/ INTERVISTE

Le banlieue raccontate dall’interno. Con la violenza e la rabbia di un precedente come L’odio di Mathieu Kassovitz, film del 1995 arrivato a scuotere le alte sfere della polizia di cui mostrava la brutalità senza mezzi termini. Ma stavolta a prendere in mano la macchina da presa come un’arma potente, di denuncia e di accusa, pur mantenendo un grande equilibrio nella rappresentazione degli esseri umani coinvolti, è un figlio delle cité, Ladj Ly, classe 1980, cresciuto a Montfermeil, dove tuttora vive. Forte del Premio della giuria a Cannes (leggi l'articolo di Cinecittà News), di quattro César, tra cui quello al miglior film (e delle polemiche sul caso Polanski il regista si è detto disinteressato), della candidatura all’Oscar. I miserabili, in Francia è stato visto da 2 milioni e mezzo di spettatori. In Italia è targato Lucky Red e sarà il primo titolo proposto dalla piattaforma integrata MioCinema (che è arrivata a rappresentare 130 sale su tutta la penisola), con uscita il 18 maggio, anche su Sky Primafila Premiere.

Girato esattamente dove Victor Hugo aveva ambientato il suo grande romanzo del 1862, appunto a Montfermeil, a un’ora dal cuore di Parigi, è un thriller civile che ritrae in azione tre poliziotti di una volante – Chris (Alexis Manenti), caposquadra adrenalinico e violento, convinto di rappresentare la "legge", Stephane (Damien Bonnard), l’ultimo arrivato che cerca di fare il suo dovere e diventa subito oggetto delle prese in giro dei compagni, e Gwada (Djebril Zonga), il nero che si ritaglia il ruolo di mediatore ma perde lucidità in un momento clou. Qualsiasi scintilla è pronta a far detonare una situazione ai limiti e sarà l'innocente furto di un cucciolo di leone, rubato ai gitani di un circo da un ragazzino ribelle, a dare l’avvio al dramma, complice un drone che ha filmato le prevaricazioni dei poliziotti.

Abbiamo intervistato il regista, che ora si trova nel Mali, paese di cui è originaria la sua famiglia e a cui ha dedicato uno dei suoi numerosi documentari, prima di esordire nel cinema di finzione proprio con I miserabili.

Il film restituisce tutta la complessità della situazione reale. Alla fine, nessuno si salva e tutti si salvano. Qualcuno l’ha rimproverata di non prendere posizione.

Volevo parlare di una realtà che fa parte della mia storia, cercando di essere più giusto possibile. Nella mia carriera ho girato molti documentari e questo lato realista fa parte della mia visione.

Ha condensato l’azione in 24 ore: è quasi un cliché dei film di questo tipo.

Sì, volevo dare un ritmo, tenere alta la tensione. Mi sono ispirato a Training Day di Denzel Washington, una storia che si sviluppa in 24 ore.

Qual è l’impatto del lockdown, e della grave crisi economica che seguirà, sulle periferie?

Sarà una catastrofe, specie nelle banlieue come Seine-Saint-Denis. Sono più di due mesi che gli abitanti sono confinati in casa, non ne possono più, è una zona già povera e adesso sono davvero a terra, non arrivano a fine mese. Ci sono state molte azioni di sostegno per gli abitanti, c’è un’associazione con cui collaboro Banlieue Santé che distribuisce alimentari e altri generi di prima necessità, ma ci sono migliaia di persone ridotte alla fame e la situazione rischia di degenerare. Inoltre, la polizia, in questo periodo, è stata più che mai violenta.

Il film si chiude con un interrogativo: è più micidiale la polizia che abusa o la rabbia dei giovani?

La cosa che fa più paura è che la polizia ha carta bianca e si può permettere tutto, i video di denuncia degli abitanti non si contano più.

Lei fa sua la celebre frase di Victor Hugo “Non ci sono né cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori”. Chi sono i cattivi coltivatori?

Sono i politici, responsabili da lungo tempo e che oggi, in questa crisi senza precedenti, stanno attuando una condotta catastrofica. Il governo di una potenza mondiale come la Francia è incapace di fornire mascherine alla popolazione. In Marocco tutto è stato ben gestito.

Nel film si vedono in azione, oltre alla polizia, anche gli altri poteri che si spartiscono il quartiere. Tra questi c’è il rappresentante islamico, l’unico che sembra mosso anche dal desiderio di trasmettere dei valori.

