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Un allenatore senza scrupoli, ormai squalificato a vita dopo anni di tentativi di aiutare i propri atleti con il doping. Al suo fianco la giovane fidanzata, una marciatrice che decide di riprovare con l’agonismo dopo alcuni tentativi che non l’hanno portata a primeggiare. Libero De Rienzo è protagonista, in una delle sue ultime interpretazioni, insieme a Carlotta Antonelli, in Takeaway, presentato alla Festa del Cinema di Roma, nella vetrina di Alice nella città.

Maria è ambiziosa, mentre Johnny, più vecchio di lei, le prepara le sezioni di allenamento, ma anche le sostanze migliori per doparsi. Ne abbiamo parlato con il regista, Renzo Carbonera.

Come nasce la volontà di dirigere un film sul doping, una tematica raramente raccontata dal cinema italiano di finzione?

Il mio incontro con il doping è avvenuto alcuni anni fa durante il Festival di Berlino. Sono per metà tedesco, e quindi leggo i giornali locali. Aprendo 'Die Zeit' ho notato un’intervista a un’atleta della Germania Est che raccontava i suoi trascorsi con il doping, oltre agli strascichi fisici che le aveva lasciato, anche a distanza di molti anni. Tanto che è una lei diventata un lui. Una cosa che succedeva, per l’abuso di testosterone. Da lì ho iniziato a fare delle ricerche, che mi hanno permesso di scoprire una serie di cose. Soprattutto il fatto che l’idea di doparsi nasce spesso al ivello amatoriale, in ambiente familiare, agli albori di una carriera ancora non avviata. Può distruggerla, una carriera, ma a volte la crea. Ho messo insieme i frammenti attraverso una storia che andasse alla radice del problema.

Come mai l’ambientazione in montagna, in un luogo isolato e fra le nevi?

Mi sembrava funzionale come metafora di un’umanità che ha fatto male i conti, che vive accanto ad altra gente, pur rimanendo sempre isolata dal resto del mondo, fra la nebbia e la neve, in alta montagna. Si vede ovunque l’intervento dell’uomo, sotto forma di alti palazzi, però anche il distacco di una comunità, una famiglia, che cerca di ritrovare sé stessa.

Takeaway racconta due generazioni: un’atleta giovane alle prese con il doping di oggi e unallenatore all’opera molti anni prima, quando era forse più facile utilizzare sostate proibite nello sport.

Era anche più pericoloso, perché le sostante lo erano. C’era meno farmacia e sofisticazione. Era tutto più brutale.

Il doping è come la mafia, quando non fa parlare di sé vuol dire che è in salute?

Ho paura di sì. Il problema mi sembra soprattutto psicologico. Cerchiamo qualcosa di esterno a noi, per soddisfare i nostri desideri e le ambizioni di successo. È la forma mentis che va rivista, più che la sostanza. È da lì che inizia la lotta al doping, da cosa siamo disposti a fare per raggiungere il successo, magari alla fine effimero, e quali possono essere le conseguenze dei nostri gesti.

Quanto conta per noi la competizione?

Ho sentito di persone che prendono sostanze dopanti per fare la partita di calcetto il giovedì sera con gli amici. Davvero incredibile.

È stato uno degli ultimi film girati da Libero De Rienzo, come lo ricorda?

Per me è stato fondamentale il suo apporto, come quello di Carlotta Antonelli. Spesso abbiamo rivisto le scene con gli attori, in maniera sfaccettata e complessa. La loro è stata una presenza di spirito, ma anche fisica, c’erano sempre. Dormivamo cinque o sei ore e il resto del tempo lavoravamo insieme, anche quando non eravamo sul set. Libero si è messo molto in gioco, ha accettato il personaggio come l’avevo scritto io, aggiungendoci anche del suo. Mi rimarrà sempre il suo ricordo come persona molto vitale.

I due protagonisti sembrano mettere in secondo piano l’amore di coppia, emergono due alleati, un allenatore e un’atleta che vogliono primeggiare con aiuti illeciti.

In realtà è vero in parte, ci sono dei momenti in cui prevale la tenerezza. Ogni ci riconciliano con un rapporto che sembra più che altro uno stereotipo. Siamo tutti umani, abbiamo momenti belli e brutti.

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