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Una voce solitaria nel cinema. Oscar Micheaux, il più importante regista afroamericano mai esistito rivive nel documentario di Francesco Zippel presentato al Festival di Cannes nella sezione Cannes Classics.

Oscar Micheaux – The Superhero of Black Filmmaking, prodotto da Sky e Quoiat, ricostruisce la vita di un grande autore che con il cinema ha saputo fare la differenza combattendo per i diritti di uguaglianza. È il 1920 quando in America è fortissimo l’eco suscitato da Nascita di una Nazione di Griffith, capolavoro ma assolutamente razzista. Nello stesso periodo, nell’Illinois un uomo distribuisce nelle sale un film dal titolo altrettanto simbolico, Within Our Gates. Quest’uomo è Oscar Micheaux e il suo intento è quello di offrire alla propria gente una visione differente della società americana.

Questo piccolo grande uomo con il suo film, e poi con il suo impegno cinematografico nel tempo, ha dato vita all’industria cinematografica afro-americana che oggi ha come più grande autore Spike Lee, presidente di Giuria proprio in questa edizione del Festival.

Oscar Micheaux, il supereroe. Zippel, come mai lo definisce così nel sottotitolo del film?

 Lo definisco così perché quello che ha fatto è incredibile, al di fuori dell’ordinario. Per il periodo in cui lo ha fatto, da inizio a metà del ‘900, il modo e per tutto quello che accadeva intorno a lui. Io l’ho trovato straordinariamente supereroico. E poi c’è questa beffarda ironia del fatto che nel luogo in cui lui è nato invece di dedicargli qualcosa hanno preferito dedicare una statua a Superman e quindi da qualche parte il ‘supereroe’ andava restituito.

Concorda se dico che per Micheaux è stata fondamentale la sua esperienza in ferrovia?

 È come se fosse riuscito a crearsi una sorta di bolla protettiva che lo portava in qualche maniera a concentrarsi solo ed esclusivamente sulle cose che per lui erano importanti, tanto a livello personale quando a livello di avanzamento sociale. Lui poi ha avuto questa esperienza del lavoro sui treni che effettivamente è stato un modo per farlo uscire da questa situazione, fargli conoscere il mondo, capire di quanto fosse vario, farlo entrare in contatto con persone di ogni razza ed estrazione sociale e questo lo ha emancipato di testa. Con Kevin Willmott abbiamo riflettuto tanto sul concetto di spazio che era la base della segregazione razziale, una cosa incredibile. Tu potevi stare solo all’interno del tuo spazio però se tu eri intelligente e avevi le risorse riuscivi a far fruttare quello spazio che significava anche scambio con alcune delle menti più straordinarie dell’epoca. Lui, nel momento in cui va negli Anni '20 ad Harlem, è come fosse stata la Parigi degli Impressionisti. Lui riesce a far fruttare questo nel modo migliore ed è incredibile il modo in cui lo abbia fatto.

Morgan Freeman, in un momento del suo intervento, dice: 'Mi chiedo in quanti lo conoscano'. È questo l’interrogativo che l'ha spinta a fare un documentario su Oscar Micheaux?

Si! e proprio parlando con lui. Qualche anno fa Freeman mi ha spiegato come gli sia stato introdotto il personaggio di Micheaux e ancora all’interno della comunità afroamericana lui è una figura poco conosciuta. Adesso è considerato un GodFather perché qualche anno fa Obama gli dedicò un francobollo celebrativo.

Con così pochi materiali, è stato difficile costruire un racconto attorno a lui?

 Si. Il mio obiettivo era quello di cercare di fare un racconto su un personaggio come Micheaux con una sola persona che lo ha conosciuto veramente e quindi ricorrendo per forza di cose ad alcuni studiosi, senza rendere il film pedante e accademico o strettamente biografico. Micheaux è un personaggio che ti suggerisce tanti temi come l’emancipazione, il battersi per rendere normali le unioni interrazziali, la grande capacità imprenditoriale, l’essere una figura eminente all’interno delle due grandi città in cui era presente, Chicago e New York. Io ho cercato di trovare materiali di repertorio, individuare persone che fossero studiose, che potessero offrire un punto di vista anche partecipato.

Il cinema per Micheaux arriva in un secondo momento. Prima c’è la scrittura, la letteratura. Trova ci sia davvero una somiglianza tra Martin Eden e la vita di Oscar Micheaux?

Lui era un grandissimo lettore. È l’assunto alla base di Martin Eden, che lo affascinava, cioè questa visione romantica - inteso come vero romanticismo tedesco -, il cuore dell’opera di London. Lui sentiva che il suo ardimento, la sua ricerca, fosse qualcosa di molto simile a quella dei grandi eroi romantici della grande letteratura. Anche perché poi Micheaux scrive il suo primo romanzo in seguito a una cocente storia d’amore. E quindi se vai a leggere i suoi vari romanzi, che sono delle nuove versioni sempre della stessa storia, l’aspetto legato a questa grande delusione non svanisce mai.

70 anni dalla morte di Oscar Micheaux. 30 anni di attività nel cinema e 41 film, di cui purtroppo non abbiamo molto. Se oggi fosse ancora tra noi cosa vorrebbe chiedergli?

Gli chiederei se effettivamente tutto questo l’ha fatto per se stesso o se ci fosse una motivazione più legata all’arte, alle sue varie espressioni. Io credo che tutto ciò che ha fatto, ha raccontato, sia stata una esigenza molto intima. Partirei da questo perché è tutto talmente intriso di vita, della sua vita, e secondo me sarebbe una persona molto incline a sdrammatizzare, come dice il buon Friedkin: 'a non sentirsi un artista'. Ha fatto quel percorso perché ci si è trovato, è stato il suo modo di esprimersi. Sono sicuro troverei una persona informale e sarebbe molto figo parlarci. 

Tra le voci che hanno partecipato al documentario, in ordine di apparizione: Gian Luca Farinelli, Chuck D, Amma Asante, Kwame Kwei-Armah, Jacqueline Stewart, Morgan Freeman, Stace England, Patrick McGilligan, Kevin Willmott, Richard Peña, Michele Prettyman, Nicole London, John Singleton, Haskell Wexler, Melvin Van Peebles.

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