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VENEZIA - Famiglie allargate, poliamore e scelte di vita che non ti aspetti sono al centro del cechoviano Il paradiso del pavone di Laura Bispuri, visto in Orizzonti. Dopo essere stata due volte a Berlino in concorso, con Vergine giurata e Figlia mia, la regista romana approda a Venezia 78. Prodotto da Vivo Film e Rai Cinema, in associazione con Colorado, in coproduzione con Match Factory, e in sala con Nexo Digital in autunno, il film ha un impianto teatrale e uno spirito molto libero nel gettare lo sguardo su una riunione familiare in cui si rivelano progressivamente le complessità delle scelte e dei sentimenti.

La non più giovane Nena festeggia il suo compleanno nella casa dove vive insieme al marito Umberto sul litorale romano. Per l'occasione arrivano i figli: Vito accompagnato dalla moglie Adelina, goffa e sempre un po' fuori posto, con la piccola Alma; e Caterina, apparentemente sicura di sé, che non ha ancora rivelato di essersi separata dal compagno Manfredi (lui ha già una nuova fidanzata che aspetta in macchina). Attorno a loro una giovane cugina e soprattutto la fedele domestica Lucia con sua figlia Grazia, una ragazza che ha smesso di parlare. E poi c’è Paco, il pavone di Alma, che si innamora di una colomba dipinta in un quadro scatenando un plot fatto di progressivi spostamenti e rivelazioni.

"Il paradiso del pavone - afferma Bispuri - è un piccolo viaggio nell’intimità e nell’autenticità degli esseri umani: un film su una famiglia allargata in cui tutti si parlano ma nessuno si ascolta davvero. Finché un evento inaspettato costringe i protagonisti a guardarsi negli occhi e a svelarsi per ciò che sono. Ed è come se la loro vita diventasse improvvisamente la nostra, in uno specchio di sentimenti che ci fa riflettere sulla complessità dei rapporti umani, sul mistero della perdita, sulle mille voci che ci parlano da dentro, sull’importanza del silenzio, sulla nostra costante ricerca dell’amore". Nel cast Dominique Sanda, Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Carlo Cerciello, Fabrizio Ferracane, Leonardo Lidi, Tihana Lazovic, Maddalena Crippa.

A partire da un classico pranzo di famiglia ha voluto intessere una riflessione sulla complessità delle relazioni vissute in una chiave non prestabilita, tra realismo e metafora.

Il film vuole inquadrare le sfaccettature dell’animo umano come in un caleidoscopio. Sono rappresentate tutte le età, tutti i tipi di relazione. Più di tutto a sorprenderci sono i personaggi più anziani, specie Nena, che dietro l'apparenza rigida e un po' austera, cela un progetto di vita allargato.

Questo rapporto tra la matriarca Nena, il marito e la domestica Lucia scardina le certezze del gruppo.

C'è un rapporto a tre fatto di armonia, una combinazione che mette in discussione l’idea di famiglia tradizionale. All’inizio sono tutti rigidi, stanno dentro la formalità. Nena ha la paranoia dell’ordine, è perfezionista, ma alla fine si inginocchia davanti a tutti e si mette a nudo.

Spesso tra donne mature, sposate e con figli, si creano legami inattesi.

Sono amori basati su una complicità fortissima. Nena e Lucia appartengono a due classi sociali diverse ma non è importante, il loro legame è molto intenso. Il film, scritto con la giovane sceneggiatrice Silvana Tamma, cavalca il tema dell’amore, se possibile libero, ma anche degli amori impossibili, come quello del pavone per la colomba. E parla anche di perdita. Ogni personaggio si confronta con il tema della perdita in questa storia.

Perché proprio il pavone?

E' stata un'idea di Silvana Tamma. Credo sia l'unico film con un pavone protagonista, è un personaggio a tutti gli effetti con un ruolo e un’evoluzione. Che cosa rappresenta? E' il simbolo della bellezza e della vanità che appartiene anche agli altri personaggi, almeno in un primo tempo. Tutti sono pavoni nella prima parte del film, ma nella seconda parte tutti si svelano.

Il film ha una scrittura in parte teatrale. Mi ha fatto pensare in alcuni momenti a Cechov.

Amo più il cinema del teatro, anche se ne ho grande stima. Infatti, nonostante l'unità di luogo, ho cercato una casa labirintica, in cui ti potevi perdere con la macchina da presa. E poi c'è la scena finale che si svolge in spiaggia. Volevo prendere i lati meravigliosi del teatro e fargli prendere aria.

E' la terza volta che lavora con Alba Rohrwacher e sempre con ruoli molto diversi.

In questo caso Alba è Adelina, una donna che riesce sempre a dire e fare la cosa sbagliata. Cerca di risultare simpatica, ma non ci riesce, porta il regalo sbagliato e lo sottolinea. E' una giovane donna che ha avuto un serio problema di salute, ha vissuto la paura, ed è come stonata, fuori posto. Ho lavorato sul lato tenero e ironico di Alba, con lei ci divertiamo molto ad affrontare sfide sempre diverse. Non mi piace far ripetere agli attori ciò che si è già visto di loro.

Com'è arrivata a Dominique Sanda, interprete mitica?

Mi ero innamorata di lei tanti anni fa, vedendola nel Giardino dei Finzi Contini. Mentre scrivevamo, ho pensato che sarebbe stata una Nena incredibile. Ho provato a cercarla, ma non è stato facile. Vive in Uruguay da 20 anni. Finalmente l'ho trovata e le ho mandato i miei film e il copione. Le è piaciuto e poi ama recitare in italiano. Ha avuto coraggio, è venuta in Italia a febbraio, sfidando il Covid, su un set dove si doveva fare il tampone tutti i giorni.

E Maya Sansa?

E' molto calzante nel personaggio di Caterina. Un po’ dura, ma fragile anche se sembra sfrontata, dimostra di avere delle crepe e mi piace come si relazionano lei e Fabrizio Ferracane, il suo ex che finge di stare ancora con lei davanti alla famiglia. Ho amato moltissimo tutti i miei personaggi. 

Jane Campion ha detto che il #MeToo è stato determinante per sbloccare tante situazioni in cui le artiste faticavano ad emergere ed è come se fosse caduto il Muro di Berlino.

Sono d'accordo. Ci voleva una scossa del genere. E ancora tante cose sono da fare. 

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