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BARI - Tra il 2015 e il 2020 più di dieci banche italiane sono state poste in liquidazione coatta. Oltre 500mila azionisti, tra cui soprattutto piccoli risparmiatori, hanno perso il loro capitale. È stata una delle crisi bancarie più grandi in Europa. Partendo dal testo teatrale di Romolo Bugaro, il padovano Alessandro Rossetto torna a raccontare il Nord-est del nostro Paese in The Italian Banker, un dramma in bianco e nero sulla spregiudicatezza del potere e della finanza, con Fabio Sartor, Sandra Toffolatti, Diego Ribon, Mirko Artuso e Valerio Mazzucato, presentato in concorso al Bif&st, e al cinema dal 7 ottobre distribuito da Parthénos.

Nei saloni di una grande villa palladiana, si sta svolgendo una festa esclusiva. Uomini in giacca scura e signore in abito lungo ballano e bevono fino a notte fonda. Tra loro c’è chi ha perso milioni a causa del crollo della Banca Popolare del Nordest. Le tensioni personali si intrecciano alla frustrazione collettiva, fino a quando la violenza esplode all’arrivo dell’ex presidente della banca, un uomo ormai sconfitto e distrutto, che vuole raccontare la sua verità sul crack, ma a cui manca il coraggio di ammettere il proprio fallimento.

Rossetto, dopo Effetto domino, The Italian Banker segna una nuova collaborazione con Bugaro. Come nasce questo film?

Quando lessi quel romanzo di Romolo, ritrovai delle somiglianze con una vicenda reale sulla quale volevo fare un documentario, che poi sfumò. Dunque decisi di trarre ispirazione da Effetto domino per farne un mio film di finzione. Stavolta è andata diversamente. Romolo è stato chiamato dal Teatro Stabile del Veneto a scrivere una pièce su tematiche contemporanee legate alla regione e ha realizzato Una banca popolare. Io ho diretto lo spettacolo e sin da subito ho pensato che si potesse anche farne un film. Ancor prima di fare le prove a teatro, abbiamo scritto la sceneggiatura per il cinema.

Anche il film conserva un impianto teatrale. Questa scelta è per dare ancora più forza alle tematiche di cui tratta?

 Abbiamo pensato che una sola location e una sola notte fossero gli elementi ideali per raccontare una storia sul gotha della finanza. Di come gli alti vertici se ne freghino della realtà in cui vivono, non occupandosi della comunità. Ci sono uomini che difendono a spada tratta l’indifendibile. I piccoli risparmiatori sono stati triturati e i grossi investitori sono stati, invece, protetti. Qui c’è una gara a non prendersi delle responsabilità. Intorno a queste persone accadono delle cose e loro continuano a ballare su musica sudamericana. E la danza diventa così uno dei cardini del racconto. 

Perché ha scelto il bianco e nero?

Ho pensato a una festa a cui avevo partecipato anni fa, durante la quale accaddero avvenimenti dagli sviluppi molto strani. Sapevo poi che la seconda parte del film sarebbe stata molto difficile da trattare cinematograficamente. E così è nata l’immagine di una villa bianca a contrasto con il nero nella notte.

Anche questa volta c’è stato da parte sua l’interesse di fotografare il suo territorio di nascita.

Molto candidamente trovo che il Veneto sia un contesto interessante da raccontare al cinema. C’è una società particolare ed estremizzata per molti motivi, c’è una violenza diffusa ma repressa. E questo è un motore interessante per me, anche quando realizzo documentari. Ho un legame con la mia terra e sono affascinato dalla sua dimensione antropologica, forse anche inconsapevolmente.

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