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TAORMINA - Caratterizzato da una bellezza sempre fresca, un viso sbarazzino e il caschetto inconfondibile, questo attore, simbolo di una generazione, di strada ne ha fatta eccome, diventando anche regista. Giorgio Pasotti, ospite del Nations Award di Taormina, il premio delle nazioni che si occupa di sensibilizzare il tema dell’ambiente attraverso la cultura, si è raccontato parlando del suo prossimo progetto da regista, la serie di cui sarà protagonista e soprattutto come sia cambiata la generazione dei trentenni che lui ha rappresentato nell’iconico film L’Ultimo bacio, che ha compiuto 20 anni la scorsa primavera.

Dopo tanti anni, è cambiato il suo approccio a questo mestiere?

“Si molto, sono decisamente più rilassato e vivo meno stressato non esseno più alla costante ricerca di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, anche se iniziando un nuovo percorso come regista alla fine ho la stessa ansia e aspettativa, praticamente sono in un circolo vizioso! Questo perché sono il primo critico di a me stesso.”

Ci sono registi che fanno film solo per loro stessi, e altri che cercano il dialogo con il pubblico. Lei che tipo è?

“Ho sempre odiato i registi che girano i film per sé stessi, così come chi lo fa a teatro, sono egoriferiti, autocelebrativi, è proprio sbagliato in principio perché bisogna parlare al pubblico se non esiste questo, non c’è nessuno che ti comprende, non vai a toccare nessuna corda, rimane una storia circoscritta alla propria persona e non ha senso.”

Che spettatore è?

“Sono da sempre un fan del cinema scandinavo, da Bergman in poi vedo tutto quello che è svedese, norvegese, danese, trovo che siano dei veri capolavori che ci regalano dei film sempre originali. Anche quelli meno riusciti mi restano dentro per giorni, per anni. Non è un caso che il mio secondo film da regista (Abbi Fede) sia un remake di un film danese, lo avevo visto nel 2005 e ho continuato a pensarci per tantissimo tempo. Gli italiani sono tropo orientati alla commedia, abbiamo decisamente esagerato verso quel genere, loro sono stati più bravi nell’educare il pubblico, che poi il loro genere è la nostra commedia all’italiana che tanto abbiamo amato e che ora si è un po’persa.”

Ha dichiarato che questi trentenni sono diversi da come lo eravate voi ne L'Ultimo bacio. Le piacerebbe raccontarli in un film?

“Si e lo farò, anzi c’è già una storia che parzialmente ho in testa. Sono cambiate tantissime cose con l’invasione tecnologica che ha radicalmente modificato la socialità e come si vivono i rapporti, questo aspetto è cambiato per sempre. Adesso è più difficile approcciarci in maniera naturale, le nuove generazioni sono sicuramente più avvantaggiati nella velocita di comunicazione ma questa diventa uno svantaggio se la mettiamo sul piano dei rapporti umani perché non può mancare il fattore umano, il vedersi, l’interagire. Lo abbiamo visto con il lockdown, dopo i primi tre mesi di video chiamate, cucinare e vedere film, si aveva voglia di uscire, di vedersi, di stare insieme. Perché è questo che conta davvero.”

Lei che rapporto ha con I social?

“Un po’ li detesto, però mi dicono che servono, anche se il lavoro di un attore non dovrebbe essere solo quello, oggi si scelgono parti in base ai follower, che a mio avviso rovinano quello che dovrebbe essere un percorso formativo che non può essere sostituito da chi ti segue. In più non è detto che siccome hai molto seguito allora più persone andranno al cinema. Non è una garanzia.”

È stato nominato Direttore del Teatro Stabile dell’Abruzzo, come sta organizzando il prossimo anno?

“Prima di tutto aspettiamo il prossimo decreto, è così difficile programmare qualcosa a teatro di questi tempi. In più io sono il direttore di un teatro stabile, il che vuol dire che devo tenere conto e conti allo stato, ai soldi dei contribuenti, e questo ha un peso e una responsabilità ulteriore. Posso dire che non ci siamo mai fermati, anche lockdown, abbiamo cercato di dare speranza alle compagnie facendole andare avanti, abbiamo girato e trasmesso alcuni spettacoli tramite le emittenti più importanti d’Abruzzo, con tutti spettacoli inediti. Ora ci stiamo affacciando ad un panorama più italiano con nomi importanit come: Luca Argentero, Edoardo Leo, Paola Minaccioni, Anna Foglietta, Alessandro Gassmann, Lino Guanciale, produrremo grandi artisti nella Speranza che facciano da traino per tornare a riempire I teatri.”

Invece la sua prossima regia di cosa parlerà?

“Tratterà il mondo del lavoro, in particolare vorrei focalizzarmi su quanto sia difficile oggi parlare di rinascita, di come sia ancora più difficile non solo trovare lavoro, ma anche mantenerlo. Ho scoperto che molti giovani preferiscono avere dei lavori precari che li fanno guadagnare poco ma avere più tempo libero, e questo non va bene perché serve impegno per crearsi un percorso, nella precarietà non c’è futuro, non ci si può costruire nulla.”

Invece come attore ha appena finito di girare Lea e i bambini degli altri. Ce ne parla?

“È un medical che ho girato a Ferrara con Anna Valle, interpreto un medico pediatra che vive la sua vita con con l’infermiera interpretata da Anna, i due sono alle prese con un passato molto burrascoso, tutto in un contesto importante perché attorno ai protagonisti ci sono dei bambini che soffrono. Sono molto contento di questa serie è stata una bella esperienza, sarà in onda in Rai per 4 puntate in autunno.”

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