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NYON – La 52ma edizione di Visions du Réel sta per finire (la cerimonia di premiazione avrà luogo in forma virtuale sabato sera, mentre le ultime proiezioni in presenza, con il limite di 50 posti a spettacolo, si svolgeranno domenica), e tra gli ultimi cavalli di battaglia c’è Io resto, opera seconda di Michele Aiello, che sarà disponibile in rete per 72 ore per il pubblico svizzero e proiettato in sala dopodomani, in presenza del regista. Il film, presentato nella sezione Grand Angle (che non è competitiva e si rivolge al grande pubblico), racconta trenta giorni di attività in un ospedale bresciano nelle prime fasi della pandemia (le riprese si sono svolte dalla seconda metà di marzo 2020). Un argomento che per il giovane cineasta, classe 1987, è molto personale, come ci ha spiegato al telefono.

Lei è legato al mondo della sanità tramite la famiglia. È questo che l’ha spinta a realizzare questo progetto?

Sì, mia madre fa la pediatra, e vedendola continuare a lavorare come libera professionista ho avuto l’idea di raccontare la vita in un ospedale, in Lombardia. Non subito, però, perché ci volevano i permessi per girare, quindi abbiamo cominciato la lavorazione verso la fine di marzo, dopo circa due settimane di attesa.

La sua famiglia ha già visto il film?

No, loro sono sempre gli ultimi a vedere i miei lavori, perché preferisco che li vedano sul grande schermo anziché sul computer. Però l’ho fatto vedere allo staff dell’ospedale e ai pazienti.

Era già abituato a muoversi negli ospedali, o si è dovuto adattare? Non c’erano ancora protocolli precisi per le riprese all’epoca, o sbaglio?

Era il periodo in cui tutto era fermo. Ci siamo dovuti adattare, anche perché dovevamo stare sempre all’erta in caso succedesse qualcosa. Per motivi legati alla professione i medici e gli infermieri non potevano avvisarci, dovevamo essere noi a fare attenzione a quello che stava accadendo all’interno dell’ospedale.

A Nyon il film passa nella sezione Grand Angle, che è quella per il pubblico generalista. Come lo si convince ad andare in sala per un progetto sulla pandemia?

Ottima domanda. Quando l’abbiamo girato pensavo che potesse essere utile per dopo, per far vedere alla gente come sono stati quei primi giorni, e penso che sia ancora valido come ragionamento anche un anno dopo. E dal momento che il film contiene momenti di calma e leggerezza, non è una visione particolarmente pesante. Sono molto contento di poter portare il film a Nyon, mi hanno invitato per la proiezione in presenza quando hanno saputo che sarebbe stato possibile. Stiamo anche cercando di presentarlo in qualche festival estivo in Italia, per poi poter uscire in sala in autunno.

Tra l’altro, sempre sulla questione di attirare il pubblico, il titolo fa pensare un po’ allo slogan #Iorestoacasa…

È vero, ma ho deciso di lasciarlo così dopo aver mostrato il film alle persone che erano in ospedale durante le riprese. Avevo già pensato di usarlo per indicare il personale sanitario, rimasto all’interno di quell’edificio per salvare le persone, e poi una paziente mi ha detto 'Io resto' riferendosi al fatto che fosse sopravvissuta. E così è diventato un omaggio a coloro che sono rimasti con noi, perché è anche una storia di sopravvivenza.

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