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MILANO – L’Arte e l’arte della Cucina. Il restauro e le spezie. Andreas Dietrich Durren-Fischer (Fabrizio Ferracane) e Luca Treves (Lorenzo Richelmy), una passione del primo per l’alta cucina, un diario, quello del famoso chef, su cui annota da tempo i propri segreti culinari. Un viaggio, tra i boschi e le montagne della Germania, apparentemente un giro di incontri professionali del restauratore, da cui Luca si lascia ingolosire all’idea di poter forse uscire dal proprio confine locale, non consapevole che il confine limite sia tutt’altro da quello geografico. 

Massimo Donati esordì nella scrittura con Diario di Spezie, scegliendo una ricetta narrativa che amalgama la cucina e il thriller, che porta anche al Noir in Festival – unico titolo italiano in Concorso - nella sua versione cinematografica (il soggetto è stato Premio Solinas Giallonero, 2006): il film è l’opera prima cinematografica dell’autore. 

Tra i personaggi della storia, l’ispettore capo Philippe Garrant, Fabrizio Rongione - convincente interprete belga naturalizzato italiano -, da tempo allo studio del rompicapo di un’indagine su una struttura di traffico di minori, che gli ha fatto guadagnare l’appellativo di “acchiappafantasmi””; e Galatea Bellugi, nella doppia identità di Juliette/Rose.

Donati, due prime volte: nella scrittura, nella regia. In cosa si sente più ‘comodo’ nella Letteratura, in cosa nel Cinema?

 La Letteratura è sempre una forma lenta, la scrittura del romanzo ha richiesto molti anni, anche perché io non nascevo da un percorso di scrittura: ho una laurea in Fisica, poi ho fatto la scuola di cinema, spostandomi ad un certo punto sul teatro e portando avanti l’attività cinematografica dapprima con il documentario. Il romanzo per me non doveva essere un romanzo di consumo, ma un’opera letteraria a tutto tondo; continuo a pensare sia un ottimo punto di vista sulla realtà utilizzare una serie di canoni del Genere e rafforzarli, rendendoli più densi con la costruzione delle psicologie, con una scrittura molto pensata, non ricercata ma ragionata, usando la prima persona, cosa meno consueta, o non far sentire i pensieri dei personaggi, lasciarli intuire dal lettore che ‘entra’ nei dialoghi, una modalità molto cinematografica, cosa che mi ha riconosciuto anche l’editore Mondadori. Nasce da un racconto per il cinema che scrissi in occasione del Premio Solinas – era la prima volta che partecipavo, avevo finito da poco la scuola, l’ho vinto -, avevo questa storia in testa, sempre in equilibrio tra autorialità e Genere: l’adrenalina vera è stata per il film, quando sono cominciate le riprese è stato veramente il tuffo dal trampolino; quando parte la macchina da presa o funziona o è una catastrofe assoluta, e io penso abbia funzionato, anche per il grosso lavoro di preparazione con gli attori, che si sono resi disponibili in maniera entusiastica.  

La scelta degli interpreti, appunto: in cosa Richelmy era per lei lo chef ideale di questa storia e in cosa Ferracane aveva i tratti e la psicologia del restauratore appassionato di alta cucina?

 Lorenzo non lo conoscevo, eravamo in difficoltà a trovare il giusto attore per Luca e sono state invitate alcune persone a candidarsi: ho visto un video provino e poi ci siamo incontrati e il personaggio – come costruito – ha tanti elementi che Richelmy non ha nel suo modo di essere, però hanno in comune la morbidezza, la dolcezza, che volevo ci fossero nel personaggio. Mi ha convinto, poi, che ha mi abbia fatto delle domande così profonde e di analisi, su cui ci siamo trovati per la costruzione, risultate subite molto convincenti, tanto da azzerare tutto quello che m’ero immaginato prima rispetto al personaggio. Il viso di Fabrizio, come è fatto, lui come parla, sono cose che appartengono alla costruzione di Andreas: non gli appartiene il nero terrificante del personaggio, ma mi ha subito comunicato forza e verità, che io volevo ci fossero nel ruolo. Lui ha una grande autenticità, sia nella vita che nella recitazione, e Andreas è un personaggio, nella sua esistenza cupa, che è un uomo che conquista anche nella sua verità di essere umano; in vari momenti, Andreas apre a Luca e allo spettatore sguardi sul mondo che sono di verità, non dice solo cose false e seduttive, ma gli appartiene una visione del mondo. 

