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Nell’estate del 1957 un giovane viaggia dalla Campania fino al profondo nord della Francia per ritrovare il fratello, partito molti anni prima per combattere nelle colonie e poi durante la Seconda guerra mondiale. Un fratello fuggito il più lontano possibile dalla famiglia, guidato da incrollabile fede fascista e una violenza a stento trattenuta, pronta a esplodere.

Francesco Di Leva interpreta quest’anima irrequieta, mentre il fratello più giovane e saggio è Antonio Folletto in Come prima, diretto da Tommy Weber, parigino innamorato dell’Italia.

Presentato ad Alice nella città, sezione indipendente della Festa del Cinema di Roma, è una coproduzione italo-francese, tratta dal graphic novel omonimo di Alfred, che sarà distribuita nelle sale da Luce Cinecittà.

Così Weber ci ha illustrato la genesi del progetto. "Cercavo da un po’ di raccontare la storia di due fratelli. Stavo scrivendo una mia storia quando ho letto il fumetto di Alfred e lì c’era tutto, scritto e disegnato, pronto per essere girato. Un invito che ho accettato e mi sono lanciato. Mi ha conquistato il suo raccontare in maniera diretta e piena di umanità una vicenda fatta di ombre e luci. Abbiamo poi fatto molti cambiamenti rispetto al fumetto. Il cinema è un’altra cosa, e alcune scene che funzionavano su carta non avrebbero avuto lo stesso effetto in un film. Il fumetto è un nostalgico omaggio a quell’epoca, che ora non avrebbe funzionato. L’essenziale rimane: gli anni successivi alla guerra e il viaggio insieme dei due fratelli. La semplicità era anche la sua forza".

Cosa l’affascinava nel raccontare questi due fratelli in viaggio, lontani dalla realtà in cui sono cresciuti?

Mi interessava sottolineare i dettagli che caratterizzano il loro attaccamento reciproco, senza bisogno di parole. Come in amore, sono dettagli spesso silenziosi. Abbiamo poi girato moti flashback sul loro passato, ma alla fine non li abbiamo montati. La montatrice, Cecilia Zanuso, ha avuto la giusta idea di scartare momenti del loro passato, che in una storia ben raccontata non servivano. Era bello mantenere per lo spettatore la libertà di immaginarselo.

Un rapporto complesso fra i due fratelli, con attimi di tensione e violenza, oltre ad altri divertenti.

Abbiamo fatto quattro o cinque letture insieme agli interpreti, Francesco Di Leva e Antonio Folletto. Era molto importante per me, visto che all’epoca parlavo italiano meno bene di adesso. Parlare con gli attori era cruciale, grazie anche al supporto di un’assistente che mi ha molto aiutato a dialogare con loro due. Gli ho spiegato cosa pensavo dei momenti di violenza, come di quelli di pudore estremo o di tenerezza, e mi hanno seguito. Sono una persona impulsiva e mi piace al cinema l’emozione anche strabordante. Loro sono stati meravigliosi, hanno avuto fiducia in me e nella loro idea dei personaggi. Girando in italiano, talvolta era come se vedessi la scena fuori fuoco. Avevo bisogno della loro tranquillità.

Anche la messa in scena è molto istintiva, con camera a spalla e una certa nervosa frenesia.

All’inizio ho fatto due scelte molto semplici: da una parte quella di girare in 4:3 e dall’altra di usare la camera a spalla, che mi aiutava a entrare nell’azione, permettendomi anche di mostrare chiaramente agli attori quello che volevo, nonostante le difficoltà con la lingua. Non volevo fare un film nostalgico o troppo legato al fumetto, con un utilizzo classico dei paesaggi che attraversano, per esempio. Volevo essere moderno, ho seguito l’istinto, non dovevo pensare troppo, mentre i miei film precedenti sono molto classici.

Cosa in particolare la interessava nel rapporto fra i due fratelli?

L’ho sempre immaginato come una storia d’amore, non lontano da quello fra un uomo e una donna. Poteva essere anche sensuale, oltre che tenero. Io stesso, con mio fratello ho una grande voglia, ma anche difficoltà a parlare di sentimenti. È difficile farlo, quando l’amore è molto intenso, come quello fra fratelli. Può far male. Mi interessava il cammino che porta a non riuscire a dire ‘ti voglio bene’.

Ha scelto Procida come casa dei due protagonisti per omaggiare L’isola d’Arturo di Elsa Morante. Qual è il suo rapporto con l’Italia?

L’ho sognata attraverso i tanti film che ho visto fin da bambino. Poi sono venuto solo due o tre volte nel fine settimana, non di più. Non pensavo fosse possibile fare questo film in Italia, con attori italiani, era più di un sogno. Invece è successo, e sono felicissimo di averlo fatto, vivendo oltretutto più di un anno fra Napoli e Roma. Questo paese mi ha aperto il suo cuore, permettendomi di fare il mio film. Sono molto riconoscente.

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