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VENEZIA - In una Lima in bianco e nero, si muove Jorge, un giovane uomo invischiato nella lotta contro la povertà insieme a tutta la sua famiglia. Per superare le difficoltà economiche sarà costretto a cercare fortuna alla Rinconada, una grande miniera d’oro che attira l’attenzione di tanti con il sogno della ricchezza, ma da cui non tutti tornano. Mother Lode, film in concorso alla 36esima Settimana Internazionale della Critica di Venezia, nonostante l’ambientazione esotica, è diretto da Matteo Tortone, italianissimo documentarista e direttore della fotografia.

Ma come è arrivato il regista a interessarsi di una storia così lontana da noi? “Per un film del 2010 mi sono trovato a lavorare in una miniera d’oro – racconta Matteo Tortone - l’aria era pervasa di racconti sovrannaturali, mi sono reso conto, mentre il prezzo dell’oro continuava a salire che si stava realizzando una nuova corsa all’oro. Da lì ho cercato una risposta estetica che potesse rispondere a questa nuova ricerca dello spazio. E mi sono imbattuto in alcune foto di questa miniera a 5300 metri d’altitudine che è un insieme di baracche di lamiera posizionate sotto un ghiacciaio. È una storia abbastanza semplice, forse ovvia addirittura, perché è un lavoro stagionale. Molti lavoratori abitano lì i mesi necessari a fare il lavoro di estrazione. Lo stesso attore protagonista ha una storia simile, avendo lavorato nelle miniere, anche se non alla Rinconada. Per noi è abbastanza particolare, ma per i peruviani è la normalità”.

Ciò che attanaglia i personaggi reali di questa storia a limite tra fiction e documentario, oltre al paralizzante freddo peruviano, è la continua ombra della morte, che in una miniera d’oro colpisce nei modi più inaspettati. Per questo nel film torna spesso il richiamo a un temibile “diavolo”, simbolo tipico della cultura sudamericana: “ci interessava mettere lo spettatore nella condizione del primo arrivo in un luogo come questo, la scoperta progressiva del pensiero magico incarnato dalla figura del diavolo”.

Per raccontare questa storia Matteo Tortone sceglie un bianco e nero che ci porta su un piano astratto e fuori dal tempo: “è una scelta che ho fatto fin dall’inizio, ma che poi via via ha preso molteplici significati. Deriva da una banalità, cioè che in bianco e nero l’oro non è distinguibile da nessuna altra tonalità. Questa scelta ci ha facilitato a trovare un legame tra il nostro approccio che veniva del documentario e una narrazione fiabesca. È un racconto ambientato in Perù, e per me non è solo senza tempo, ma anche senza spazio, racconta la globalità. Tra l’altro ho scoperto, durante la lavorazione, che questi luoghi sono internazionali. Vengono lì da tutto il Sud America”.

Durante la visione di Mother Lode non si può che restare stupefatti davanti a una realtà che non sembra far parte di questo tempo, ma che esiste dall’altra parte dell’oceano. Una corsa all’oro che non è quella dei cowboy e degli avventurieri, ma di ragazzi e uomini disperati, che vedono in quei buchi scavati nei meandri della terra l’unica speranza per un futuro migliore: “Il salario non è previsto - conclude Tortone - c’è un sistema che si chiama ‘caccia al reo’, che vuol dire che si lavora gratuitamente e si ha la possibilità, che cambia di miniera in miniera (non ci sono regole precise), di portarti via una parte di materiale, misurabile magari in sacchi di materia grezza che poi devi raffinare. Ed è in questa fase che la fortuna gioca un grande ruolo. Da qui il titolo Mother Lode, vena madre, che simboleggia il sogno di ricchezza”.

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