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VENEZIA - È un medico nella Prussia del Settecento (Johan Anmuth), in bilico tra nuove spinte razionaliste e antiche forme di animismo, che per curare ascolta i sogni dei sui pazienti e li racconta in un manoscritto attraverso le loro fantasie. Ma anche, parecchi anni più tardi, un dottore dei nostri giorni, alle prese con la medicina contemporanea che ha fatto del corpo umano un mero involucro da esplorare e oltrepassare, senza remore, con con aghi, bisturi, ecografie. La star di Game of Thrones, Charles Dance, è tra i protagonisti dell’esordio al lungometraggio di Carlo S. Hintermann, The Book of Vision, che apre la 35ma Settimana Internazionale della Critica a Venezia. Un film visionario, carico di suggestioni. Un viaggio attraverso passato e presente, vita e morte, razionalità e fantasie, con un cast internazionale di cui fanno parte anche Lotte Verbeek (The Black List, Outlander, I Borgia), Sverrir Gudnason, Isolda Dychauk (I Borgia, Faust, TwoGirls) e Filippo Nigro. “La possibilità di attraversare il tempo mi ha sempre affascinato – ha rimarcato il regista - forse il primo motivo per cui mi sono innamorato del cinema è la sua capacità di saltare in dimensioni temporali e spaziali diverse. Il meccanismo è lo stesso: aprire una porta verso una dimensione inaspettata, verso il fantastico. Dal punto di vista visivo sia la parte contemporanea che quella del passato tengono conto di questa porta: ogni luogo, ogni oggetto, ogni azione ha una valenza ambigua, in bilico tra due dimensioni.”

Al centro di The Book of Vision - coproduzione Italia, Gran Bretagna, Belgio- la vicenda di una giovane e promettente dottoressa che abbandona la sua carriera per immergersi nello studio della Storia della medicina, attraverso al lettura del manoscritto del dottor Anmuth e, facendolo, mette in discussione tutto: la propria natura, il proprio corpo, la propria malattia e un destino segnato. Questo contatto diretto le permetterà di capire quanto il racconto dei pazienti sia importante, quanto parlare della propria malattia e quindi del proprio corpo abbia lo stesso peso dell’indagine medica.

Notevole il cast tecnico, a partire dal produttore esecutivo Terrence Malick. Direttore della fotografia Joerg Widmer, tra i più celebrati direttori della fotografia europei, scenografo David Crank e costumista Mariano Tufano, vincitore del David di Donatello per i costumi di Nuovomondo nel 2007. Le musiche sono di Hanan Townshend e l’artwork porta la firma di Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ: "Di questo lavoro ho provato a cogliere e isolare la visione trascendente e immanente della natura, che brulica fuori e dentro il corpo, sempre in mutamento come l'anima”, dice.

Il film, in particolare sul finale, sembra dar voce alla teoria che siamo tutti interconnessi e che niente si esaurisce nel proprio tempo. Cosa ne pensa, è d’accordo?
Assolutamente. In particolare, alla luce di quello che siamo vivendo in questo momento con il Covid che ha creato unità all’interno del genere umano tenendolo al contempo separato. Siamo separati insieme. Una situazione che ci ha fatto porre una serie di domande, interrogandoci sulle cose di cui ci circondiamo. Uno degli aspetti positivi dell’emergenza sanitaria è, forse, proprio quello che ci ha spinti a pensare. Abbiamo passato tanto tempo a dare tutto per scontato, e forse, quello che abbiamo finora considerato importante non lo è poi così tanto. Magari, sarebbe più importante iniziare a pensare ad altre questioni, come quella ambientale. 

La relazione tra medicina e corpo è cambiata nel tempo, oggi il corpo è diventato un involucro da curare, e questo approccio distaccato si ritiene permetta di esercitare al meglio la propria professione. Pensa che sia un progresso o, piuttosto, un passo indietro nella visione complessiva dell’uomo? 
Con l’evoluzione storica la vita umana è andata avanti sotto molti aspetti, ha fatto moti progressi sotto vari punti di vista: tecnico, scientifico, culturale. Dobbiamo, però, continuamente ricordarci la legge di causa ed effetto, possiamo fare tante cose ma dobbiamo interrogarci sugli effetti di ogni azione che compiamo. Penso che oggi si stia facendo un piccolo passo in avanti, e che queste domande se le stiano iniziando a porre, in parte, vari settori della società, non solo la medicina ma anche altre scienze. Alcuni medici stanno dedicando più tempo al parlare con il paziente, ad ascoltarlo, a sentire cosa prova e sente. E credo che questo sia molto importante.

Nel film veste i panni di due personaggi molto differenti. Come si è preparato a questo doppio ruolo da interpretare?
Il mio lavoro è sempre quello di servire il personaggio. In questo caso, poi, avevo a disposizione un ottimo copione, una buona storia e un regista che mi è piaciuto sin dall’inizio. Sono cinquant’anni che faccio l’attore, non uso il metodo, ma affronto ogni lavoro in una maniera diversa, basandomi per lo più sulla sceneggiatura. A volte è più semplice di altre, il mio compito è essenzialmente sempre lo stesso: far finta di essere qualcuno e far in modo che questa finzione sia credibile anche agli occhi dello spettatore. In questo caso non ho fatto altro che assorbire tutto quello che avevo a disposizione come una spugna e rimetterlo sullo schermo. Che è poi ruolo dell’attore, accompagnare la visione del regista sullo schermo.

Nella resa cinematografica, quale dei due personaggi l’ha soddisfatta di più?
Trovo che tra i due personaggi quello storico, sin dalla scrittura, abbia maggiori stratificazioni, e mi ha fatto piacere vedere che anche il personaggio venuto fuori nel film risulta essere altrettanto interessante.

Che ne pensa, in generale, del risultato finale del film?
Lo trovo un gran bel film, anzi ottimo. In un certo senso spinge lo spettatore alla riflessione e a porsi una serie di interrogativi.  C’è una frase di Shakespeare che trovo molto adatta a descrivere le sensazioni che suscita la pellicola: “Ci sono molte più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”, ed è una frase scritta nel 1500.

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