Perché – dapprima scrivendo – ha pensato che due ingredienti come l’Arte e la Cucina fossero perfetti da cucinare insieme per la ricetta di un thriller?

Le idee relative all’Arte e alla Cucina nascevano da delle passioni, da degli amori che io continuo a nutrire: la Cucina è arrivata in un tempo in cui ancora non c’erano gli show televisivi, mi affascinavano una serie di dettagli, leggevo riviste specializzate, mi seduceva la cucina scritta e raccontata. L’Arte Figurativa ha attraversato la mia vita, tanto che anche il mio secondo romanzo ha una forte componente legata all’Arte. Ho fatto delle scelte di valorizzazione di ciò a cui potevamo accedere con le riprese: per esempio, abbiamo girato in un castello composito da un punto di vista architettonico, e lì siamo andati a esaltare gli elementi artistici presenti, come la cappelletta medievale, usata come fondo, quindi l’esaltazione dell’arte meravigliosa già presente. Per il cibo, c’è stata collaborazione con professionisti che hanno cercato di trasferire ciò che non possiamo gustare in immagini, per cui i piatti sono stati costruiti con una particolare attenzione ai colori, alle forme, alle disposizioni, non esclusivamente in senso estetico ma di trasformazione: nel film il cibo cambia ruolo, dalla cornice del primo banchetto, ad un punto in cui è espressione di voracità per la vita, fino al duello finale. 

Diario di Spezie è anche una storia di doppie identità: Andreas/De Ober, Juliette/Rose, ma anche il ‘doppio’ del padre di Luca. 

Il doppio è una figura classica del Noir. Per me era importante mantenere in vita - all’interno di una struttura per certi aspetti eversiva, nella costruzione del plot – alcune figure che caratterizzano il Genere, anche per non spiazzare completamente lo spettatore. Ho studiato in profondità il Polar come il Noir americano più recente: c’era l’intenzione di portare un’autorialità, ma il Noir doveva continuare ad esistere, quindi il doppio torna come altri elementi che costituiscono i binari su cui il film viene guidato; ad esempio, l’acqua viene associata alla vita, mentre in questo film è morte, una scelta voluta e pensata, come il doppio; Juliette/Rose è un doppio sinonimo di nascondimento, lei è un personaggio in fuga, e il disvelamento, a partire dal nome, è un tornare indietro, sul luogo di una grande sofferenza personale. 

Non solo perché il film è girato in doppia lingua – italiano e francese, oltre al tedesco – ma proprio per un’essenza dello stesso, di storia e d’ambiente, profuma appunto di Polar: c’è stata un’effettiva influenza/ispirazione?

Penso sia stato un processo forse più pre-cognitivo che cognitivo, però sì, ci sono le influenze dei maestri francesi degli Anni ’60 e ’70, anche per come è girato, non solo a livello di plot. Sicuramente ho guardato a Melville e ai classici della sua produzione, anche al senso di smarrimento che tante volte leggo nei suoi personaggi, un’umanità un po’ pericolosa e sperduta in questa sorta di metropoli infinita in cui sei solo: è stato sicuramente un po’ d’ispirazione per il personaggio interpretato perfettamente da Rongione, che porta dentro col suo immaginario la dimensione francese. 

Diario di Spezie è annunciato in uscita dalla prossima primavera. 

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