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VENEZIA - La Biennale Teatro li ha consacrati - due anni fa (2018) - con il Leone d'oro alla carriera, ma la loro opera omnia s’esprime nella libertà di non aver scelto un unico linguaggio per la “comunicazione involontaria” di cui si occupano, infatti Flavia Mastrella e Antonio Rezza sono in Selezione Ufficiale alle Giornate degli autori con un film, Samp, un viaggio, una performance, una metafora dello sfaldamento culturale, con protagonista un killer – Samp, interpretato da Rezza stesso, assoldato da un potente della terra - che s’innamora a ripetizione e adopera la musica come terapia psicologica. 

Un soggetto originale, che ha richiesto 19 anni di lavorazione: Mastrella, Rezza, qual è stata la genesi del vostro progetto, che processazione ha avuto per giungere alla stesura finale?

Non è che abbiamo impiegato 19 anni, sarebbe una forma di autismo latente, con tutto il rispetto e la stima per le persone affette, che hanno una gestualità e una sensibilità superiori alla nostra: lo abbiamo volutamente interrotto perché pensavamo il cinema non fosse un terreno così libero come credevamo invece fosse il teatro allora, ma ci siamo riaffacciati adesso (al cinema) e abbiamo scoperto che la situazione non è minimamente mutata. Nel 2001 avevamo presentato Delitto sul Po, un progetto ancora più estremo di Samp, e dopo una settimana, nonostante un afflusso di pubblico enorme, ce l’hanno smontato e detto che non poteva andare più avanti, perché non aveva un ‘visto censura’, che non era stato concesso solo perché la Commissione non s’era riunita: noi rimanemmo scocciati da questo, in modo molto infantile, e decidemmo che il cinema non faceva per noi, perché nel teatro nessuno s’era mai comportato così, e quindi facciamo teatro, per cui abbiamo anche vinto il Leone d’oro della Biennale, due anni fa. Anche se in realtà i nostri progetti cinematografici non si sono mai fermati, ma la situazione che abbiamo scoperto adesso, riaffacciandoci al mondo del cinema, è la stessa, pure un po' peggio: l’indipendenza, sempre più, viene vista come una malattia, come un virus.  

È davvero non scontata, particolare, curiosa, anche la scelta dei nomi dei personaggi della vostra opera, a partire da Samp, ma anche Principessa (Francesca Cogodda), Scozzese (Francesco Artibani): come è nata la nomenclatura di Samp e degli altri?

 È favolistica. Il lavoro s’ispira anche un po' alla favola, con cui ci sono varie attinenze. Non c’è comunque niente di più ipocrita e fasullo che dare nomi di finzione ai personaggi: immaginiamo romanzieri, o anche chi fa film, che si spreme le meningi per capire quale sia il nome più adatto da dare al personaggio, è completamente arbitrario. Noi non ci scervelliamo, diamo i nomi che sono attinenti alla storia: Armando si chiama Armando nella vita, lo Scozzese è Scozzese perché veste scozzese, Samp perché ambientato nei luoghi di San Paolo, come Galatina in Puglia. Scegliere un nome è il primo compromesso che raggiunge l’autore nei confronti del pubblico che guarderà: nel nome c’è la menzogna spesso, un nome è un nome, è un suono. 

La figura femminile sembra essere centrale per Samp: la madre, che lui uccide, e la donna ideale, di cui va alla ricerca, innamorandosi a ripetizione: che simbologia rappresenta per voi la donna in questa storia? E la musica, che Samp usa per curarsi dai suoi disturbi psicologici, si può intendere come una ‘terza donna’ del film?

 La musica può essere considerata un’attività creativa, sì normalmente appartenente ‘al femminile’, ma non meno ‘al maschile’: se sussistono tutte e due le parti è sempre meglio. In una cultura maschilista come la nostra ci sembra altrettanto ipocrita, come dare i nomi ai personaggi, la finta difesa della donna, che poi viene discriminata ogni momento. La quota rosa è una pagliacciata, le donne dovrebbero offendersi del solo fatto di essere giudicate come numero e non come quoziente intellettivo. La nostra è sempre stata una cultura maschilista, è un problema irrisolvibile. Infatti, in Samp la donna è generalizzata, come in realtà nel nostro momento storico. E dire che la musica è donna significherebbe falsificare ancora una volta la realtà, perché la musica non ha un genere. Io non vedo differenza tra uomo e donna, per me la donna è un uomo come noi (dice espressamente Rezza). 

