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Oliver Stone con il suo Wall Street (1987) inaugura TimVision Floating Theatre, la rassegna di cinema galleggiante sul Laghetto dell’Eur a Roma, organizzata da Alice nella città con tanti partner prestigiosi, da Eur Spa alla Fondazione Cinema per Roma, dal David di Donatello al MiBACT. "Un progetto totalmente nuovo – come spiegano i curatori Gianluca Giannelli e Fabia Bettini - 150 posti tutti distanziati per vedere film nuovi e restauri, con molti ospiti".

Tra questi Matt Dillon, che ha concluso da poco il documentario The Great Fellove (debutto previsto al Festival di San Sebastian), Matteo Garrone per il restauro di Gomorra o Diane Fleri per Nina di Elisa Fuksas, girato proprio nel quartiere di Roma amato da Michelangelo Antonioni.

Il 73enne regista – impegnato in un tour italiano che lo porterà domani alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, il 26 a Fano per Passaggi Festival, il 27 alla Rotonda di Senigallia, il 28 alla Villa Vitali di Fermo, il 2 settembre, al teatro Tito Gobbi di Bassano del Grappa, per la chiusura della Milanesiana e a inizio settembre alla Mostra del Cinema, di Venezia dove il 5 riceverà il Kinéo alla carriera - avrà l’occasione per parlare della sua autobiografia Cercando la luce (titolo originale Chasing the Light), che sta per uscire con La Nave di Teseo. Un volume di oltre 300 pagine che si concentra sulla prima parte della sua carriera, fino all’Oscar per Platoon nel 1986, con una cospicua sezione dedicata alla sua drammatica esperienza in Vietnam dove arrivò 21enne, appena uscito da Yale, come volontario. Non mancano i ricordi dell’infanzia a New York, figlio di una coppia mista – americano lui, francese lei – che si era conosciuta durante la seconda guerra mondiale e divorziò nel 1962. E poi naturalmente il suo debutto nel cinema, come sceneggiatore, e l’Oscar per lo script di Fuga di mezzanotte, preludio a una carriera registica spesso nel segno di polemiche politiche e con tante incursioni nel documentario.

Cosa rappresenta per lei Wall Street?

Sono particolarmente legato a quel film, il primo realizzato nell'ambito dello studio system, a parte The Hand. Lo produsse la 20th Century Fox, ebbe un budget che non avevo mai visto né immaginato. Ho sempre realizzato film indipendenti e quella fu per me una svolta. Ci tengo anche perché lavorai in collaborazione con mio padre che era stato un broker a Wall Street per tutta la vita e che purtroppo ci ha lasciato nell’85. Di Wall Street si erano occupati un paio di film prima d’allora, di Robert Wise e Frank Capra, ma in generale non si parlava mai di business al cinema. Dopo il mio film, l’attenzione dell’uomo della strada è stata sollecitata e l’argomento è arrivato anche nelle news e sui quotidiani. È cambiato l’atteggiamento rispetto ai soldi, con Ronald Reagan e gli anni ’80. Prima era considerato volgare parlare di soldi, dopo abbiamo iniziato a adorare il dio denaro. È interessante anche vedere il passaggio tra i due film Wall Street e Wall Street Il denaro non dorme mai del 2010, che viene dopo il crollo del 2008 e racconta ulteriori trasformazioni.

Come ha strutturato la sua autobiografia e perché si ferma a Platoon?

Il libro racconta come ho lavorato fuori dal sistema, le mie battaglie di ribelle e underdog. Sono i miei primi 40 anni di vita. Nel 1987 si chiude un ciclo. Si realizza il mio sogno che è costato tanta fatica, lacrime e sangue, fallimenti, passi indietro, sofferenza. Ci sono io ragazzo a New York, poi la devastante esperienza in Vietnam. All’epoca ero giovane e non consapevole di quello che stavo vivendo, la vita corre veloce e i film anche, ho fatto 10 film in 10 anni. Con Salvador e Platoon ho trovato il mio posto a Hollywood. Molti pensano che il regista abbia il controllo della situazione, ma il controllo ce l’hanno i soldi.

Lei è sempre stato politicamente molto impegnato. Come vede gli Stati Uniti di Trump?

Ci sarà materia per un nuovo libro. Siamo sulla scia della rivoluzione di Reagan, il potere è tutto nel denaro che domina la politica, lo spettacolo, ogni aspetto della vita americana. Magari chi ha 20 anni la vede diversamente, e considera tutto questo normale, ma per me non è così.

Pensa che Trump sarà rieletto?

Non credo che vincerà, ma il problema non è questo. Democratici o repubblicani sono la stessa cosa, orientati alla spesa militare, un trilione di dollari spesi per preparare guerre, per controllare altri paesi, mentre non ci sono fondi per le infrastrutture, la cura dei virus. Non si spendono soldi per gli americani in America, ma solo per gli americani all’estero, quelli che lavorano nell’esercito. La spesa militare aumenta di anno in anno. Del resto in Italia avete il più alto numero di basi militari americane dopo la Germania. Dovreste saperlo.

Il libro parla anche della sua vita privata?

Ci sono delle cose personali, ma non è un libro confessione, si parla di cinema e si rivolge alle persone che amano il cinema. Non parlo dei miei problemi con il gioco, dei miei cani, delle donne che ho amato, sono cose importanti ma non più di tanto. Quando vai avanti con gli anni, tendi a essere più indulgente. Forse quando avrò 80 anni farò un memoir come fece Elia Kazan.

Qual è la situazione del cinema americano nella pandemia?

Snowden nel 2016 è stato finanziato da Germania e Francia e in piccola parte dagli Usa, ed è un film che parla di un cittadino americano. Tutto questo è deprimente. Ho lottato per realizzare i miei primi film, solo JFK e Nixon sono stati finanziati integralmente. Ma oggi c’è una vera e propria ingerenza da parte del governo. Bisogna leggere questo libro di Matthew Alford e Tom Secker National Security Cinema per capire come il governo, la CIA, il Dipartimento della Difesa controllino i film leggendo le sceneggiature e non fornendo attrezzature, navi, aerei. Il Dipartimento aveva rifiutato Platoon dicendo che non esisteva il fuoco amico in Vietnam, che non sono stati uccisi dei civili, donne e bambini, una marea di bugie insomma. Ma dopo il 2001 è praticamente impossibile criticare la politica estera americana. Esiste una censura economica.

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