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Dopo il Festival di Rotterdam e quello di Giffoni - in concorso a Generator +18 - Rosa Pietra Stella, opera prima di Marcello Sannino è stasera in Piazza del Popolo alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e in sala dal 27 agosto con PFA Films. Un titolo evocativo e misterioso che contiene un omaggio al brano di Sergio Bruni Carmela, stesso nome della protagonista (Ivana Lotito), giovane donna di Portici, agguerrita, arrabbiata, pronta a tutto per sbarcare il lunario, anche a fare affari sugli immigrati clandestini vendendo permessi di soggiorno e falsi contratti di lavoro in una rete che coinvolge avvocati e imprenditori disonesti.

Madre di una bambina di undici anni, Maria, che ha trascurato e che ora è decisa a ritrovare in un legame viscerale. Ma nel frattempo uno sfratto esecutivo le pende sulla testa, ha un rapporto complicato e conflittuale con sua madre e sua sorella, in fondo un senso di solitudine profondo. L'incontro con Tarek (Fabrizio Rongione), un pizzaiolo algerino, sembra portare un nuovo equilibrio nella sua vita ai margini.

Prodotto da Antonella Di Nocera (Parallelo 41 Produzioni), Gaetano Di Vaio e Giovanna Crispino (Bronx Film) e Pier Francesco Aiello (PFA Films) con Rai Cinema, con il contributo di MIBACT-DG Cinema e Audiovisivo, Regione Campania e Film Commission Regione Campania, Rosa Pietra Stella è un esordio pieno di energia a passione civile che rimanda a modelli forti, da Rosetta dei Dardenne a Adua e le compagne di Pietrangeli. Nel cast anche la piccola Ludovica Nasti e Imma Piro. Sannino, nato a Portici nel 1971, ha al suo attivo tanti documentari.

Quanto ha contato la sua esperienza di documentarista nel costruire un personaggio ancorato alla realtà anche se ben strutturato nella sceneggiatura scritta con Guido Lombardi e Giorgio Caruso?

Il film è ispirato alla vita di una persona reale, Susanna, un’amica conosciuta anni fa. Con lei mi sono trovato spesso coinvolto in giornate senza fine, passate ad inseguire persone da incontrare, commissioni da fare all'ultimo momento, illusioni di piccoli affari da concludere.

Il film descrive la lotta tra diseredati, italiani e stranieri, in una società da cui è completamente assente la coscienza di classe.

E' così, in maniera selvaggia e incosciente c'è questa lotta tra disperati e nessuna abitudine politica a mettersi insieme contro chi sfrutta. Sono storie universali che abbiamo visto di recente anche in grandi film come Parasite o Joker, la competizione nei bassifondi. Non ci sono istituzioni in grado di risollevare Carmela e quelli come lei da una condizione di pressante e perenne bisogno a cui si danno risposte solo individuali.

Neppure la Chiesa cattolica sembra in grado di dialogare con gli ultimi.

Il prete rivolge il suo aiuto ad altre persone, quelle che frequentano la chiesa. Le istituzioni non hanno la sensibilità di andare al di là di una struttura gerarchica e di un uso privatistico dei servizi sociali, che lavorano per schemi. A volte anche con l'obiettivo di trovare utenti per le case famiglia. Mi sono documentato con psicologi e assistenti sociali che lavorano nei centri di accoglienza e nei consultori: non hanno i mezzi per aiutare la famiglia, quindi cercano di salvare il bambino e spesso lo fanno togliendolo ai genitori, ad esempio con i minori Rom. Ma, salvo rari casi, non c’è posto migliore per un bambino che accanto a sua madre.

Carmela sembra incapace di inserirsi nella società. Anche quando trova un piccolo lavoro regolare anche se saltuario come hostess, finisce per rubare una giacca.

C'è una questione caratteriale, un non volersi adattare, l'illusione che la strada possa essere il luogo dove svoltare. Il film è sincopato, va avanti senza dare troppe spiegazioni. Ma nella scena che lei cita, Carmela si confronta con le universitarie che parlano italiano e sanno come muoversi, lei si sente inadeguata e a disagio. Come ovunque.

Lei racconta molto bene il commercio dei permessi di soggiorno sulla pelle degli immigrati.

Tutti gli africani che ho incontrato me l'hanno confermato: hanno pagato un avvocato e un imprenditore per avere il permesso. La legge li ha destinati alla clandestinità perché avere un lavoro regolare in Italia è molto difficile, mentre la Germania accoglie i migranti con i corsi di tedesco e i contratti. In Italia il lavoro regolare non c’è: la grande occasione del lockdown poteva essere far emergere il sommerso.

Il film ha modelli cinematografici alti, dai Dardenne a Rossellini a Pietrangeli.

Mi piace raccontare le donne per conoscerle e ho tra i miei riferimenti film come Rosetta, Adua e le compagne, Gloria di Cassavetes, Senza tetto né legge di Agnès Varda. Anche nel prossimo film parlo di una donna e mi affiancherà una sceneggiatrice nella scrittura. Mi affascina da sempre e penso che il cinema abbia trovato nelle sue attrici meravigliose una forza in più, una complessità e una bellezza non solo estetica. Certo, Cassavetes è diverso da Rossellini o da Loach o dai Dardenne, ma condividono quella sincerità, quella urgenza del racconto.

Come ha scelto Ivana Lotito, che abbiamo visto in Gomorra - La serie nel ruolo della figlia del boss e moglie di Genny Savastano, ma anche ne Il grande spirito di Sergio Rubini.

Il film l’ho pensato molti anni fa mentre frequentavo Susanna e inizialmente volevo fare un documentario come Grifi con Anna. Poi ho pensato che mi piaceva confrontarmi con un racconto che partisse da un personaggio reale per costruire una storia più universale. Avevo visto Ivana nella seconda serie di Gomorra, mi aveva colpito una scena in cui lei è allo specchio, aveva un'espressione che la faceva somigliare a Susanna. Ma io cercavo un'amazzone e Ivana non è così imponente, però dopo aver visto molte attrici e anche non attrici, l'ho incontrata a il suo piglio mi ha convinto. Abbiamo lavorato sul napoletano con un coach, perché lei è pugliese e vive a Roma, e si è dimostrata straordinaria, un’attrice tecnicamente e sentimentalmente bravissima.

Ho apprezzato molto la presenza di Fabrizio Rongione, che è anche un omaggio ai Fratelli Dardenne. Un attore notevole, un italo-belga che qui veste i panni di un algerino in un ruolo di uomo accogliente e protettivo, lontano da certi cattivi che ha interpretato nella sua carriera.

Guido Lombardi l’aveva conosciuto e così ci siamo incontrati. Mentre scrivevo pensavo a un immigrato pakistano ma non riuscivo a dialogare bene con quella comunità, invece avevo contatti con tanti algerini. Così ho cambiato la nazionalità del personaggio e Fabrizio è stato molto credibile nel diventare algerino. E' una figura saggia venuta da una guerra, ha un volto antico che può essere tenero o duro allo stesso tempo.   

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