Samp, nel suo peregrinare in Puglia, incontra dei personaggi, semplici, genuini, complessi, quasi il suo ‘viaggio’ fosse una sorta di Via Crucis di confronto con una forma di redenzione, sembrerebbe. È un’interpretazione che rientra nelle vostre intenzioni, oppure che significato avete attribuito a questi soggetti?

 No, è un’interpretazione personale perché noi normalmente non diamo soluzione, diamo libertà d’interpretazione. I nostri personaggi, per noi, sono la scusa per fare la storia, che però è aperta, ognuno può vedere quello che vuole. Chi fa un film, però, non è che lo faccia per chi lo vedrà, non è che si cerchi il dialogo con chi guarda, c’è una diversità di ruoli: l’arte assoluta è quella che lavora per se stessa, e c’è apertura sì, ma al fraintendimento, requisito basilare di un’arte superiore. 

Il Presidente, che ingaggia Samp per uccidere i tradizionalisti, chi è? C’è stata un’ispirazione a qualche potente reale della Terra, e al suo operato, che vi ha fatto decidere che fosse proprio un politico la molla delle azioni di Samp?

 Dal ‘600 in poi potrebbe essere qualsiasi dittatore o imperatore: è il potente per eccellenza, la sua metafora, un soggetto che schiaccia sempre; già in epoca romana i Volsci sono stati sterminati, e la Storia si ripete. Noi lavoriamo contro ogni rappresentazione e ogni gestione del potere terreno: sull’ultra-terreno, sulla morte, inizieremo a lavorare dopo questa Mostra!

I personaggi – reali o di finzione – che rimangono eterni sono quasi sempre caratterizzati da un dettaglio estetico (es. la sciarpa rossa di Fellini, la tutina gialla di Kill Bill) e sembra che la giacca rosa di Samp rientri in questo tipo di iconografia: perché la scelta di un capo d’abbigliamento per connotarlo, perché proprio la giacca, perché di quel tono cromatico?

La moda del rosa nel 2001 debuttava, adesso è super usato: il nostro è un ‘rosa fior di loto’, una contaminazione orientale, ma anche i cartoni animati usano molto quel colore. È un tono per accentuare ancor di più la narrazione metafisica. Però, non è che abbiamo fatto delle ‘sedute sul rosa’: il colore è come il nome, dev’essere deciso in velocità, altrimenti diventa una sovrastruttura del pensiero, e fa inevitabilmente l’interesse di chi vede; se uno pensa: ‘questo colore potrebbe suscitare…”, già il fatto di pensare che possa suscitare un’emozione particolare in chi guarda sta già facendo giocare sporco. La nostra cultura è disseminata di queste convenzioni e di queste porcherie, mentre noi vogliamo suscitare delle emozioni in noi, non in chi guarda. Solo alla fine del percorso si riescono a suscitare – involontariamente – delle emozioni in chi guarda, ma solo alla fine. Quando facciamo una scelta, ognuno di noi due porta il proprio bagaglio culturale, ma non ci si lambicca intorno ad un nome o un colore, perché serve spontaneità. 

Questo vi consente di avere un carico emotivo e creativo molto più ampio.

 Certamente. Ma non è un procedimento naïf, c’è una costruzione legata a caso e spontaneità che noi abbiamo coltivato da sempre, ma anche vent’anni fa eravamo come adesso, in parte colti, in parte selvaggi. E comunque vorremmo che, di fronte ad un film del genere, così virtuoso, veramente bello, la critica che ci segue rimasse inorridita se Samp non dovesse essere distribuito, ma non per un interesse nostro, a noi non cambia nulla, noi l’abbiamo fatto e i film sono anche per dopo la morte, però è un segnale politico il nostro: possibile che la critica sparisca nel momento in cui s’accorge che il film non viene distribuito? Questo è un danno alla percezione di tutte le persone che non dovessero vederlo, e vale per tutte le opere di grande livello. Si priva così la gente di una possibilità di crescita. 

C’è stata qualche manifestazione d’interesse per la distribuzione di Samp?

 Noi siamo persone difficili, perché vogliamo salvaguardare la nostra linea estetica: se chi distribuisce ci chiede - come prima cosa - se il film sia di nazionalità italiana perché questo gli fa risparmiare il 30%, non accettiamo questo dialogo perché noi siamo artisti; senza vedere il film ti chiedono se possono risparmiare il 30%: è un dialogo sterile e la critica deve occuparsi anche di questo, che è un confronto tra artisti e salumieri, e purtroppo la meglio ce l’hanno i norcini! Se la critica se ne lava le mani è un problema politico. Se il film non venisse distribuito ci aspetteremmo che uscissero articoli che si domandano come mai un’opera del genere non viene distribuita, ma non accadrà mai, mai. Perché non c’è coraggio.

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