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Un rivoluzionario si aggira fra i vicoli e i portici della sua città, Bologna. Non ha certo un aspetto minaccioso, è Franco Grillini, attivista e politico impegnato da decenni per il riconoscimento dei diritti civili LGBT. È lui il protagonista di Let’s Kiss di Filippo Vendemmiati, che ha destato molta attenzione alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Panorama Italia di Alice nella città.

Una figura carismatica, quella di Grillini, come emerge sia dal film che dalle dichiarazioni a 'Cinecittà News' del regista. “Cammina lentamente, o con un deambulatore a cui è costretto da una malattia. Parla molto, è incontenibile nella sua retorica cadenzata, con una musicalità bolognese che diventa parte della colonna sonora di Paolo Fresu, che è molto presente, quasi invadente. Ho optato per un rimando continuo fra pubblico e privato, piani che si influenzano e dialogano a distanza. Ho cercato di inserirmi in questo rapporto utilizzando semplici strumenti cinematografici. Ha partecipato a tante trasmissioni televisive, anche sbracate e di cabaret, in cui faceva il cazzone, cosa che fa benissimo anche oggi. È una maschera teatrale molto efficace, adatto a compiere un racconto in prima persona, con la sua leggerezza”.

Con un tono disincantato e materiale visivo anche inedito, il documentario ricostruisce i luoghi simbolo della sua vita e oltre trent’anni di storia politica italiana. Una battaglia non certo facile, specie inizialmente, negli anni ’80, quando l’omosessualità era ancora vista con sospetto da milioni di italiani. Let’s Kiss è prodotto da Genoma Films di Paolo Rossi Pisu, scritto da Donata Zanotti, con immagini e montaggio di Stefano Massari, Carlotta Cicci e Simone Marchi.

Franco Grillini, è stata effettivamente, come dice il sottotitolo, una rivoluzione culturale?

 Assolutamente sì. Se abbiamo qualche problema legislativo, con il viaggio della legge contro l’omofobia che riprende il suo percorso proprio oggi in Senato, di sicuro siamo riusciti a cambiare il modo di pensare di un intero paese. Lo dimostrano sondaggi e gli istituti di ricerca. Eravamo considerati sempre al primo posto fra gli antipatici nelle analisi di opinione. Ora un buon 60% di cittadine e cittadini italiani accettano gli omosessuali. Questo vuol dire che la rivoluzione culturale l’abbiamo fatta, senza morti e feriti. Parlare di rivoluzione gentile è un ossimoro, ma ci aiuta a capire come l’obiettivo era di farla con gentilezza, ironia e carineria, parlando un linguaggio comprensibile da tutti, non solo da una ristretta minoranza. Penso che questa rivoluzione sia irreversibile, almeno in occidente. Anche in stati come l’Ungheria o la Polonia, dove ci sono piccoli autocrati che cercano di tornare indietro rispetto alla legislazione sui diritti civili, la popolazione non è d’accordo con queste leggi. In Ungheria ci sono state gigantesche manifestazione contro il decreto antigay imposto da Orban.

La scelta di fare da giovane il bidello rappresenta forse una sintesi della sua figura. Non di autorità, come un insegnante, ma vicina a quei giovani attraverso i quali si è realizzata questa rivoluzione culturale.

È stata un’esperienza fantastica, durata tre anni. Una scelta un po’ opportunistica. Un posto di lavoro vinto con un regolare concorso che mi permettesse di studiare per una seconda laurea, che poi non non preso, una basta e avanza. È stato splendido il rapporto con i ragazzi, gli scrivevo i temi di italiano, tanto che quando erano tutti contenti perché avevano preso 8 gli ricordavo che l’avevo semmai preso io. Quando una politica in televisione ha detto, “siamo parlamentari, non siamo bidelli”, io ho scritto che l’avevo fatto per tre anni ed era stata una delle esperienze più belle della mia vita.

In Let’s Kiss lei compie un parallelismo fra la segretezza intorno all’AIDS negli anni ’80 e quella ancora oggi sul cancro. È ancora un tabù pubblico parlare della malattia?

Bisogna sfatare un linguaggio ipocrita, formule come “lunga malattia” o “male incurabile”. Sulla stampa, quando si parla di un personaggio molto noto, si usa grande delicatezza, non si dice mai la verità. Mentre quando è coinvolta una persona non conosciuta non ci sono problemi. Bisogna dire che ci si può curare, le terapie garantiscono molti anni di vita, ci si convive come lo si fa con la vita e con il fatto che bisogna fare in conti con la signora in nero. Ho preso il mio cancro con ironia. Ero vicino di casa del mio grande amico Ezio Bosso, che aveva come me una malattia degenerativa. Praticamente vivevamo al bar e chiacchieravamo sempre. Ci confrontavamo con la minutaglia della malattia, da una pillola particolarmente efficace a una carrozzina di ultimo modello. Ci si ride su, secondo me è l’unico modo per affrontare quel che rimane della nostra esistenza.

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