak, cosa rappresenta questo premio per lei?

Sono felice e onorata. Anche perché mi ha dato modo di partecipare al Trieste Film Festival con un progetto a cui tengo molto e di cui sono anche co-produttrice: (Nie)znajomi, il remake polacco di Perfetti sconosciuti, un film ideale per rappresentare l’idea di un ponte tra Est e Ovest.

Ha interpretato lo stesso ruolo in entrambe le versioni del film, quali sono le differenze principali tra l’originale e l’adattamento?

Il mio ruolo è lo stesso, quello della padrona di casa che invita gli amici a cena. Ma i due personaggi, nella versione italiana e in quella polacca, presentano differenze importanti. Gli sceneggiatori hanno lavorato all’adattamento del soggetto a una realtà diversa, com'era già accaduto in altri paesi del mondo. In Spagna, in Turchia, in India, in Cina, in Corea. Ogni volta ci si è dovuti confrontare con tradizioni e mentalità differenti. Il plot di partenza è lo stesso. Evidentemente ovunque esiste un problema con la sincerità e con gli affetti. E anche nel rapporto che abbiamo con la tecnologia. Le differenze riguardano di più le abitudini. Come lo stare a tavola, che in Italia è un aspetto centrale della vita sociale. Il cibo, il tavolo attorno al quale ci si siede per mangiare e per fare conversazione. In Italia, e anche in altri paesi latini è un luogo centrale, ma non è così ovunque. Ci si è dovuti un po’ adattare alle usanze del posto.

Qual è stata la sua reazione all’idea di interpretare nuovamente lo stesso film, seppure da una nuova prospettiva?

In un primo momento sono scappata da questo ruolo. Non mi sembrava interessante rifare qualcosa che avevo già fatto. Ma poi ho pensato che si trattava di un’opportunità unica. Quando mai mi capiterà un’esperienza del genere? In due paesi, con due lingue, due usanze che conosco bene. Così mi ci sono buttata. Anche se i cambiamenti nella storia e nei personaggi mi spaventavano. Ci si affeziona ai propri personaggi e non si ha voglia di vederli stravolti. È come se ti andassero a toccare dei pezzi di vita.

E sul set com’è andata?

Anche sotto questo aspetto ho notato grandi differenze. Genovese aveva scelto un gruppo di persone molto affiatate. Ci conoscevamo tutti bene, avevamo già lavorato insieme. E questo ci ha resi molto complici ma anche indisciplinati. Non so se siamo mai riusciti a fare delle vere e proprie prove sulla sceneggiatura, sebbene fosse il tipo di film perfetto per provare come se fossimo a teatro. Questo era il piano. Ma non siamo riusciti a leggere la sceneggiatura in modo serio neanche una volta. C’era sempre qualcuno che scoppiava a ridere, che scherzava o si alzava e se ne andava a fumare. Anche sul set è stato un disastro. Giravamo in un appartamento dei Parioli, di sera, e si cominciava con l’aperitivo. Era tutto un chiacchierare tra amici e poi, ogni tanto, si batteva un ciak. A un certo punto ci siamo chiesti se avremmo mai finito il film. In Polonia è stato completamente diverso. La stessa esperienza, ma con un gruppo di attori estremamente preparati, concentrati, che sapevano tutto a memoria. Ci siamo divertiti tanto, ma c’era molta più disciplina.

Lei ha lavorato con molti registi italiani. Cos’è secondo lei il cinema italiano di oggi?

Si dice spesso che manchi coraggio, voglia di osare… Penso che le opere più importanti e coraggiose nascano nei momenti più difficili di ogni paese. Non è un caso se i migliori film di Kieślowski o di Wajda risalgono a un periodo storico molto difficile per il mio paese. Io lavoro in Italia da vent’anni e sono stati vent’anni difficili, ma forse non abbastanza. Per fortuna non siamo mai arrivati a sentire la mancanza di libertà, e finché non abbiamo idea di cosa significhi perdere la libertà non si rischia. Anche in Polonia, per almeno vent’anni dalla caduta del Muro, si è persa la voglia di osare. Ma ora che la situazione è nuovamente cambiata, facendosi estremamente incerta, si assiste a un grande fermento. C’è un ritrovato coraggio e molte registe sono donne. L’industria del cinema polacco è piena di donne: giovani filmmaker, produttrici, molto più che in Italia.

Nella sua carriera ha lavorato a personaggi molto diversi. C’è un ruolo che vorrebbe interpretare o un autore in particolare con cui le piacerebbe lavorare?

Non so mai rispondere a questa domanda. Certo che ci sono dei ruoli che vorrei interpretare e molti registi con cui mi piacerebbe lavorare, ma ho già avuto la fortuna di poterlo fare con molti autori che stimo. Potrei anche dire Jarmusch, visto che sono cresciuta vedendo i suoi film. Ma preferisco non dirlo, per scaramanzia, perché sono superstiziosa. In linea di massima, comunque, cerco ruoli diversi da me, perché sono una persona estremamente curiosa. Non vedo la ragione di rifare una cosa che ho già fatto, anche se poi la vita ti porta a prendere decisioni diverse. Nelle sceneggiature cerco qualcosa di nuovo, qualche sfida. I ruoli che mi spaventano, perché penso che non sono capace di farli, sono quelli che accetto.

Non crede che il cinema italiano pensi poco alle donne?

Abbiamo attori eccellenti, ma anche ruoli pensati su misura per loro. I ruoli femminili forti, invece, con cui le attrici potrebbero confrontarsi scarseggiano. Certo. È vero. Ma è un riflesso della società. È la società che non pensa alle donne.

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