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TAORMINA – Soltanto cinque anni fa, nel 2016, Matilda De Angelis era Taormina per partecipare al suo primo festival e ricevere i primi premi della sua carriera (Attrice rivelazione al Taormina Film Fest e Premio Biraghi ai Nastri d'Argento). Oggi ci torna da protagonista assoluta, presente quasi in ogni singola inquadratura del film in concorso Atlas, diretto da Niccolò Castelli. Un'opera seconda, che arriva dopo l'exploit internazionale con The Undoing e il palco ultrapop di Sanremo, in cui l'attrice ventiseienne mette il suo corpo al servizio del percorso di una ragazza con la passione per l'arrampicata, dotata dell'energia esplosiva per affrontare sempre nuove cime, ma costretta improvvisamente all'immobilità, alle cicatrici e a una lenta riabilitazione dopo essere stata vittima di un attentato, mentre era in vacanza in Marocco, in cui ha perso amici e fidanzato.

Co-produzione tra Svizzera, Belgio e Italia di Imago Film Lugano, Climax Films, Tempesta e RSI Radio Televisione Svizzera, Atlas sarà al cinema l'8 luglio con Vision Distribution.

Come ha vissuto l'esperienza un po' estrema di questo film?
Per la prima volta ho sentito una grandissima responsabilità: non c'era scena del film in cui non fossi presente. Certo, poi c'era il mondo intorno ad Allegra, il mio personaggio, composto da amici, genitori, la fisioterapista, la montagna, ma ho sentito di dover reggere sulle spalle il peso di 90 minuti di film. Pensavo continuamente che se il film fosse andato male sarebbe stata interamente colpa mia e ho usato questa paura per raccontare Allegra.

Cosa ha cercato di restituire di questa ragazza ferita?
Allegra è un animale in gabbia che si chiude nel silenzio perché pensa che nessuno la possa capire, semplicemente perché nessuno ha vissuto ciò che ha vissuto lei. È piena di rabbia che si trasforma in passività: ho dovuto rappresentare molte fasi del suo recupero fisico e mentale.

Ha incontrato la ragazza che fu vittima dell'attentato del 2011 a Marrakech, cui è ispirata la storia?
Ho avuto la fortuna di conoscerla e l'ho lasciata parlare di ciò che voleva lei. Mi sono affacciata a questa finestra così dolorosa in punta di piedi. È stato bello capire come ha ricostruito il proprio rapporto con se stessa e gli altri, come era cambiata dopo il trauma.

Com'è andata con l'arrampicata?
Come per Veloce come il vento sono stata buttata all'improvviso in uno sport estremo a me sconosciuto e Niccolò, per avvicinarmi all'arrampicata, mi ha portato direttamente in parete, senza farmi passare per la palestra. Io ho il difetto di voler dimostrare sempre che sono all'altezza del ruolo, in realtà c'erano paura e inesperienza, ma mi sono buttata. Per fortuna il mio corpo risponde in fretta.

Le è capitato di subire in prima persona le conseguenze di quegli attentati, di avere paura?
È stato un periodo terribile perché ciò che credevamo fosse lontanissimo era proprio qui, poteva succedere a chiunque. Mi è capitato qualche volta, andando a ballare, di ritrovarmi con un pensiero che trotterellava nel cervello: e se succedesse come al Bataclan? Mi guardavo intorno in modo diverso.

In Atlas passa tutto attraverso il suo corpo: la potenza dell'arrampicatrice e la fragilità estrema della persona che ha subito un trauma...
L'emotività andava di pari passo con la fisicità esplosiva, ma quasi falsa, che vuole nascondere qualcosa: è come quando parli senza fermarti mai perché in realtà non vuoi ascoltare. Poi sono dovuta passare al contrario, alla stasi. La fisioterapista mi ha spiegato quanto dovesse essere difficile per me, in quella nuova condizione, muovere la testa e gli occhi. A fine giornata, dopo aver recitato l'immobilità, avevo mal di schiena: il mio cervello aveva capito che stavo male anche se non era vero.

Che bilancio fa di quest'ultimo anno di grande esposizione?
Sono contenta. Il 2019 è stato un anno di bottega, in cui ero chiusa a lavorare. Il 2020 e 2021 sono stati gli anni del palcoscenico e sono stata felice di raccogliere i frutti del mio impegno, che è stato tanto.

La vedremo presto in Di là del fiume e tra gli alberi, tratto da Hemingway, cosa può dirci?
Abbiamo finito di girare a gennaio a Venezia, è stato bellissimo e difficilissimo. Complicato innanzitutto perché era tutto girato in inglese. Il film è in bianco e nero ed è diretto da Paula Ortiz, che ha cercato di svecchiare un po' il romanzo di Hemingway, non esattamente il primo dei femministi, mantenendone i punti salienti.

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