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BARI - "Anch’io, come Emidio Tagliavini, sono uno che non vuole smettere di sognare. Oggi, invece, c’è troppa gente che insegue la convenienza, a discapito dei propri sogni". Gianfelice Imparato spiega a Cinecittà News le somiglianze con il personaggio interpretato in Querido Fidel. In questa singolare e originale opera prima di Viviana Calò, ambientata nel 1991 a Napoli, e presentata al Bari International Film Festival, l’attore campano, 65 anni, dà il volto a uno strampalato padre di famiglia che ha trasformato la sua casa in una roccaforte del socialismo reale e inizia una corrispondenza con Fidel Castro. Quest’uomo buono e pieno di ideali lotta contro il capitalismo e un’Italia dove “ci si accontenta di tirare a campare”. La moglie Elena e la nipote Celia appoggiano la sua battaglia, mentre il figlio Ernesto è un devoto del sogno americano.

Imparato, cosa è le piaciuto di Emidio?

Che è simile a me. Quando devo interpretare lo stato emotivo e sentimentale di un personaggio cerco la verità dentro di me. A volte mi capita di impersonare uomini poco gradevoli, magari vili e cattivi. E anche lì devo andare a ricercare quegli aspetti in me stesso. Stavolta non ho dovuto fare molto sforzo. Anch’io come Emidio inseguo i miei sogni. Faccio il mestiere dell’attore perché non voglio smettere di sognare. La difficoltà è stata non far scivolare il personaggio nella macchietta o nella caricatura, in una comicità senza costrutto.

Nel mondo di oggi ci sono ancora i sognatori?

Ci sono più persone che, ahimè, inseguono le convenienze. Finché ci si arrende alla convenienza, si riconosce un proprio limite. È quando la si cerca il vero problema. Ed è molto frequente in quest’epoca. La corruzione ha portato all’imbarbarimento della politica e della società civile.

Come nasce la collaborazione con Calò?

La conosco da quando è bambina, perché è figlia di Alessandra Borgia, che nel film fa mia moglie. Viviana ha saputo creare un cast basandosi su sinergie professionali e umane. Ha scritto i personaggi pensando agli attori e creato un’onda emotiva che investe il pubblico. Questo è stato l’ultimo film che ho girato prima della pandemia, senza tamponi, mascherine e sanificazioni.

Quando uscirà al cinema?

Il 25 novembre, data che coincide con il quinto anniversario della morte di Castro, e il primo della morte di Maradona. Pur essendo napoletano, non sono tanto tifoso. Amavo più Fidel. Spero che la gente torni nelle sale, dove le emozioni si amplificano. Ho paura che il cinema faccia la fine dei giornali.

Al Bif&st ha ricevuto il Premio Alberto Sordi per Qui rido io di Mario Martone, nel quale interpreta il grande caratterista Gennaro Pantalena.

È stata la prima volta che io e Mario abbiamo lavorato al cinema insieme. Ho un grande legame con gli Scarpetta e i De Filippo ed è stato bellissimo far parte di un film come questo. Con orgoglio e onore, da cinque anni porto avanti la compagnia di Luca De Filippo, con il quale ci siamo conosciuti nel 1980.

Il riconoscimento lo ha preso anche per Il bambino nascosto di Roberto Andò, dove è invece un magistrato chiuso e rigido che di fronte a una richiesta di aiuto del fratello, Silvio Orlando, erige un muro.

Si capisce da quell’unica scena insieme che ha un grande astio verso quel fratello che ha rinnegato la sua famiglia borghese. Nel romanzo, scritto sempre da Andò, il mio personaggio si prende cura del bambino, ma nel film è diverso.

Il premio è intitolato a Sordi. Vi conoscevate?

Abbiamo lavorato insieme solo in Romanzo di un giovane povero di Ettore Scola. Avevamo una scena io, lui e André Dussollier. L’ho incontrato successivamente anche per chiedergli i diritti della commedia Io so che tu sai che io so. Con una collega volevamo portare il testo a teatro, ma poi non ci fu accordo tra la produzione e Sordi e non se ne fece più nulla.

C’è un ruolo che le è rimasto di più nel cuore?

Al cinema sicuramente una svolta nella mia carriera c'è stata con Gomorra di Matteo Garrone, per la grande eco a livello mondiale che ha avuto il film. Don Ciro era un personaggio dipinto molto bene. Ma sono affezionato anche ai ruoli di Into Paradiso, Nottetempo, ora anche a questo di Querido Fidel.

Attualmente su Rai1 stanno andando in onda le puntate della terza stagione de I bastardi di Pizzofalcone. Un bel successo, non trova?

Spesso mi riconoscono per strada di più per il personaggio che interpreto nella serie, che per altri ruoli che ho fatto al cinema o a teatro. A me però non è mai interessata la visibilità, io mi sento un artigiano, un artista che cerca di evitare di essere pietrificato dalla vita, pensando al mito di Perseo, attraverso il teatro, il cinema e la musica.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Il 15 novembre dovremmo riprendere Ditegli sempre di sì di Eduardo, andando avanti fino ad aprile, dopo che ci siamo fermati il 23 febbraio 2020 per via della pandemia. Dobbiamo recuperare le date che non abbiamo fatto nella scorsa stagione. E poi ci sono due soggetti per il cinema a cui tengo, e che spero vengano prodotti. Uno è una mia commedia originale. L’altro è tratto da Il giorno prima della felicità di Erri De Luca e parla di paternità putativa, senza vincoli di sangue, un tema che mi affascina molto.

La cultura è stato uno di quei settori più penalizzati durante il Covid.

Non si capisce perché fanno gli scienziati solo con il teatro e il cinema. Sciaguratamente un ministro una volta disse: con la cultura non si mangia. Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a un’involuzione culturale feroce. È stato diffuso il concetto che tutti possono fare tutto, anche fare gli attori senza sapere recitare. Una subcultura che ha fatto danni e di cui i giovani sono figli.

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