/ INTERVISTE

VENEZIA - Quasi una silhoutte, algida nel buio della sala, quella d’un teatro sul cui palco scorrono acuti gli archetti degli strumenti sulle corde degli stessi, mossi dai musicisti. “Simone Marcelli (regista del film, ndr) ha scelto di farmi muovere all’interno dello spazio teatrale, dalla graticcia ai palchetti, mantenendo la scenografia minimale dello spettacolo: per il film ho leggermente modificato, appena appena, l’interpretazione, anche se io in genere uso un modo di recitare non particolarmente aulico, mi piace raccontare le storie in modo serio e pacato. La cosa davvero complicata è stata mixare le musiche, sia mentre giravano, che dopo: c’è stato un grandissimo lavoro per calibrarla. Tutto questo è stato fatto in due giorni! Io ero in tournée con lo spettacolo, per cui abbiamo dovuto trovare il modo di coordinare le due cose, al Teatro Petrarca di Arezzo, che ci ha ospitati poi con due giorni di repliche - gli ultimi due perché poi è arrivato il blocco per la pandemia. Comunque c’è stata una concertazione straordinaria, e con Marcelli ci siamo intesi da subito”, racconta Ottavia Piccolo, protagonista di Occident Express, film che partecipa alle Giornate degli Autori in Notti Veneziane – L’isola degli Autori. 

Lei, Ottavia Piccolo – un’interpretazione in cui la voce si sente carica di nostalgia e timori, in piedi, in mezzo al corridoio che attraversa al centro le file della platea, vuota. Non una scelta scenografica o suggestiva, ma “il” luogo, perché il palco è la scena, ma anche la platea si fa pancia del viaggio disperato, eppure non scevro di speranza, di Occident Express (Haìfa è nata per star ferma) di Simone Marcelli – testo di Stefano Massini – per questo film che è un viaggio di fuga, concertato - è proprio il caso di usare questo termine - con l’Orchestra Multietnica di Arezzo. “Sono costretta a usare il microfono, perché c’è la musica in scena: quello che però ho cercato di seguire è stato il tono di Stefano Massini, in cui non c’è nessun tipo di retorica strappalacrime, anche se si parla di un argomento terribile, il viaggio di Haìfa comporta tutto ciò che di malvagio c’è nell’essere umano. Abbiamo cercato di raccontarlo un po' come ce lo aveva raccontato Massini, che aveva parlato con questa donna, che si poneva in un modo laico, non reputandosi più speciale di altri, così abbiamo cercato di lasciare questa specie di ‘leggerezza’, che non propone mai un ricatto al pianto, cosa che credo abbia conquistato il pubblico”, riflette la signora Piccolo.

La vita vera del nostro tempo è anche un’anziana signora di Mosul che cinque anni fa ha intrapreso la propria fuga con la nipotina di pochi anni, ma sufficienti per percorrere 5000 chilometri sulla "rotta dei Balcani", dall’Iraq al Baltico. Haìfa non ha scelto quella “via” verso l’altrove ma l’inferno circostante l’ha costretta alla ricerca di una destinazione altra da quel luogo, seppur, come recita, “ho i capelli bianchi, non ho l’età per tutto questo viaggio”. Uno scappare che incalza e s’ingrossa man mano di parole e musica, in cui il regista Marcelli ha rispettosamente cercato – per la versione cinematografica – l’aderenza allo spettacolo teatrale, che nella versione filmica sembra conservare la levità di certe figure femminili classiche. “Abbiamo tenuto presenti i racconti delle grandi tragedie, in cui sì, ci sono il destino, il fato, ma anche degli esseri umani che raccontano ad altri esseri umani, senza nessun tipo di imposizione e insegnamento. Io non cerco mai di essere ‘dentro il personaggio’, l’idea mi fa un po' ridere, perché io racconto: tengo sempre una piccola parte di me presente; so che sto facendo una finzione, che sia una storia vera o inventata, devo sempre essere cosciente di essere un tramite, non sono il personaggio. Cerco sempre di mantenere questa ‘freddezza’ che si può trasformare appunto in levità. Credo sia questo il ‘gioco’ che uno deve fare praticando il mio mestiere”, continua l'attrice.  

Il cinema permette, inoltre, il mélange dei linguaggi e sceglie l’animazione - bicolore, sintetica, vibrante - di Simone Massi, per dar intenso eco alla storia di Haìfa e della bambina: un “collage”, quello con l’animazione, che, per la potenza del disegno e la peculiarità del tratto, portano all’apice emotivo la disperazione: di particolare bellezza il primo piano animato del ritratto di Ottavia Piccolo/Haìfa. “Per assurdo la parte animata è quella realistica del racconto: quando abbiamo deciso con Marcelli di fare il film ci eravamo detti ci sarebbe servito qualcosa di ulteriore, ma escludendo foto o video, così io mi sono ricordata di Simone Massi, della sua collaborazione con la Mostra di Venezia, del suo bellissimo film La strada dei Samuni, e quindi ho detto: ‘cerchiamolo!’. Massi è un personaggio che vive sopra una collina nelle Marche, l’abbiamo proprio cercato, siamo andati sulla sua montagna… Lui ha visto un girato tecnico dello spettacolo teatrale, e poi con Marcelli si sono sentiti: non abbiamo voluto mettere troppa animazione, perché avrebbe sviato il racconto, ma c’è un filo che corre, che dà ritmo. È impressionante il mio primo piano animato, è bellissimo, una cosa fortissima: l’animazione ha introdotto nel racconto quella verità che non doveva essere in scena e nel film, che così si completa”, chiosa Ottavia Piccolo. 

VEDI ANCHE

VENEZIA 77

Ad