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Un racconto di formazione dall'Avana a Miami, Cuban Dancer di Roberto Salinas, fuori concorso ad Alice nella città, prodotto da Indyca, Rai Cinema, Valdivia Films e Megafun, e distribuito da Luce Cinecittà. Il film documentario segue negli anni la vicenda di Alexis, talentoso allievo della Scuola nazionale di balletto di Cuba, che passa le sue giornate a esercitarsi con la sua ragazza Yelenia. Quando con la famiglia si trasferisce in Florida per ricongiungersi con la sorella, deve adattare i suoi sogni a un ambiente completamente diverso, affrontando il rifiuto, sentendosi solo e smarrito nel mondo elitario e borghese del balletto classico americano e pieno di nostalgia per le sue radici. Sullo sfondo alcune importanti vicende che hanno cambiato negli ultimi anni le relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti: l’annuncio nel 2016 di Barack Obama e Raul Castro della riapertura, dopo 54 anni, delle ambasciate nei rispettivi Paesi; la visita di Obama, primo presidente americano in carica a recarsi sull'Isola da più di 80 anni; la speranza di un grande cambiamento presto cancellata dall’elezione, pochi mesi dopo, di Donald Trump. Ne parliamo con il regista.

Da dove ha origine l’idea del film?
Nasce dal desiderio di esplorare meglio la realtà cubana, di capire cosa pensano i giovani, come guardavano al futuro piuttosto che al passato. Ho trascorso parecchio tempo a Cuba e, grazie all’incontro con la co-sceneggiatrice e coreografa del film Laura Domingo Aguero, ho desiderato raccontare l’evoluzione del sistema scolastico cubano, tanto celebrato, in particolare quello della Scuola Nazionale di Balletto che è un'eccellenza. Con l'evolversi della storia abbiamo avuto, poi, la possibilità di mettere a confronto due differenti sistemi educativi: quello cubano in cui il balletto è competitivo ma come corpo: tutti insieme i ballerini provano a portare avanti il metodo di danza cubano che è celebrato nel mondo. In America, invece, è tutto diverso, c’è un mondo incentrato sul sé e sulla carriera del singolo.

Quale è stato il tragitto per arrivare dal racconto del sistema cubano alla storia di un ragazzo e del suo percorso di vita dall’Avana a Miami?
Cuban dancer è cominciato come un film corale, immaginato per raccontare il cambio epocale che c’era dietro l’angolo. Poi, insieme a Laura, ci siamo incominciati a interessare a un ragazzo in particolare, Alexis, che rappresentava tutte le cose che stavamo cercando di raccontare e tutti i valori che quel tipo di società produce. Quando la famiglia di Alexis, con l’arrivo dei cambiamenti introdotti da Obama, ha avuto il nullaosta per ricongiungersi a Miami con la figlia, dopo ben otto anni che la pratica era aperta, abbiamo deciso di seguirli. Per capire cosa sarebbe successo a una tipica famiglia cubana che fa un salto nel buio e decide di vivere in Florida.

Come siete riusciti ad entrare in contatto con il mondo emotivo, così riservato e complesso, di Alexis?
Abbiamo capito che se volevamo raccontare il mondo intimo di un ballerino, che è anche un adolescente, dovevamo trovare il modo di farlo esprimere, di entrare dentro di lui. Così abbiamo deciso di dargli espressione da un lato attraverso il balletto, facendogli delle domande e chiedendo a lui di rispondere in danza, e dall’atro con delle lunghe interviste che sono diventate la voce narrante del film.

Quanto ha visto cambiare Cuba nel corso delle vicende raccontate dal film, dal 2016, anno della riapertura con gli USA, ad oggi?
Cuba è cambiata tanto e poco. Nel 2016 c’era l’idea che tutto sarebbe cambiato, poi l’elezione di Trump è stata una doccia fredda, tutta l’idea dell’apertura si è sgonfiata, anche i rapporti tra Cuba e America sono tornati quasi alla guerra fredda. In questo momento Cuba è molto afflitta economicamente, e anche politicamente c’è un ritorno a una retorica anti-USA che si stava ammorbidendo. 

La retorica politica è ancora oggi importante per i cubani?
È stato importante capire che su Alexis e la sua famiglia tutto questo li riguardava solo da un punto di vista pratico. Abbiamo capito che le nuove generazioni sono stufe di quella logica, forse anche risultato dell’eccessiva ideologia che nella comunicazione cubana è sempre presente: anche nella scuola di balletto, ad esempio, i ragazzi tutti i giorni vengono indottrinati alla politica. Credo ci sia una sorta di sogno americano disilluso, che poi è diventato più forte con Trump che ha basato la sua comunicazione politica con il muro al confine con il Messico. Ma quando chiedevo ad Alexis la sua opinione su Fidel e Trump, mi rispondeva ma ci teneva ad insistere che erano cose che non lo riguardavano. Quello non è il mondo di Alexis, ma il mondo che vorremmo appiccicargli addosso, come un’etichetta, per il fatto di esser cubano. I giovani cubani sono solo scocciati del fatto che ancora devono essere etichettati.

La vita negli USA è molto diversa per Alexis rispetto a quella dei suoi genitori, che pure vivono a Miami, ma nella comunità latina. Quasi fossero due Americhe differenti.
Alexis, grazie ai sacrifici dei genitori, è riuscito ad entrate in un’altra America, di serie A, che i suoi genitori quasi non vedono. Per loro è diverso, si sono inseriti nella comunità cubana di Miami, lavorano in una fabbrica in cui sono tutti latini, non hanno imparato la lingua. La maggior parte dei cubani che si trasferisce in America non prende la nazionalità, rimangono residenti, molti nemmeno votano. Continuano a guardare all’America come il paese che li ospita e rimane sempre quel senso di malinconia e di volere un giorno, magari anche da anziani, tornare nella loro vera patria.

