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“La pandemia mi ha fermato ma anche stimolato, ed è in questa nuova condizione che ho pensato a un film che vorrei girare presto e che riguarda proprio il confinamento”, dice via Zoom da Parigi il regista Olivier Assayas, cui il Festival di Lecce dedica la sezione ‘I protagonisti del cinema europeo’, conferendogli l’Ulivo d’oro. “Nel tempo che stiamo vivendo, ho bisogno dell’azione, dell’elemento fisico della creazione cinematografica. Temo che rimarremo confinati per qualche mese e la cosa non mi piace”.

Assayas con la chiusura obbligata a causa della pandemia, la crisi delle sale cinematografiche si è accentuata. Quale scenario prossimo immagina?

Il cinema attraversa la peggiore crisi esterna che abbia mai dovuto affrontare. E vive inoltre una crisi interna. La combinazione di queste due condizioni provoca effetti disastrosi. Il cinema dovrà ridefinirsi, reinventarsi individualmente e collettivamente. Dovrà capire quale è la sua specificità e quale è il pubblico.

E’ d’accordo con chi va sostenendo che la pandemia ha suscitato la creatività delle persone?

Può essere un fattore di eccellenza per la trasformazione contemporanea del mondo, la gente è diventata più responsabile, più dipendente dai sistemi moderni di comunicazione. Sono convinto che la scrittura, la musica, la pittura ci riserveranno delle sorprese affascinanti perché gli artisti hanno tempo per la creazione. Ci confrontiamo con qualcosa di sconosciuto, non ci sono modelli a cui fare riferimento, è una crisi inedita e ognuno deve reinventarsi.

Verso quale direzione si orienta il suo cinema?

Ho sempre visto come oggetto della mia opera la possibilità di osservare le complessità e le contraddizioni del mondo da angoli e modalità diverse. Ogni mio film scruta lo stesso mondo alla ricerca di risposte semplici a domande e problematiche universali.

Non crede che nel corso della sua carriera abbia cambiato spesso le fonti d’ispirazione dei suoi film?

Sono sempre stato dentro un processo di trasformazione, ho sempre cercato di reinventarmi. Sono stato fortunato di realizzare film in tutto il mondo, mentre ci sono registi che sono dipendenti dal loro ambiente, penso ai fratelli Dardenne che ammiro. Per me un film deve essere sempre un passo in avanti, cosciente della trasformazione della società, deve essere in sincrono con i cambiamenti in corso.

Quale è stato il suo rapporto con il cinema italiano? E quali autori italiani contemporanei apprezza?

La mia prima forte esperienza artistica è stata l’amore che mio padre aveva per la pittura classica italiana, in particolare Piero della Francesca e Giotto, per la sua profondità e luminosità. Un amore per questa arte che mi è stato trasmesso fin da bambino, un amore che è rimasto sempre vivo e ha influenzato la mia passione per il cinema italiano più che per quello francese. Parlo di Pasolini, Visconti, Rossellini, Antonioni. Sono di cultura francese, ho imparato il cinema grazie a Godard, Truffaut, Rohmer, ma il mio cuore è sempre stato per i grandi maestri italiani degli anni ’60 e ’70. Quanto agli autori contemporanei sempre italiani non li conosco a sufficienza, posso solo citare Marco Bellocchio e Nanni Moretti che considero straordinari.

In occasione dell’uscita del suo Personal Shopper lei ha avuto parole di grande stima per Dario Argento.

Il primo film di Argento che ho visto è stato, da adolescente, Quattro mosche di velluto grigio che mi impressionò. Quando poi mi sono interessato al cinema di genere thriller e horror americano ho capito che molti film erano stati influenzati da Argento, incluso David Lynch. Ho scoperto tardi la sua opera che possiede una dimensione estetica e viscerale unica.  Agli inizi della mia carriera sono stato influenzato dal cinema di genere: David Cronenberg, da John Carpenter a Wes Craven che hanno messo in relazione il cinema moderno con il punk rock.

Sta lavorando alla serie tv tratta dal suo film Irma Vep (1996) che aveva come protagonista Maggie Cheung?

Mi ispiro al serial muto Les vampires di Louis Feuillade da cui traeva spunto allora il mio lavoro e infatti s’intitolerà Irma Vep Serial. Si tratta di un ritorno in modo moderno alle origini del serial, dato anche il mio interesse alla letteratura popolare di inizio Novecento. HBO mi dà una libertà assoluta: scrivo, dirigo e mi occupo della produzione. E’ un progetto ambizioso di un film di sette ore, un’avventura che mi spaventa. Il modello  è un po’ quello de I segreti di Twin Peaks con un’identità estetica molto originale. La mia frustrazione è che non si vedrà sul grande schermo, perché ritengo fondamentale l’esperienza collettiva del cinema visto in sala.

Nella sua ricca filmografia c’è un film che non l’ha soddisfatta e viceversa un’opera a cui è più affezionato?

Ho una relazione problematica con Una nuova vita (1993) che ho realizzato in condizioni difficili perché il produttore mi costrinse a interrompere le riprese con una settimana d’anticipo rispetto al previsto. Mancando scene importanti, curai il montaggio nonostante i buchi evidenti. Il distributore mi obbligò poi a un taglio di quarantacinque minuti per avere un film di due ore complessive. Spero in futuro di curare una versione director’s cut aggiungendo le scene mancanti. L'eau froide, Fin août, début septembre e Irma Vep sono stati invece i miei film più intimi, hanno trasformato il mio rapporto con il cinema e li ho realizzati con una troupe che era la mia famiglia.

La libertà d’espressione in Francia è stata di recente di nuovo sotto attacco del terrorismo. Come evitare questi accadimenti?

Non sono un politico e mi risulta difficile rispondere a questa domanda. La strage di Charlie Hebdo mi ha colpito in modo terribile perché sono cresciuto con i cartoon che fanno parte della mia giovinezza. Ognuno ha il diritto di esprimersi, la libertà di pensiero è fondamentale e non è soggetta ad accomodamenti. Una cosa è certa: il professore assassinato era rispettoso dei suoi allievi e incarnava dei valori che sono anche i miei.

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