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Chi era davvero Ugo Tognazzi, il grande mattatore della commedia italiana? "Da ragazzino pensavo fosse un egoista. Poi ho capito che il suo scopo profondo e autentico era concedersi agli altri e goderne con loro. Quel suo modo di fare l’ho chiamato ugoismo". Gian Marco Tognazzi spiega a Cinecittà News chi era suo padre, per lui semplicemente Ugo. A trent’anni dalla sua scomparsa l’occasione per tirare le somme è il libro Ugo. La vita, gli amori e gli scherzi di un papà di salvataggio, edito da Rai Libri, che l’attore ha scritto insieme ai tre fratelli Ricky, Thomas e Maria Sole, legatissimi alla memoria del genitore. Il risultato di quest’opera è un ritratto inedito di una figura fondamentale del cinema italiano. Ma è anche la storia di un uomo nei suoi aspetti più privati, dal rapporto con i figli alla grande passione per la cucina che condivideva con la famiglia e gli amici. Questa nostra chiacchierata con Gian Marco è anche l’occasione per ricordare i luoghi che hanno segnato la vita del padre. A partire dagli Studi di Cinecittà, con cui "Ugo aveva un legame molto forte e dove andavo spesso a trovarlo sul set".

Gian Marco, per voi figli era arrivato il momento di raccogliere nero su bianco i ricordi legati a vostro padre?

Questo libro è un po’ la somma delle varie iniziative realizzate quest’anno per ricordarlo, dopo tante maratone televisive e la manifestazione dell’estate scorsa a Torvaianica, dove c’è il Villaggio Tognazzi e si giocava lo storico torneo di tennis, e che avrà una sua continuità. Noi siamo una famiglia allargata, ma molto unita, e ci siamo sempre presi cura di ricordare Ugo. Dalla casa museo a Velletri vicino a La Tognazza, l’azienda vinicola di cui mi occupo, all’associazione culturale che porta il suo nome, dal Comitato Tognazzi a Cremona fino al documentario Ritratto di mio padre, diretto da Maria Sole e realizzato con parte dei filmini in Super8 che ho girato io da ragazzo.

Quanto è importante preservare la memoria?

Molto. Non riguarda solo Ugo, ma tutti gli artisti del passato che hanno fatto grande il nostro Paese, così ricco dal punto di vista culturale da essere la ragione primaria di stima e fascino all’estero. Eppure paradossalmente queste figure vengono spesso ignorate. Le Istituzioni dovrebbero fare di più, visto il calore e l’affetto che le persone esprimono nei confronti di queste enormi personalità.

Nel libro usa la parola 'ugoismo'. Ce la spiega?

Da ragazzino leggevo certi atteggiamenti di Ugo in modo egoistico. Con il tempo ho capito che in realtà erano la sublimazione del suo fare altruistico. Certo era anche un paravento. Ma il suo scopo profondo e autentico era concedersi agli altri e goderne insieme a loro.

Tra le sue forme di 'ugoismo', racconta sempre nel libro, c’era anche quella di portare voi figli sul set. Chissà quante volte le è capitato di andarlo a trovare a Cinecittà…

Beh, innumerevoli. Ero un ragazzino quando alla fine degli anni '70 sono stato sul set de Il vizietto o I viaggiatori della sera, l’ultimo film di Ugo da regista dove recitava al fianco di Ornella Vanoni. Un film anticipatore, tratto dal romanzo di Umberto Simonetta, che raccontava una situazione alienante e alquanto somigliante a ciò che stiamo vivendo oggi, non certo perché legata alla pandemia, quanto a una società gestita solo dai giovani dove i vecchi sono diventati superflui.

Che legame aveva suo padre con gli Studi di via Tuscolana?

