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TAORMINA - Una delle attrici più riconosciute del panorama italiano, ha lavorato moltissimo anche all’estero e spesso decide di interpretare dei personaggi che la portano fuori dalla sua comfort zone. Carolina Crescentini non ha paura delle sfide, ne di mettersi in gioco con trasformazioni e cambiamenti, d’altronde fanno parte del mestiere. Intervistata in occasione del Nations Award di Taormina ci parla anche di futuro e di grandi sorprese che sono ancora top secret, almeno fino a settembre.

Cosa ne pensa del politicamente corretto, e del cambiamento che sta subendo il ruolo della donna, lei da che parte si pone?

“Sto dalla parte dell’educazione, che trovo sia un ottimo test per ciò che si può dire e quello che è meglio omettere. Per quello che riguarda le donne, viviamo in una società dalla mentalità machista, quando cambierà davvero questo aspetto allora nessuno avrà problemi a ricevere un complimento se lo è davvero. Il cambiamento però in qualche modo è già in atto, basti pensare a Chloe Zhao che vince un Oscar, delle sempre più numero se produzioni di film con registe donne, attenzione però, io per esempio non voglio essere una quota rosa, voglio essere presa in considerazione per la mia competenza, e nulla più”.

Nella serie su Nada (La bambina che non voleva cantare), ha interpretato la mamma. Che esperienza è stata?

“L’ho fortemente voluto questo ruolo, per il quale mi sono anche fatta invecchiare, è bellissimo e fa parte del mio lavoro. Racconto le persone e se per farlo serve  farsi invecchiare o stravolgere, lo faccio. Adoro le sfide! Come ho fatto con il film di Ferzan Ozptek Allacciate le Cinture, per la seconda parte ho preso 8 kg e alla fine mi ha tagliato, ha scelto di non inserire il mio cambiamento, dopo che mi ero cosi impegnata a prenderli!”

Insieme ad altri colleghi e componenti del mondo dello spettacolo ha fondato U.N.I.T.A. (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo). Quali novità ci sono?

“C'è un nuovo direttivo, si stanno valutando tutte le proposte dello stato che per il momento non hanno ancora risolto ciò per cui ci stiamo battendo. Bisogna far si capire che il nostro è  un lavoro. Molte persone non lo capiscono, pensano che ci divertiamo e basta, certo che lo facciamo, anche perché amiamo quello che facciamo, ma lavoriamo 10 ore al giorno, spesso anche con orari improponibili. Vogliamo avere un riconoscimento, durante il lockdown c’è stato un accanimento verso i lavoratori del mondo dello spettacolo, è stato fatto il possibile per farci sentire inutili, abbiamo avuto un trattamento che non è stato fatto a nessun’altra categoria. Non siamo tutelati e bisogna battere i piedi".

Come combatte le etichette che provano ad affibbiarle? 

“Semplicemente vivendo la vita a modo mio, eludendo le domande insistenti che mi fanno, perché per la società ad un certo punto devi appartenere ad una griglia di riferimento se sei moglie allora devi essere mamma e via dicendo, magari non sono neanche fatti loro, è proprio fuori luogo chiederlo. Non bisogna farsi buttare giù, anche nel modo di presentarsi, dobbiamo essere liberi di essere chi vogliamo essere e basta!”

Un ruolo che porta con sé di tutti quelli interpretati?

"Per esempio Notte Prima degli Esami se mi capita di vederlo mi fa tenerezza pensare alla me di 26 anni, ma anche I Demoni di San Pietroburgo dove ero minuscola, spesso mandano in onda il mio provino del centro sperimentale, ecco rivedere quello mi ha fatto tenerezza, ero cosi tenera, piccola e piena di sogni."

Ha un regista con il quale vorrebbe lavorare?

“Se David Lynch mi chiamasse, lui che è così attento ai ruoli femminili, potrei interpretare anche una comparsa con il casco integrale!”

Che esperienza è stata Letto numero 6?

“Molto dura, mi sono documentata moltissimo sui manicomi infantili e di come sia nata la Legge Basaglia. Nel film cerchiamo di porre l’accento sulla memoria emotiva dei luoghi, e io l’ho vissuta personalmente. Mi è capitato di andare ad un concerto a Torino con Francesco (Motta), il posto che ospitava l’esibizione era un ex manicomio, ho visto e percepito la mancanza d’aria. Mi ha sconvolto scoprire la responsabilità sociale che c'è stata per l’esistenza di quei luoghi.”

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