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“Il film è l’adattamento di un romanzo che, quando lessi, subito mi portò a pensare a Isabelle Huppert, m’interessava farle interpretare un ruolo un pò differente, staccarla da quelli più recenti, molto psicologici, intellettualoidi, in cui c’erano delle perversioni, parti meno leggere di questa: io conoscevo il suo lato più capace di leggerezza e umorismo, infatti, oltre a essere una persona molto divertente, è vivace, curiosa di tutto e, a differenza di molti attrici o attori, a parte recitare fa davvero un sacco di cose, è davvero viva, aspetto che negli ultimi ruoli non era uscito, e mi piaceva invece mostrarlo al cinema, anche come spettatore mi sembrava un pò mancasse. Isabelle ha anche il talento del coraggio, osa far delle cose, per cui magari altre attrici hanno paura di cadere nel ridicolo, invece lei no: se lei ha fiducia in se stessa e sa che può fare un ruolo lo fa, questa è la sua maestria; da questo punto di vista è disinibita, fa le cose molto naturalmente, non ci sta troppo a pensare, ha una recitazione molto istintiva ma se pensa di essere in grado si butta, e questo fa di lei un’attrice grandissima, come non ce ne sono tante; lo stesso vale anche per quando in passato le hanno proposto ruoli un pò ambigui, torbidi, per cui ci si immagina possa aver sofferto, invece li ha accettati anche in maniera divertita, me ne ha parlato, senza che ci fosse dietro un travaglio interiore, così la stessa cosa con la commedia: lei ha una percezione delle cose naturale, sottile, le analizza, è riflessiva ma non cervellotica, e come attrice è molto concreta, non sta lì a turbarsi interiormente, le interessano le cose pratiche come il trucco o l’inquadratura, e visto che facciamo cinema, per me come regista, questa concretezza è un piacere”, spiega Jean-Paul Salomé per cui Isabelle Huppert ha interpretato Patience Portefeux - "La daronne", ovvero La Padrina – Parigi ha una nuova regina: l’incontro con l’autore in occasione di Rendez-Vous, Il Festival Del NuovoCinema Francese

Huppert è versatile, trasformista, spassosa ma – seppur con differente profilo - non è la prima volta che Salomé mette in scena una figura femminile misteriosa e volitiva, era già accaduto nel suo film Les Femmes de l'ombre. “Sicuramente mi sento molto a mio agio a lavorare con le attrici, anche perché spesso le storie che mi interessano, e che ho voglia di portare al cinema, ruotano intorno a personaggi femminili forti, interessanti, originali, non che li cerchi scientemente, ma quello che leggo, che cerco, che scopro sono storie che hanno sempre un personaggio femminile deciso; ho anche la fama di aver un buon rapporto con le attrici che ho diretto, sul set c’è sempre un dialogo molto naturale, per cui probabilmente questa mia reputazione fa sentire al sicuro un’attrice quando le propongo un progetto, non sono uno di quei registi che torturano gli attori, che poi escono dal set come se fossero stati ai lavori forzati, e Isabelle mi ha proprio detto, a fine riprese, d’essersi davvero divertita: dai tempi di Chabrol, con cui lei aveva un rapporto molto stretto, m’ha confessato non le fosse mai più capitato con un altro regista, infatti le piacerebbe lavorare ancora insieme, e questo per me è stato il migliore dei complimenti”, continua l’autore.  

Patience, traduce ma si annoia - è specializzata in intercettazioni telefoniche per la squadra antidroga: il mestiere è molto impegnativo e poco altrettanto remunerativo, ma proprio mentre “presta servizio”, da un’intercettazione viene a conoscenza dei traffici poco raccomandabili del figlio di Khadidja, l’infermiera a lei cara poiché accudisce la sua mamma in casa di riposo. Patience decide di scuotere un po’ la sua esistenza e d’intrufolarsi nella rete dei trafficanti: la sfida è misteriosa e pericolosa, finché si ritrova tra le mani un importante carico di stupefacenti, occasione che la consacra a “regina”. Spirito avventuriero ma altrettanto volitivo, Patience s’impratichisce sul campo, agendo quasi da infiltrata, per poi… riportare tutte le informazioni alla sua squadra narcotici, guidata dal comandante/compagno, interpretato da Hippolyte Girardot. Nel film anche Farida Ouchani, Liliane Rovere, Iris Bry, Nadja Nguyen, Rebecca Marder, Rachid Guellaz, Mourad Boudaoud, Abbes Zahmani, Yann Sundberg, Youcef Sahraoui.