La storia d’amore tra Alexis e la sua prima fidanzata cubana Yelenia sembra impregnata da un sentimento di accettazione del destino che li ha voluti lontani. 
Alexis negli USA soffre come un disperato per un anno per la ragazza lasciata a Cuba, per il suo primo amore verso il quale ha un atteggiamento estremante romantico e ingenuo, che mostra bene che tipo di ragazzo sensibile è. Quando torna a Cuba, anni dopo, entrambi sono fidanzati con altre persone, e lui ha un sentimento di accettazione del percorso, che nasce da un’idea di fato e destino che dipende molto dalla spiritualità cubana. Il percorso intimo e romantico di Alexis è anche una metafora del rapporto tra USA e Cuba, fatto di un forte e indiscutibile legame, e di un amore che viene deluso e disilluso.

L’integrazione negli USA è ancora un problema per le nuove generazioni?
In qualche modo Alexis è un ambasciatore della nuova Cuba nel mondo. Quando trova una nuova fidanzata non ha nessun problema a stare con una ragazza americana, il suo miglior amico è giapponese. L’integrazione non è un problema, né per lui né per gli altri ragazzi della scuola. È come se ci fosse una vecchia generazione che si rifiuta di guardare una realtà diversa, che i ragazzi hanno già capito, sono solo scocciati di avere ancora questi impedimenti. Le giovani generazioni guardano le cose in maniera diversa da come comunicazione e politica vorrebbero farci credere.

Il film è anche un racconto di formazione in cui un giovane ragazzo arriva alla consapevolezza di sé e di quello che è, ‘un ballerino cubano’, come dice con orgoglio sul finale.
Pur partendo da un’idea iniziale politica, Cuban Dancer racconta i dolori del giovane Alexis, è un film sulla danza e sulla dolorosa esperienza del crescere. Nel momento in cui arriva in America, Alexis soffre una solitudine mai provata, ha difficoltà a integrarsi, per un momento ha una crisi identitaria e si chiede cosa diventerà, sia a livello personale che artistico. Alla fine del film, però, capisce che non c’è bisogno di rinunciare a nulla: ha imparato una nuova tecnica, un metodo di danza totalmente differente che potrà usare quando vuole. Riesce a coniugare le cose, e la sua affermazione “sono un ballerino cubano” è di orgoglio, non di un orgoglio che vuole distanziare, ma un sottolineare di non avere problemi con la sua 'cubanità'.

Un altro tema è quello del sacrificio. Il sacrificio della danza con le sue estenuanti ore di allenamento, ma anche il sacrificio della famiglia, che per riunirsi alla figlia lontana negli Stati Uniti lascia tutto e tutti alle sue spalle, e lavora duramente per permettersi le spese per sostenere il sogno del figlio.
È chiaro che per Alexis è stato un sacrificio utile staccarsi dai genitori, che per ironia della sorte si spostano da un Paese all'altro per riunire la famiglia, ma si separano di nuovo da Alexis che va subito a vivere nella scuola a Miami e vedono solo il fine settimana. C’è un enorme sacrificio che fanno per l’idea di mettere insieme i pezzi, ma c’è sempre un pezzo che manca, i parenti lasciati a Cuba a cui sono legatissimi. Per questo per chi vive in America è così necessario potersi muovere, per ricongiungersi, almeno temporaneamente, alla parte della famiglia che manca. La libertà di movimento oggi c’è ma si sta riducendo. Oggi i cubani residenti negli USA hanno problemi a mandare i soldi a Cuba e ci sono anche nuove restrizioni a muoversi. 

Nel film viene rimarcato, con sguardo affettuoso, il modello della famiglia cubana: l’urgenza di rimanere uniti e l’orgoglio dei genitori per i propri figli, espresso apertamente nelle parole commosse della madre o nel vistoso tatuaggio del padre in onore di suo figlio.
Il padre è una persona molto estroversa, esplosiva, che potrebbe fare qualsiasi per suo figlio. La madre è dolce e riservata, entrambi si adorano e sono orgogliosi dei loro figli. Sono i genitori pazzi e assurdi che tutti vorremmo avere. Anche nei momenti difficili sono gli angeli e i pilastri di Alexis, che, nel suo essere, ha fuso insieme le loro caratteristiche: nella vita privata è dolce e gentile mentre nella danza esplode. Il film, in qualche modo, è una dichiarazione d’amore non alla Cuba che tutti conoscono, fatta di ideologia, ma alle persone. Al tipo di amore cubano fatto di dedizione, che per me è un enorme valore che portano negli Stati Uniti. Questo concetto familiare di dolcezza e di integrazione, che non è, però, vincolante: vogliono e fanno di tutto affinché il figlio spicchi il volo. Valori che oggi non possiamo che guardare con ammirazione, ringraziando per l’esempio che ci viene dato.

Da un punto di vista produttivo, come è stato realizzato il documentario? Ci racconta qualcosa di più dei cinque anni che ci sono voluti per terminare le riprese e portarlo alla luce?
Ho girato a Cuba per un anno, andando quasi tutti i giorni alla scuola di balletto. Dopo che la famiglia si è trasferita in America abbiamo continuato a girare per un paio di mesi di fila; dopodiché, negli anni a seguire, ci vedevamo agli eventi, alle rappresentazioni, ai concorsi o ai compleanni. Il risultato del film è la sintesi di un lunghissimo percorso, abbiamo tantissimo materiale, addirittura ne potrebbe venir fuori una serie. Anche il montaggio è stato molto lungo ed ha attraversato versioni diverse: più o meno politico, più o meno intimo, più o meno sentimentale.

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