/ INTERVISTE

“E’ uno dei più bei premi che ho mai ricevuto, un lavoro di oreficeria fantastico, se fosse d’oro varrebbe una fortuna”. Dario Argento, 80 anni compiuti lo scorso settembre, mostra soddisfatto l’Ulivo d’oro alla carriera che il Festival del cinema europeo gli ha conferito, accompagnandolo con una rassegna composta da 6 titoli, da L’uccello dalle piume di cristallo (1970) a La terza madre (2007), passando per Profondo rosso (1975) nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna nel 2014. Argento ha rinnovato il thriller con il suo stile barocco e visionario e ha lasciato un segno inconfondibile anche nell’horror gotico, facendosi apprezzare e conoscere a  livello internazionale. Come già in altre occasioni il regista romano ha conversato con grande disponibilità, questa volta nell’incontro condotto da Steve Della Casa.

Caro Dario hai avuto nella tua carriera fin da subito un successo mondiale che ti ha portato fin dentro la severa e austera Cinémathèque Française dove ho assistito a una rassegna delle tue opere con un pubblico urlante…

Quando ragazzo sono andato a studiare a Parigi, il pomeriggio lo trascorrevo Cinémathèque, è lì che sono diventato amante del cinema. Vedevo tutti i generi: film muti, quelli americani degli anni ’40, gli espressionisti, la nouvelle vague. E proprio i francesi sono stati i primi a scoprirmi, quando la critica italiana mi considerava con poca simpatia perché i miei film erano commerciali, lo stesso trattamento riservato a Alfred Hitchcock. Ero ignorato perché non facevo film politici, film che raccontavano fatti importanti dell’animo umano. Poi l’opinione dei francesi è dilagata in Germania, Inghilterra, Stati Uniti e con grande ritardo è arrivata da noi.

Il tuo rapporto con la musica è molto importante durante la creazione artistica. In quale momento scegli la musica dei tuoi film?

E’ difficile risponderti, quasi sempre la scelgo prima di girare a seconda del racconto; qualche volta dopo aver finito il film, le immagini, gli attori, l’atmosfera mi suggeriscono la colonna sonora. Ho svagato molto con la musica: da Keith Emerson ai Goblin che sono stati una mia scoperta in Profondo rosso. Avevano 21/22 anni erano appena usciti dal conservatorio. Ho fatto poi 5 film con il grande Ennio Morricone che ho conosciuto a casa di Sergio Leone e poi era amico di mio padre che ha insistito perché Morricone lavorasse nel mio esordio. La maggior parte della musica de L’uccello dalle piume di cristallo fu improvvisata da Ennio, venne creata sul momento.

I tuoi film sono spesso ambientati in città immaginarie, così una scena si compone di un balcone di un edificio di Torino che s’affaccia su una piazza di Bologna. Prima di girare fai dei sopralluoghi?

 Non amo molto farli, se non mentalmente. Ho un libro con le vie e le piazze che mi consente di creare una città immaginaria fatta di particolari architettonici di differenti città. Come faceva Michelangelo Antonioni, che ho adorato.

Hai scritto con Bernardo Bertolucci e Sergio Leone la sceneggiatura di C’era una volta il west. Come si svolgevano le vostre riunioni di scrittura?

Ci riunivamo a casa di Leone in una stanza molto piccola, un bugigattolo forse perché costringeva a concentrarci. La prima mezz’ora si parlava di cinema in generale, poi si affrontava il film. Il giorno dopo io e Bernardo scrivevamo, e il giorno successivo ci riunivamo di nuovo tutti e tre e leggevamo quanto prodotto. E’ stato un lavoro laborioso, anche perché c’erano tanti personaggi diversi. E poi c’era una protagonista donna e Leone era convinto che era meglio affidarsi a giovani cinefili come eravamo io e Bernardo per descrivere la psicologia femminile e non agli sceneggiatori tradizionali.

Hai trovato delle differenze tra realizzare un film all’estero o in Italia?

Mi sono trovato molto bene negli Stati Uniti, ho lavorato con una troupe appassionata di cinema, si entusiasmano quando s’impegnano in una inquadratura difficile. La troupe tedesca è più distaccata, fredda ma anche loro sono dei grandi tecnici.

A volte hai voluto per i tuoi film attori insospettabili, che mai avrei pensato di vedere sul tuo set come Giuliano Gemma. Come scegli gli interpreti?

 Mi piace prendere degli attori e impegnarli in un ruolo profondamente diverso da quello che solitamente ricoprono. In questo modo s’impegnano di più perché vogliono dimostrare che non ho sbagliato a sceglierli. Ho lavorato negli Usa con Harvey Keitel ed è stata una gioia: collaborava molto, diceva la sua, faceva delle prove.

Anche le attrici, penso a Suspiria, a La terza madre, dominano la scena nei tuoi film.

E’ il mio amore per i personaggi femminili. Ho lavorato con tante attrici come Jessica Harper, Jennifer Connelly, Asia mia figlia e mi sono trovato magnificamente. Forse è un’eredità lasciata da mia madre che era una grande fotografa specializzata nei ritratti, nei corpi femminili. Ho trascorso l’adolescenza vedendola all’opera e questo mi ha molto aiutato.

E’ vero che nei tuoi film le mani dell’assassino che vengono inquadrate come dettaglio sono sempre le tue?

Sì, tutto è cominciato in maniera casuale con L’uccello dalle piume di cristallo. Avevo selezionato una comparsa solo per le mani, ma colpiva male, era molle, svirgolava. Ho strillato, ero arrabbiato, così ho infilato il guanto nero, preso il coltello e ho colpito ed è andato bene subito il primo ciak. Per il secondo film, Il gatto a nove code, mio padre  mi disse che ero andato così bene che non dovevo prendere una comparsa per la scena delle mani.

Quale è stato il tuo rapporto con Mario Bava, maestro dell’horror?

Era amico di mio padre e lo conoscevo fin da bambino. Quando girai Inferno avevo bisogno di alcuni effetti speciali che all’epoca si facevano manualmente e chiesi proprio a Mario, famoso anche per questa sua dote, di realizzare quelli più difficili.

Rispetto al cinema è differente lavorare con la televisione?

Non vedo tanta differenza se penso alla serie tv Masters of Horror, di cui ho firmato due episodi. Forse occorre essere più semplici, meno psicotici, più reali.

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