Il romanzo di Hannelore Cayre - La Daronne edito in Italia da Edizioni leAssassine -, autrice ma anche avvocato penalista, è stato adattato per il cinema, con una vivace e accattivante sceneggiatura, che vive di dinamismo e sa pesare efficacemente le sfumature della commedia con il Polar. “Sicuramente, in maniera inconscia, ho fatto riferimento a questo genere, anche perché il film è un mix appunto; però, la scena girata a Barbès, quartiere di Parigi che è una piazza di spaccio, in cui lei sta per farsi catturare, nell’antro di fronte al cinema, nel libro era spiegata in due righe, mentre io ho costruito una scena piuttosto lunga, che ha comportato tre giorni di riprese, e lì, quando l’ho letta, ho proprio pensato fosse la sequenza di un Polar, doveva essere costruita così; il nostro non è un film d’azione ma per creare la suspense, e far sì che il pubblico sia dalla parte di lei affinché non venga catturata, dovevamo creare questo dinamismo – cani, spacciatori, poliziotti, moto, lei che corre -, una sequenza da poliziesco. Ho scritto con l’autrice originale del libro, la conditio sine qua non di Hannelore Cayre, quando ha ceduto i diritti per l’adattamento cinematografico, era la sua partecipazione attiva alla scrittura, ed è andata molto bene: rispetto al libro abbiamo sviluppato un pò di più alcuni personaggi, come la vicina di casa cinese, l’infermiera marocchina, e anche il personaggio di Hippolyte Girardot; abbiamo invece lavorato molto per ridurre il racconto sul passato di Patience, che occupa quasi un terzo del libro, che noi abbiamo sintetizzato con la foto di lei bambina in barca, perché il passato dev’essere presente, ha fatto di lei la donna che è, ma non ci saremmo potuti dilungare troppo e quindi l’abbiamo così condensato”, spiega ancora Salomé.  

La Francia è maestra nel Polar e il film ha vinto il Premio Jacques Deray 2021 del Miglior Film Poliziesco Francese: “Lui è stato un grande cineasta, di grande qualità e che ha lavorato con grandissime star, per cui ricordiamo film come La piscina o Borsalino: aver ricevuto questo premio in suo nome, consegnato da Therry Frémaux e Bernard Tavernier, che mi ha detto il mio film gli fosse piaciuto molto e credo fosse uno degli ultimi visti prima di morire, sicuramente è stato un onore, mi ha fatto davvero piacere”. 

Il film, in uscita al cinema il prossimo autunno con I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection, nel suo titolo adattato per il mercato italiano - La Padrina – Parigi ha una nuova regina - ha l’eco di un’icona del cinema, Il padrino, seppur sia una traccia narrativa distante e altra, ma che, allo spettatore nostrano, nell’immediatezza evoca qualcosa di cinematograficamente molto specifico: “La Daronne è anzitutto il titolo del libro, che ha avuto un grandissimo successo in Francia, per cui valeva la pena mantenerlo, oltre a essere perfetto per raccontare il personaggio: nel gergo, ‘la daronne’ è il capofamiglia, la matriarca; so che a livello internazionale ci poteva essere qualche differente sfumatura di traduzione, ma ne ho parlato con i distributori italiani e La padrina a me piaceva molto, per esempio in Australia l’hanno tradotto con The Godmother, quindi il fatto che in Italia avesse questo riferimento per me andava bene, mischia un pò le carte, ma poi quando si va a vedere il film si scopre altro…”, conclude il regista. 

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