Molto forte. Anche perché era a Cinecittà che si faceva il cinema in maniera predominante, così come ancora oggi accade in America negli Studios. La scelta di Ugo di vivere tra Velletri e Torvaianica, era proprio perché faceva prima ad arrivare negli Studi, piuttosto che partendo dal centro di Roma. E non è un caso che in tutta questa zona dei Castelli Romani, dove vivo anche io da tanto tempo, ci abbiano abitato Sophia Loren, Eduardo De Filippo, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, e tanti altri.

Sui set, da ragazzo, lei ha scoperto la sua passione per la macchina da presa.

Già dagli anni '50 Ugo filmava anche quando era sui set di altri registi. Poi hanno iniziato Ricky e mio zio, il fratello di mia madre. Ho seguito le orme di famiglia, in realtà la mia fonte di ispirazione era mio fratello.

A Cinecittà lei, suo padre e Ricky avete anche girato il vostro ultimo film insieme, Arrivederci e grazie, dove interpretavate proprio una famiglia.

Quella storia scritta da Simona Izzo, e diretta da Giorgio Capitani, era smaccatamente un riferimento a noi. Quello era un periodo particolare per Ugo, perché già da qualche anno aveva la percezione di una strana contraddizione che lo riguardava. Dopo aver vinto nel 1981 la Palma d’oro a Cannes come miglior attore per La tragedia di un uomo ridicolo di Bernardo Bertolucci, si è ritrovato a non avere più le opportunità straordinarie di un tempo, tranne un paio di film, tra cui Ultimo minuto del suo amico Pupi Avati. E’ dovuto andare in Francia per fare teatro con Strehler. Ne ha sofferto molto, parte della sua depressione e dei suoi malumori erano legati a questa situazione.

Negli anni '80 il rapporto tra lei e suo padre, già conflittuale, ebbe una vera e propria frattura quando lei accettò di presentare il Festival di Sanremo. Ci sono voluti mesi prima che tornaste a parlarvi.

Dopo quella notorietà nazionalpopolare, decisi di fare un passo indietro. Iniziai a fare l’attore senza grande consapevolezza. Lo spettacolo teatrale Crack ha segnato un cambiamento nella mia vita artistica, ma anche con Ugo. Nel gennaio del 1990 ci fu il debutto dello spettacolo e seduto tra il pubblico c’era anche lui, che alla fine si alzò in piedi, tirando fuori un urlo incontenibile: “Bravi!”. E’ stato un momento abbastanza sorprendente per la sua indole. Prima di allora non aveva mai dimostrato quel tipo di apertura. Era molto pudico, non esternava, soprattutto con noi.

Qual è il più grande insegnamento di suo padre?

Lui si mostrava per ciò che era, sincero con se stesso e con gli altri. Era così trasparente nei suoi successi, come nei suoi difetti. Ed ciò che mi ha insegnato, anche se in maniera involontaria, perché non era un padre che voleva dare lezioni.

In questo anno così complicato, lei ha preso parte a diversi progetti, dalla serie di Sky su Francesco Totti Speravo de morì prima, in cui interpreta l’allenatore Luciano Spalletti, alla commedia corale di Claudio Amendola I cassamortari, che sta finendo di girare. I cinema intanto continuano ad essere chiusi. Cosa ne pensa?

Che ci sia stata una mancata chiarezza, una comunicazione sbagliata. Perché chiudere alcuni luoghi e altri no? Il provvedimento doveva essere unitario, e la sfiducia delle persone si pagherà quando riapriranno le sale, perché molti pensano che i cinema siano luoghi a rischio. Come sono stati trovati protocolli per lavorare in sicurezza sui set, si potevano trovare per vedere uno spettacolo, anche dal vivo. Il ministro ci ha dato degli irresponsabili. Basta con questa favola metropolitana, a cui ormai credono tutti, che noi giochiamo, che il nostro non è un lavoro. In questo settore siamo 500mila persone, dunque 500mila famiglie, un movimento che si è stancato di sentirsi relativo.

La foto di Gian Marco Tognazzi è di Luisa Carcavale

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