/ INTERVISTE

Un’immagine, un’istantanea. Una bandiera italiana e la gioia dopo tanto lavoro che l’ha portata sul podio. È la conclusione della storia di un anno di preparazione per Veronica Yoko Plebani, in vista delle Paralimpiadi di Tokyo nel Triathlon. Lo racconta Corpo a corpo, un documentario diretto da Maria Iovine in programma nella sezione Alice nella città della Festa del Cinema di Roma.

“I produttori hanno visto un mio corto, In Her Shoes, che trattava tematiche femminili, e mi hanno proposto di raccontare la storia di Veronica”, ci ha raccontato la regista. “Ci ho pensato due mesi, prima. Volevo conoscerla. La mia pretesa è raccontare le donne, penso ancora che con il cinema si possa cambiare il mondo, o quantomeno influire sull’immaginario collettivo. Appena l’ho incontrata, mi ha chiesto di prometterle che non avremmo raccontato solo di allenamenti e sport, o di una malattia di dieci anni prima. Dicendo questo mi ha convinta, ho capito che potevamo raccontare insieme la storia di una donna che sta lasciando un’impronta nel mondo. Non solo con una medaglia, ma con quello che fa tutti i giorni.”

Corpo a corpo osserva la quotidianità di un’atleta professionista, una giovane donna abituata a superare ostacoli, nello sport come nella vita. “Stando con lei per due anni”, ha proseguito Maria Iovine, “mi sono resa conto di come il titolo rimandi all’assunto da cui tutti partono quando iniziano a vedere questo film, e conoscono la storia di Veronica. Poi lei riesce a rivoluzionare anche un messaggio rivoluzionario. Per me è stata una grandissima sorpresa. Veronica dimostra come bisogna vivere il proprio corpo, uscendo da quei paradigmi.”

Veronica Yoko Plenasi, il documentario racconta la sua preparazione per un evento sportivo molto importante come le Paralimpiadi di Tokyo.

Maria si è messa a osservare quello che mi succede tutti i giorni. Emerge quello che sono, la normalità di una persona qualsiasi che fa tante cose. Nella narrazione della disabilità, degli atleti paralimpici, c’è sempre una visione eroica o pietistica. L’intenzione era di normalizzare il tutto, c’era un grande spazio da raccontare. Spero che passi questo, così come il grande impegno profuso in questi due anni, per arrivare a Tokyo.

Ma come mai il Triathlon, una disciplina così dura, con nuoto, corsa e ciclismo?

Me lo chiedo tutte le mattine, chi me l’ha fatto fare? Oggi non cambierei, che per me è una cosa nuova e sensazionale, essendo abituata a variare ogni giorno quello che faccio. Il triathlon porta con sé il cambiamento, la trasformazione, e questo mi dà tanta energia, per come sono fatta io. È sicuramente una sfida molto grande.

Poi ci sono tanti elementi, come l’acqua, che caratterizzano questa disciplina.

L’acqua è un elemento che mi appartiene tantissimo, il nuoto forse è la cosa più importante per me. Poi c’è la bici, un mezzo che ti può portare lontanissimo, che mi ha liberato nella mia vita di tutti i giorni. Quindi la corsa, la conclusione della sfida, la parte più dura, in cui metterci quella tigna che ho e mi piace tirare fuori.

Chiunque fa sport, ma anche un regista o un artista, lo fa per ispirare qualcuno attraverso sé stesso. L’unico momento in cui oltre al sorriso dimostra anche commozione è quando racconta come ha ispirato gli altri.

È la parte inaspettata. Inizi a fare qualcosa perché ti appassiona, poi arriva tutto il resto, che ti porta a esprimerti al meglio. Faccio triathlon perché mi piace, ma mi rendo conto del valore che ha raccontarlo. Una cosa che non dà certo solo valore agli altri, ma anche tantissimo a me. Venire a contatto con persone che migliorano un po' la loro vita grazie a me è un regalo grandissimo.

La sua anormalità è quella comune a ogni atleta, la routine di allenamento quotidiano.

Vivere le cose per quello che sono, in modo soggettivo, dovrebbe appartenere a tutti. Inutile domandarsi cosa sarebbe accaduto senza la pandemia, come è inutile chiedermi come sarebbe stata la mia vita se non mi fossi ammalata. La pandemia ci ha portato a cambiare i nostri programmi, gli obiettivi. Un anno senza poter fare quello a cui siamo abituati come sportivi tutti i giorni. Devo ammettere, però, che un anno in più di allenamento mi è servito.

Immagini di dover dare un epilogo al documentario. Qual è il ricordo più forte di Tokyo?

Direi che è stata durissima, ma il motto di queste Paralimpiadi, uniti dalle emozioni, non poteva essere più azzeccato. È stata la sensazione che è prevalsa all’interno del Villaggio olimpico e anche in campo gara, per me. Specie nel rettilineo di arrivo, distrutta delle emozioni.

VEDI ANCHE

ALICE NELLA CITTÀ 2021

Ad