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Claudio Giovannesi sbarca al Lido per guidare la giuria della Mostra che dovrà decidere un premio importante, quello all’opera prima, in grado di aprire una finestra e illuminare un nuovo autore e la strada che andrà a precorrere. Il regista de La paranza dei bambini è in Sardegna, a Carloforte, al Festival dedicato alla musica per il cinema, Creuza de Mà. (foto di Rocco Giurato)

Giovannesi, come vede questo suo impegno di presidente della Giuria Opere Prime alla Mostra di Venezia? 

Il Leone del Futuro va a guardare i film che stanno nelle diverse sezioni della Mostra, un premio di grande responsabilità perché il primo film spesso dà l’inizio alla vita di un cineasta. Non si pensa che, ad esempio, uno come Fellini ha fatto un primo film, Lo sceicco bianco, dopo quello insieme a Lattuada, che è secondo me un capolavoro, uno dei miei film preferiti ed è stata un’opera prima; uno dopo vede le carriere dei maestri ma alle spalle ci sono sempre le opere prime.

Come orienterà le sue scelte per il premio?

È giusto il titolo Leone del Futuro perché noi dovremo cercare di riconoscere la possibile vita di uno sguardo, di un’intenzione e questa cosa è il senso del Premio e almeno così è come la andrò a interpretare.

Oltre ad essere un regista lei è anche un musicista e compositore, e qui a Creuza de Mà si è esibito con il suo quartetto. Qual è il suo rapporto con la musica?

Questo di Gianfranco Cabiddu è l’unico Festival che mette in relazione la musica con le immagini, io collaboro sempre con il mio musicista per le colonne sonore, perché da ragazzo ho studiato musica e poi jazz, e poi, solo dopo, è arrivato il cinema nella mia vita. Con Andrea Moscianese, con cui ho fatto le musiche di quasi tutti i miei film - Alì ha gli occhi azzurri, Fiore e La paranza dei bambini - abbiamo questo progetto che è nato sei anni fa che si chiama Live Suondtrack. Ha un titolo inglese perché in italiano non rende quello che succede: abbiamo preso delle sequenze di film con cui abbiamo un rapporto anche solo affettivo, film visti da ragazzi, film molto famosi e pop che ci hanno sempre accompagnato. E queste sequenze contengono delle colonne sonore di compositori anche importantissimi, e noi le andiamo a riproporre dal vivo con il sincrono che ha usato il regista. Dunque la percezione che si ha è diversa: più che ascoltare un concerto si guarda, con le immagini che scorrono sullo schermo e sotto, al buio, noi musicisti che suoniamo dal vivo le musiche originali del film.

Quali sono i film e i brani che avete scelto per Carloforte?

Abbiamo scelto tanti musicisti per tanti registi, Pasolini, Fellini, Tarantino, ci sono film orientali ma anche Kubrick e abbiamo lavorato sulle partiture di Morricone, di Nino Rota o anche pezzi più classici come Schubert e Shostakovic. Per noi è una grande occasione di studio oltre che di divertimento.

Un concerto pubblico eseguito nel rispetto delle accortezze sanitarie, in un momento complicato per tutti. Come ha vissuto il suo lockdown?

Le coincidenze hanno fatto sì che io nel periodo del lockdown dovessi scrivere, e quindi ho avuto la possibilità di lavorare, ma è anche vero che per come lavoriamo con il mio gruppo di sceneggiatori e il casting c’è sempre una discesa nella realtà per cui questa fase di scrittura a un certo punto necessiterà di un incontro con gli altri esseri umani, e speriamo che questa cosa avverrà presto.

Il suo prossimo film sarà ambientato nel passato?

Sì, ci sono delle ipotesi di lavoro, non dico titoli, trame o cose del genere, ma posso dire che c’è comunque l’idea di lavorare su una storia ambientata nel passato, un’idea che si è andata rafforzando nel momento in cui con i miei collaboratori ci chiediamo in che modo rappresentare il presente al cinema. Se dovessimo fare un film adesso, in che modo rappresenteremmo il presente, ora con la gente in giro con le mascherine, il distanziamento, un limbo difficile da raccontare al di là del discorso Covid… invece andare a raccontare il passato, cercando di fare un film che anche politicamente possa andare a riflettere sul presente è la strada che stiamo studiando.

Cosa ha appreso da questo periodo e dalla pandemia?

Il senso di responsabilità. Quello che in queste situazioni viene fuori è il senso di responsabilità perché a livello individuale sei tenuto ad avere un comportamento che coinvolge tutti, quindi hai a che fare con il concetto di civiltà che in questo caso ha una finalità pratica, quella di cercare di contenere una pandemia.

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