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VENEZIA - Inizia con corpi maschili nudi, cinte di cuoio, fruste, sussurri intimi e confidenti. Quello che sembra un documentario sul mondo della BDSM nella comunità omosessuale francese diventa presto il viaggio nell’ultimo capitolo della vita di un uomo e nella relazione, umana prima che sessuale, con il giovane regista che lo racconta. La dernière séance (The last chapter) di Gianluca Matarrese è stato presentato come evento speciale di chiusura della Settimana Internazionale della Critica di Venezia, dove ha vinto il prestigioso premio Queer Lion, con la seguente motivazione: “Per la sua capacità di tracciare un ritratto che da intimo si fa universale, usando la forma documentaria con notevole efficacia narrativa per dare voce alla memoria cruciale di un capitolo di storia, quello dell’AIDS, tutt’altro che chiuso, e disinnescando al contempo con intelligenza il tabù intorno alle pratiche BDSM”.

Il protagonista del film è Bernard, un uomo francese di 63 anni che, appena entrato in pensione, decide di trasferirsi in una nuova casa. Quest’atto coraggioso e traumatico diventa per lui, e per il regista che lo filma, un’occasione per rivivere gli anni trascorsi, in particolare gli amori vissuti e poi perduti. Bernard, infatti, è un reduce della guerra combattuta contro l’AIDS negli anni ’80, un uomo che porta addosso la responsabilità del ricordo di tante vite spezzate. Al tempo stesso, è un master, un dominatore, che fa del regista il suo ultimo amante, in una relazione sincera e toccante che ha le sembianze di un passaggio generazionale per rinnovare una memoria storica.

Come ha conosciuto Bernard e quando ha deciso di realizzare il documentario?

Bernard l’ho conosciuto in un momento in cui stavo esplorando i limiti della mia sessualità. Sono stato per anni con un ragazzo, mio coetaneo, che usava fare pratiche di quel tipo, anche se non con me. Era sieropositivo e mi ha raccontato che quando lo ha scoperto all’inizio degli anni 90, gli dissero che aveva davanti pochissimi anni di vita. Poi sono arrivate le nuove terapie, ma in quel momento si è lanciato corpo e anima nel mondo dell’hardcore, del BDSM, come in una pulsione di vita contro la morte. Tutte le persone che gli stavano intorno, in questo circuito di pratiche sessuali, erano delle vittime di quell’epoca. Il sesso nel film è una fotografia di un periodo in cui c’era la clandestinità, un periodo di sofferenza sociale. Dopo che ci siamo lasciati, ho conosciuto Bernard, il nostro rapporto si è evoluto e, alla fine, lui mi ha delegato una memoria. Le sessioni dell’inizio, quelle dei giochi erotici, diventano altre sessioni: le visite mediche, il meccanico, il cimitero. Tante fasi che sono legate al tema della vita e della morte.

È interessante come tutta l’ultima parte del film sia dedicata, oltre al trasloco, al rapporto di Bernard con le sue due gatte. Cosa simboleggiano?

C’è la questione del ruolo di dominato e dominante. Quando mette le gatte nello scatolone per addomesticarle è un atto di dominazione. Un elemento costante nel film. Prima lui riprende me, nei sex tape, e io, da storyteller, sento il potenziale del racconto e inizio a filmare lui, quindi sono io che domino. E nella seconda parte, nonostante sia io che sto filmando, è lui che mi domina, seducendomi con la sua storia. C’è un gioco continuo di passaggi di ruoli e le gatte simboleggiano tante cose: rappresentano la perdita, gli amori che ha perduto, di cui parla sempre con una certa distanza, perché i traumi si eliminiamo. Il pianto liberatorio finale, quando ritrova la gatta, simboleggia tutta quella sofferenza che ha tenuto un po’ da parte, nel raccontarmela. E lo dice chiaramente: “perdere questa gatta è come perdere qualcuno che amo, e io sono abituato a perdere le persone che amo”. C’è proprio un bagaglio di ferite che si porta dietro e per questo lui è sempre rivolto in avanti, verso la morte in un certo senso. Io in qualche modo sono il terzo gatto, lui mette le barriere per non fare scappare i gatti, ma sono io che scappo. All’inizio volevo chiamare il film il terzo gatto, ma mi sembrava un po’ ridicolo.

È come se avessimo visto l’inizio dell’ultimo capitolo della vita di quest’uomo, ma alla fine vediamo l’inizio del prossimo capitolo della vita del regista.

È vero, l’ultima sequenza per me è molto importante. Ho messo in scena l’incontro con l’amore: il mio sguardo si concentra su qualcun altro, non è più Bernard il centro del mio rapporto. Ma quando questo qualcun altro mi chiede di spegnere la telecamera io lo faccio, e anche qui c’è il gioco della dominazione. Ma Bernard è felice per me, perché mi ama incondizionatamente. Io sposto lo sguardo su un altro racconto e finisce il film.

Come è giusto che sia, è molto struggente. A tal proposito, come è adesso il vostro rapporto?

Bernard è qui a Venezia con noi, è venuto tutto imbellettato alla prima, è molto commosso. Lui mi ha sempre dato fiducia, e tutto questo è una grande sorpresa. Gli interessa solamente il mio sguardo su di lui, non è solo un ritratto, ma una relazione. Bernard diventa un film perché di mezzo c’è la nostra relazione.

Dopo Venezia il film sarà proiettato a Palermo, per il Sicilia Queer FilmFest, dove spera di ottenere un riconoscimento nella categoria lungometraggi internazionali. Intanto ha già vinto un importante premio, il Queer Lion, cosa prova in merito?

Sono molto felice di questo premio. Beatrice Fiorentino conosce il progetto fin dall’inizio e mi hai detto: “sarai in un luogo protetto, la Settimana della Critica, lancerai una piccola bomba per quelle che sono le tematiche del progetto. È un riconoscimento vero, importante. Il film è su una comunità che ha affrontato un momento difficile e il protagonista è testimone di quest’epoca, ed è emblematico vincere un premio così, il Queer Lion.

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