In un territorio abbandonato dalle istituzioni, gli abitanti si organizzano per gestire la situazione. Così c’è il “sindaco”, il capo dei trafficanti e ci sono i religiosi. La religione ha un ruolo importante nel quartiere, non sono terroristi, non cercano di traviare i giovani portandoli alla Jihad, sono persone che si impegnano, che danno ai bambini delle regole di condotta. Oggi è diffusa una certa immagine dell’Islam terrorista, invece qui ha un vero ruolo sociale, sono persone rispettabili.

Il successo del film ha aiutato l’opinione pubblica francese a prendere coscienza?

C’è un enorme contrasto tra la banlieue e il resto della popolazione, che ha sempre considerato gli abitanti delle periferie come feccia, un covo di delinquenti, gli unici responsabili della violenza. Con il movimento dei gilet gialli il resto della popolazione francese si è resa conto che c'erano problemi reali, che la polizia è davvero violenta e che le violenze sono inaccettabili, ci sono migliaia di persone che hanno perso un occhio o la mano negli scontri. Ora il film ha mostrato cosa è davvero la banlieue, ha mostrato la grande ingiustizia sociale.

Il presidente Macron ha visto il film: come ha reagito?

Era sconvolto per l’esattezza del racconto e ha chiesto ai suoi ministri di fare qualcosa. Ma sono venti o trent'anni che i politici ci dicono che comprendono, che faranno qualcosa, però non è mai accaduto e con la crisi attuale siamo ancor più abbandonati, a parte i poliziotti che vengono a perseguitare e picchiare gli abitanti del quartiere.

La rivolta del 2005 è servita a qualcosa?

Ci sono state tante rivolte, quella del 2005 è stata immensa, per un mese tutte le periferie si sono sollevate, ma le cose non sono cambiate, pensavamo che il governo si fosse reso conto che c'è una sofferenza reale, ma le promesse non vengono mai mantenute. Dopo sono rimaste solo le violenze della polizia.

Qual è la risposta a tutto questo?

La vera risposta è la cultura, l'educazione. Per esempio, la scuola di cinema che ho creato è gratuita, senza diploma e tutti si possono iscrivere. Funziona benissimo. La strada da percorrere è questa. Il film parla soprattutto di bambini e ragazzini. Tra l’altro gli interpreti sono abitanti del quartiere, che si sono mescolati ai professionisti, e hanno dato autenticità e sincerità al progetto.

Pensa che riuscirà a fare un film dall’esperienza del coronavirus?

Sto lavorando a un documentario sulla nostra scuola di cinema dove si parla anche di questo periodo di confinamento. Poi faccio un cortometraggio di finzione sul lockdown. Quando sarà possibile riprenderò gli altri due capitoli della trilogia su I miserabili, che racconta questo territorio in tre decenni. Il secondo capitolo sarà un film più politico, una biografia del sindaco di Clichy-sous-bois Claude Dilain ambientato nel periodo della rivolta del 2005, il terzo sugli anni ‘90.

Oggi sarebbe dovuto iniziare il Festival di Cannes, invece siamo ancora a casa e con i cinema chiusi. Che ne pensa? La prima vittima sarà il cinema d’autore?

È una catastrofe per tutto il cinema. Distribuzioni e produzioni in Francia, come altrove, sono alla canna del gas, i cinema restano chiusi, i set fermi, il Festival di Cannes è una vetrina mondiale specie per il cinema d'autore. Non voglio neanche pensare a quello che succederà nei prossimi anni.

Il suo film è stato venduto nel mondo intero e ha avuto la candidatura all'Oscar. Ha avuto proposte dall’America?

Sì, ho un agente laggiù, ma per ora rifiuto tutto, mi hanno proposto una serie, un film Marvel, per ora mi concentro sui miei progetti, non è nelle mie priorità.

Che si aspetta dal futuro, nel dopo pandemia?

Anche dal male può nascere il bene: la solidarietà si è messa in moto in questo periodo. Spero che questa crisi possa portarci a vedere le cose in modo diverso. Il capitalismo mette il denaro e il potere prima di tutto. Ma davanti al virus non ci sono più le classi sociali, perché tutti possono ammalarsi. Purtroppo, siamo talmente folli che magari tra pochi mesi avremo ripreso le nostre vecchie abitudini.

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