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In attesa di uscire in sala per tre giorni, il 25, 26 e 27 di ottobre, distribuito da Luce Cinecittà, il documentario Futura, dopo l’anteprima mondiale alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes, è stato presentato ad Alice nella città. Diretto da Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher, prodotto da Avventurosa con Rai Cinema, è un'inchiesta collettiva che ha lo scopo di esplorare l’idea di futuro di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 20 anni, incontrati nel corso di un viaggio attraverso l'Italia. Un ritratto del Paese osservato attraverso gli occhi di adolescenti che raccontano i luoghi in cui abitano, i propri sogni e le proprie aspettative tra desideri e paure. Abbiamo incontrato i tre autori del film.

Non un film a episodi, ma collettivo, non usuale nel nostro cinema. Dove nasce il progetto di Futura?

Pietro Marcello: Nasce dal desiderio di metterci insieme e di realizzare un film collettivo. È vero che in Italia non ci sono state molte esperienze di questo tipo. Tutti i film collettivi nascono da spinte sociali molto importanti. Il nostro obiettivo era di fare un’inchiesta sui giovani, perché normalmente senti parlare solo i vecchi. In questo caso era importante mettere da parte il nostro lavoro ed essere esecutori. Premetto che non credo nelle co-regie, possibili al massimo fra fratelli di sangue. In questo caso c’erano un’ideologia, il cinema, e un obiettivo, il film. Abbiamo lavorato tutti insieme, adottando un metodo comune. Un esempio replicabile da altri autori. Tante persone hanno collaborato poi al film, dalla montatrice alla produttrice. Nel frattempo ci siamo trovati nel mezzo di una pandemia. Ciascuno ha guardato il prodotto dell’altro. Cosa molto interessante, perché in un certo senso il lavoro è lo stesso. Volevamo fare un reportage, un affresco, perché non è un film d’osservazione.

C’era anche l’idea di raccogliere una testimonianza del presente. Quant’era importante questa funzione per voi? Un atto di classificazione, oltre che artistico?

Alice Rohrwacher: Era molto importante. Noi siamo abituati a elaborare il presente, attraverso delle storie immaginarie, delle opere di finzione, oppure conoscevamo il documentario di osservazione. Ma l’inchiesta ha un valore di archivio per il futuro. In un mondo pessimista, è un’operazione ottimista, perché prevede che nel futuro ci saranno degli spettatori che vorranno sapere com’era lo stato delle cose, l’immaginario dei giovani nel 2020. Quindi ci sono molti elementi che non siamo in grado di giudicare, che magari oggi ci possono sembrare banali, ma abbiamo deciso di tenere, perché rappresentano lo spirito del tempo. Dobbiamo guardare questo presente per il valore in sé, ma anche come archivio. In questo senso ci siamo comportati, producendo un materiale che abbiamo montato come un film d’archivio. Non è destinato solo al pubblico di oggi, ma anche a fungere da informazione per il futuro.

Pietro Marcello: Andava fatto. Se siamo stati bravi o meno non importa. Anche per noi è difficile dare un giudizio, visto che siamo stati esecutori. Ci vuole tempo. Dipende da come invecchierà il film. Puoi spingere quanto vuoi, ma se resta nel tempo allora ha un valore. Ci consegniamo al futuro del film.

Qual è stato il criterio con cui avete scelto chi incontrare, un equilibrio sociale e geografico? Quali i criteri di inclusione, inizialmente, e poi di esclusione in fase di montaggio?

Francesco Munzi: Sono due discorsi che andrebbero fatti separatamente. Uno prima e uno dopo il Covid-19. È stato fondamentale, purtroppo, per noi. Avevamo voglia di fare questo film insieme, ma ce l’immaginavamo, non dico d’assalto, ma in mezzo alla gente, per strada. Poi invece è diventato un film quasi carbonaro. Ci hanno ingabbiato tutti quanti, con i ragazzi come vittime principali. Le scuole erano chiuse, loro restavano a casa, mentre magari gli adulti riuscivano a uscire andando al lavoro. Abbiamo dovuto stanarli. Questo ha cambiato un po’ il nostro metodo, anche se non troppo. Ci siamo affidati a una redazione che ci proponeva i ragazzi da incontrare, che in realtà si conoscevano già fra di loro. Il nostro desiderio, infatti, era di fare un passo indietro e innescare una discussione fra di loro. Non ci sono storie nel film, ma gruppi. Anche se di provenienza, sia geografica che sociale, molto diversa. E poi avevamo anche un questionario, che toccava tanti temi. Futura è la domanda che ha vinto. Nella sua ampiezza lasciava anche molto liberi nel rispondere. Una domanda che va a scovare l’energia, lo slancio dei ragazzi verso il dopo. La progettazione, l’immaginazione, la capacità di fare gruppo, i sogni. Alla fine fare questa domanda a tutti ha costituito un metodo. Poi ognuno di noi ha una sensibilità diversa nell’interagire con un gruppo. Abbiamo però fatto di tutto per renderlo il più possibile omogeneo. In montaggio, Aline Hervé è stata molto brava a venirci dietro, ma abbiamo seguito più in sentimento del film, che i dati. Quello che emerge di più è forse la difficoltà a immaginarlo, il futuro.

Viene da pensare che Futura sia il primo di un repertorio che possa raccontare, periodicamente, lo stato delle cose. È così?

P.M. È anche il nostro obiettivo. Lo speriamo, e credo che verrà replicato in altri paesi, questo metodo di fare film collettivi. Perché all’estero, il film sta girando e riscuote attenzione diversa da quella che ottiene qui. È sempre così, l’ho vissuto anche per altri film, come Francesco e Alice. Il nostro obiettivo è che venga replicato, questo metodo. In questo momento il cinema ha bisogno che ci si metta insieme. Da soli siamo molto più fragili.

A.R. Vorremmo riuscire a portare avanti la nostra narrazione personale, ma anche metterci al servizio di qualcosa di collettivo.

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