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PESARO – Si è sparsa la voce che sia lei la presidente della giuria di questa 50esima Mostra di Pesaro. Ma Maria de Medeiros smentisce: “Non sono presidente, io sono per l'anarchia”.  Insieme alla sceneggiatrice Francesca Marciano, al regista Daniele Vicari e al critico Silvio Danese, sarà comunque chiamata a decretare il vincitore del Premio Lino Micciché in una selezione molto rigorosa, con film di varia provenienza, dal Cile all’Estonia, dalla Colombia all’India (c’è anche un titolo italiano, I resti di Bisanzio di Carlo Michele Schirinzi e una coproduzione turco-italiana, The Fall from Heaven). “Essere in giuria in un festival che a 50 anni ha sempre lo sguardo puntato verso il cinema nuovo mi interessa moltissimo, perché mi dà la possibilità di fare delle scoperte che altrimenti sarebbero impossibili”, dice ancora l’attrice portoghese. Nata a Lisbona, cresciuta in Francia dove ha studiato filosofia prima di iscriversi alla scuola di teatro, molto amata dal cinema italiano, è universalmente conosciuta per il suo ruolo in Pulp Fiction di Quentin Tarantino, mentre con Tres Irmaos della connazionale Teresa Villaverde ha vinto la Coppa Volpi a Venezia. Cinecittà News l'ha intervistata.

Lei ha un rapporto molto forte col cinema italiano, tra i suoi ruoli più belli c’è quello di Leonor Fonseca Pimentel nel film di Antonietta De Lillo Il resto di niente.
Il mio primo film in Italia è stato Honolulu Baby di Maurizio Nichetti, poi c’è stata la splendida esperienza con Antonietta, Il riparo di Marco Simon Puccioni, Il Compleanno di Filiberti. Mi interessa molto il cinema italiano e lavorando qui ho imparato la vostra lingua, anche se la mia seconda patria resta la Francia.

Il resto di niente è un film che avrebbe meritato di più. Un grandissimo lavoro di costruzione del personaggio di questa nobildonna rivoluzionaria nella Napoli del Settecento.

È vero, il film non è stato visto quanto avrebbe meritato. Per esempio non è mai uscito in Portogallo. C’è stata un’anteprima a Lisbona, a cui ha partecipato Josè Saramago, l’unico portoghese che sapesse chi era Leonor. Adesso sarà proiettato in una piccola retrospettiva organizzata da Paulo Branco nel suo festival e a me dedicata.

Ancora in Italia ha appena finito le riprese del film di Abel Ferrara su Pier Paolo Pasolini. Un progetto molto atteso.

Ho girato in aprile nel ruolo di Laura Betti, che avevo già incontrato sul mio cammino perché da qualche anno sto cantando alcune canzoni del suo repertorio e ne ho anche tradotte alcune in altre lingue, ad esempio una di Moravia. Il film si concentra sull’ultimo giorno di Pier Paolo Pasolini e vi appaiono tutte le persone che lui ha visto in quella giornata, in cui tra l'altro stava lavorando a un suo nuovo progetto.

Lei è stata giurata anche a Cannes, nella giuria della Caméra d'or. Cosa ricorda di quell’esperienza?
Nei grandi festival c’è una dinamica interessante che ho raccontato in un mio lavoro, Je t'aime, moi non plus, che parla dell'intimo e contraddittorio rapporto tra artisti e critici. A Cannes sono stata come attrice – ed è stata l’esperienza più violenta - come regista e in quest’ultimo caso come giornalista, un ruolo che sembra fatto apposta per essere al festival, anche se c’è sicuramente molta pressione anche sui giornalisti.

In che senso dice che per un’attrice è un’esperienza violenta?
A Cannes ci sono codici molto forti che mi sono divertita a ritrarre e per una giovane attrice, quale ero io, può essere molto violento.

Quest’anno il festival ha festeggiato i vent’anni di Pulp Fiction. Che ricordo ha di quel film?
Nella mia carriera ho fatto pochi film commerciali e il successo favoloso di Pulp Fiction è stata una bellissima sorpresa. Quando mi arrivò la sceneggiatura, che era grossa così perché Quentin scrive molto e molto bene, l’ho letta come se fosse un libro, mi sono appassionata e ricordo di aver pensato: voglio assolutamente farlo, anche se non so chi potrà amarlo, perché era così audace nella costruzione, nel gioco cronologico. Devo dire che Quentin non mi ha mai deluso. Sarebbe stato facile per lui imitare se stesso, ma non l'ha fatto mai. Trova sempre una prospettiva nuova e arriva a un pubblico universale. È la prova che il cinema autore può arrivare lontano.

È vero che lei voleva fare la pittrice?
Vengo da una famiglia di artisti dove l’arte è intesa come qualcosa di globale. Mio padre è un musicista classico ma ha scritto libri, fatto cinema e tv, e per me è normale che l'arte sia una forma poliedrica. Comunque il mio sogno era dipingere e la colpa di avermi depistato è di Joao César Monteiro che mi ha fatto scoprire il cinema. Adesso finalmente sto tornando alla pittura: disegno i miei storyboard e ho fatto la copertina del mio nuovo cd.

È ancora legata al cinema portoghese?
Certo, è pieno di autori interessanti, ma molto sacrificato perché non c'è la volontà politica di proteggere la cultura e tantomeno il cinema. Considero Tabù un capolavoro. E Teresa Villaverde è una grande autrice.

Come regista da chi ha imparato di più tra i tanti autori con cui ha lavorato?
Tutti sono stati una scuola fantastica, in ciascun mio progetto guardo a qualcuno di loro, ma non sento di appartenere a una scuola.

A cosa sta lavorando adesso?
Ho realizzato un documentario, Repare bem Los ojos de Bacuri, una coproduzione italo-brasiliana, su iniziativa della Commissione di amnistia e riparazione che dipende dal ministero della Giustizia del Brasile. Stanno chiedendo scusa ufficialmente alle vittime della dittatura militare e io ho filmato a Roma una famiglia esiliata per 40 anni in Italia, madre e figlia che oggi tornano in Brasile e scoprono un paese che chiede perdono per la morte del padre, orrendamente torturato e ucciso. È una storia di resistenza e sopravvivenza e ora anche di riconciliazione che si muove tra Cile, Italia, Olanda e Brasile. Poi, sempre con il Brasile, sto portando dal teatro al cinema un lavoro sulle nuove forme familiari e i bambini nelle coppie gay.

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