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CANNES – Un ragazzo mediorientale in fuga per la sopravvivenza nei boschi dell’Ungheria. Alle sue spalle i “cacciatori di migranti”, davanti a sé un sogno chiamato “Europa”. E proprio Europa si intitola il film del regista italiano di origini irachene Haider Rashid, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs nell’ambito della 74esima edizione del Festival di Cannes e che verrà distribuito in Italia da I Wonder Pictures.

Girato nei boschi della Toscana, il film ha come protagonista Adam Ali, su cui la camera del regista non stacca mai lo sguardo, concentrandosi sulla sua fatica, sul suo dolore, sulla sua paura. Relativamente alla sua interpretazione il regista dichiara: “Abbiamo girato in sequenza per permettergli di costruire la sua performance nel tempo. Inizialmente c’è stata una questione identitaria perché siamo tutti e due misti: Adam è inglese di origine libica, io sono italiano di origine irachena. L’idea era di tirare fuori questo aspetto che fa parte di entrambi. Abbiamo cercato di seguire la performance di Adam, piuttosto che guidarla, dandogli la libertà di esprimersi come preferiva in un ambiente inospitale ma che doveva diventare parte della regia del film. Abbiamo fatto molta ricerca, abbiamo sentito molte storie e abbiamo cercato di metterle insieme in questo racconto che è molto intimo, anche se è una continua fuga ed è strutturato come un thriller”.

Il film è caratterizzato da una forte componente immersiva e ricerca di realismo. Praticamente privo di dialoghi, punta molto su un sonoro particolarmente curato e a 360 gradi, oltre che ovviamente sulla performance del protagonista. “Il film è parte di un percorso di ricerca cinematografica sia da un punto di vista di recitazione che di ripresa, - continua Rashid - ma che è anche in sceneggiatura. Abbiamo cercato di costruire uno scheletro che permettesse poi al set di guidarci in altre direzioni. Abbiamo lavorato molto sul suono fin dalla sceneggiatura. Il suono è utilizzato in maniera narrativa, soprattutto in sala. I suoni ruotano intorno e tracciano i movimenti di Adam, cercando di ottenere un iper-realismo che per me era centrale”.

Basta poco per rendere realistico e umano il personaggio interpretato da Adam Ali. Una preghiera recitata accanto a un cadavere, il rimorso per avere ucciso un suo inseguitore o un semplice capo d’abbigliamento: “La maglia di Salah era un modo per caratterizzare il personaggio, parliamo spesso del sogno americano, ma esiste anche il sogno europeo e Salah lo incarna. Un calciatore egiziano che riesce ad avere successo in Europa e diventare una star internazionale. Molti ragazzi nei paesi arabi sognano quel tipo di vita, spesso i calciatori sono il simbolo più semplice a cui legarsi. Poi, facendo ricerca iconografica, ci siamo resi conto che le persone che fanno questo viaggio sulla rotta balcanica hanno spesso magliette di calcio. È un simbolo, ma anche un elemento cromatico importante che, con il suo rosso acceso, lo stacca dallo sfondo naturale. Son of Saul è un grande riferimento per noi, perché ha un approccio molto immersivo, guida lo spettatore attraverso una avventura tremenda e ci piaceva continuare quel filone sia a livello narrativo che di fotografia, perché quello che succede in queste rotte è un lento massacro che accade ogni giorno, e di cui spesso l’Europa non si rende conto”.

Anche l’attore Adam Ali, scoperto dal regista perché protagonista di un corto presentato proprio a Cannes qualche anno fa, esprime il grande impatto che Europa ha avuto sulla sua vita: “Non avevo mai scalato un albero, ma ho imparato a farlo, non avevo mai recitato con una camera così vicina al volto, ed è stata un’esperienza terrificante, ma onestamente credo che ogni attore dovrebbe fare qualcosa di simile nella propria carriera. Ho fatto i miei stunt, ho imparato cose nuove e come sincronizzarmi con i movimenti della camera. Mi sono sentito come Tom Cruise. Al tempo stesso, mi sono sentito molto privilegiato dal fatto che alla fine della giornata stavamo solo facendo un film e ci stavamo divertendo, nonostante la grande fatica”.

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