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BARI - Appena ha letto il soggetto di Bentornato papà, Domenico Fortunato ha capito che quello sarebbe stato il suo secondo film da regista. L'attore lo racconta a Cinecittà News, parlando della volontà di realizzare una pellicola che “è un omaggio ai nostri padri”. In concorso al Bif&st, il film, con protagonisti lo stesso Fortunato, Donatella Finocchiaro, Riccardo Mandolini, Giuliana Simeone, e la partecipazione di Giorgio Colangeli e Dino Abbrescia, prodotto da Altre Storie con Rai Cinema, e dal 7 ottobre nelle sale, è la storia di una famiglia del sud Italia, unita, nella quale, come è normale che sia, ci sono anche delle incomprensioni. Franco è un padre che ha dedicato la vita ai suoi cari e al lavoro. Anna, una moglie e mamma apprensiva e amorevole. Poi ci sono i figli Andrea, uno studente con le proprie ambizioni e inquietudini, e Alessandra, la più sensibile di casa che sogna di diventare maestra. Infine, c’è Silvano, al quale suo fratello Franco è molto legato. Quando un tragico evento colpisce improvvisamente il capofamiglia, la vita di tutti verrà sconvolta, portandoli ad affrontare un percorso terapeutico dell’anima alla ricerca di un nuovo equilibrio.

Fortunato, dopo il debutto alla regia del 2018, Wine To Love, ha deciso di tornare dietro la macchina da presa.

Com’è nato il film?

Una sera parlando con il produttore Cesare Fragnelli, abbiamo scoperto di aver vissuto entrambi, quando non avevamo neppure vent’anni, la perdita del padre. Da giovani, siamo stati tutti contestatori e ribelli. A una certa età non si apprezzano certe cose, non si capiscono perché si è presuntuosi, si vorrebbe solo spaccare il mondo. Cesare aveva scritto su questo tema un soggetto bellissimo (insieme a Francesca Schirru, ndr) e me lo ha affidato. Leggendolo mi sono commosso e ho accettato di dirigerlo.

In un film non è semplice affrontare il tema della malattia...

Io penso che questo sia più un film che parla di vita, semplice, potente e piena d’amore. La malattia è il motore del cambiamento dei protagonisti. Non è raccontata solo come momento doloroso, è soprattutto l’occasione per questa famiglia di ritrovarsi, concedendosi tutto quel tempo necessario per parlare, capirsi, spiegarsi. La famiglia porta amore in quei trulli e in quell’ospedale. Un amore sotto varie forme.

Ha scelto di dirigere il film, ma anche di interpretare il ruolo del protagonista. Com'è andata?

È stata molto tosta. C'è stato un momento in cui ho chiesto al produttore di scegliere un altro attore. Lui mi ha detto che ero pronto, perché stavo raccontando anche il mio vissuto. Ho avuto la fortuna di avere vicino a me tanti professionisti che mi hanno aiutato fino all’ultimo ciak. La prossima volta, però, o faccio solo il regista o solo l’attore. Questo mestiere è il più bello del mondo. Vittorio Gassman diceva: è sempre meglio che lavorare. Ma alla fine è stancante pure mentalmente, non solo fisicamente.

Come nasce la collaborazione con Donatella Finocchiaro, che interpreta sua moglie?

Rileggendo più volte la sceneggiatura, ho pensato a lei. Per questo ruolo c'era bisogno di una mamma meridionale, dolce, emotiva, forte e carismatica allo stesso tempo, e credo che lei sia un’attrice meravigliosa.

Avete girato il film durante la pandemia?

Tra settembre e ottobre 2020, dopo il primo lockdown. È stato un modo di lavorare diverso. Avevamo sul set a Martina Franca il Covid manager, facevamo tamponi continuamente, abbiamo rispettato tutte le regole.

Dopo il Bif&st, Bentornato papà esce nelle sale. Cosa ne pensa?

E’ una sfida e bisogna accettarla. Non ci aspettiamo grandi numeri al botteghino, ma questo è un film nato su un'onda emotiva e speriamo di toccare l'anima delle persone che andranno a vederlo.

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