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Un soupçon d’amour di Paul Vecchiali, maestro novantenne del cinema francese, sempre fedele al suo amore artistico, il melò, che comincia la propria messa in opera sin dal titolo, in cui suggerisce gli ingredienti, il sospetto e l’amore, sfumature imprescindibili di questo film Fuori Concorso / sezione Tracce di teatro al TFF: l’esplorazione emotiva messa in atto da un grande autore, che dedica espressamente il film a Douglas Sirk

“Sicuramente, Mirage de la vie (1959) di Sirk ha ispirato le figure femminili del film, e  se Marianne Basler avesse rifiutato, non l’avrei girato: non avrei potuto fare il film senza di lei”, spiega il regista, presentando la sua opera. 

Geneviève/Marianne Basler – accanto a Jean-Philippe Puymartin (André), compagno di scena e di vita, e Fabienne Babe (Isabelle), collega/amante – è un’attrice: lascia l’Andromaca teatrale, in prova/scena, stufa e scossa della maternità del soggetto, probabilmente così affine al suo sentire presente, per cui passa dal palcoscenico alla casa, quella in cui prendersi cura del figlio Jérome (Ferdinand Leclère), un dodicenne cagionevole per qualcosa che l’insistente tosse fa sospettare possa essere fatale; una sofferenza dell’interiorità materna/femminile messa in forma da Vecchiali con il ricorso ad una salvifica levità di fondo, dove l’angoscia si fa liberazione con la catarsi del personaggio, avvolto anche nella tenerezza, emozione che guida la riflessione sul ruolo genitoriale, ma – più ampiamente – anche su quello delle dinamiche di relazione famigliare in senso lato, oltre che sul tema del tempo, con una vena thriller, che giunge soprattutto verso la parte ultima di Un soupçon d’amour, sapore capace di mantenere vive curiosità e attesa per gli eventi. 

“È un film sull’elaborazione del lutto” in cui l’amore riesce ad andare oltre la morte, “e questo film fa un’allusione al mio Femmes-Femmes (1974). C’è una forma di follia, sì, molto controllata, perfettamente controllata dal personaggio di Geneviève. La costruzione del film è molto semplice, va dal teatro alla vita reale, che pian piano pone delle domande; è un film spazio-temporale, quando ci troviamo in un luogo non sappiamo se sia presente, passato o immaginazione. Ed è un film pieno di segreti, come nel bar in cui Marianne deve andare per raggiungere l’amica e il prete, ma ci sono solo due sedie: questa scena può essere immaginata da lei, forse non esiste, è uno dei segreti del film, appunto”, continua l’autore francese. 

Vecchiali si conferma coerente a se stesso anche nello sguardo, scegliendo spesso inquadrature fisse, dall’impercettibile movimento, come a suggerire/imporre a chi guarda la necessità di sostare a riflettere e a non distrarsi, complici chiasmi di chiaroscuro dallo spirito simbolico: una coerenza che appartiene anche al lavoro ante-riprese, come lui stesso racconta: “Io faccio una preparazione di 4-5 mesi, il mio direttore della fotografia viene da me e fa un girato di tutte la scene con un iPhone, poi torna a Parigi, a quel punto incontra i tecnici e fa una scansione delle scene per definire la posizione delle inquadrature, dunque all’arrivo sul set tutti sono pronti, e questo ci ha permesso di girare in 9 giorni un film di un’ora e mezza”, conclude il regista. 

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