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MILANO – Le spezie di uno chef stellato si spolverano decise sulla ricetta cinematografica – e letteraria, prima – di Massimo Donati, scrittore e regista e Diario di spezie (leggi intervista), unico titolo italiano in Concorso al Noir in Festival 2021.

Sono gli ingredienti a determinare una ricetta, e questi ingredienti imprescindibili sono gli attori Fabrizio Ferracane, nella parte di Andreas Dietrich Durren-Fischer, misterioso restauratore con la passione per l’alta cucina, e Lorenzo Richelmy, prestigioso chef dall’animo dolce, suo malgrado affascinato dal savoir-faire del primo. 

Dal libro allo schermo: avete lavorato partendo dal romanzo per il vostro personaggio? Quali sono le ‘evoluzioni’ dalla carta alla scena?

Fabrizio Ferracane: Non ho letto tutto il libro, qualcosa sì, le prime pagine, poi me l’ha rubato mio padre, e così, parlando con Massimo, ho deciso di lasciarlo lì… anche perché c’era tutta la questione di una lingua da inventare, per cui da attore ho potuto sbizzarrirmi a cercare, a inventare, a essere il più credibile possibile, che è sempre il mio must; mi risuonava comunque una mia verità interna. 

Lorenzo Richelmy: Io non ho letto il libro, è stata una scelta in accordo con Massimo decidere di trattarli come due cose diverse, aiutava a fare un lavoro che fosse a sé stante e indipendente. 

Per ciascuno dei vostri personaggi ci sono caratteristiche precise, che corrispondono ad un esercizio attoriale specifico. Per Lorenzo, un umore spesso malinconico, di disagio. Per Fabrizio, la costante ambiguità e uno specifico uso della lingua, appunto. Quale lavoro è stato fatto per ottenere l’effetto restituito?

FF: Il mio primo problema è stato proprio la lingua, ho chiamato un’amica madrelingua francese, ho ancora le registrazioni delle battute, anche di lei che parla italiano inclusi gli errori, e quindi questo non è stato facile, non è una cosa che sento addosso, almeno io, che ho recitato in siciliano o in italiano; sul personaggio, personalmente dico sempre che l’attore è corruzione: io, personalmente, a volte sono asociale, riservato, mentre Andreas è uno sicuro, che ha lo sguardo pronto, capace di risolvere le situazioni con modi garbati, decisi, netti, quindi lavorare come se uscissi da un guscio è stato interessante, come così è l’atto in sé del creare, qui con una serie di componenti ‘scomode’, dalla lingua, appunto, alle condizioni climatiche, ma sono cose che fanno sicuramente bene. 

LR: Il mio personaggio è un trentenne-adolescente: uno di quegli uomini mai completamente maturati, che stanno in una confort zone, che però, come le malattie, se te le porti avanti, si fanno ancora più pesanti. Luca è un po’ un perdente, non ha l’ambizione di vincere, sarà poi proprio Andreas a cercare di tirargliela fuori. Per me è stato un allontanamento totale dal personaggio: io sono una personale sociale, Luca non lo è, fisicamente è chiuso, e proprio per questa distanza assoluta con il personaggio mi è piaciuto affrontarlo: più ti allontani, più devi lavorare su cose che non ti appartengono. Di solito, cerchi di trovare una chiave perché il pubblico possa affezionarsi al personaggio, qui non è stato fatto: è un anti-eroe che non vince, che non ti sta simpatico, proprio è uno che non ce la fa. È stato davvero interessante lavorare in una direzione lontana da tutti i film che ho fatto prima. Era un film strano fin dalla scrittura, ci siamo ritrovati a essere quasi sempre ‘scomodi’, sì, una cosa buona, perché un attore troppo comodo non è interessante, però così è più faticoso, ma comunque rimane sempre un valore aggiunto.   

Nella vita personale, siete amanti dell’arte che avete rappresentato nel film, quindi Fabrizio della Storia dell’Arte e delle opere d’arte, e Lorenzo della cucina? E se sì, come avete portato questo nel personaggio? Siete anche amanti del genere Noir, da lettori, da spettatori: questo vi ha accompagnati per i personaggi?

FF: Mi piace moltissimo la pittura, quando posso frequento le mostre: in particolare, ricordo la scena del film in cui Andreas sta pulendo un quadro, una sequenza con una luce meravigliosa, un momento in cui, rispetto ad una mia postura molto bassa, affacciata sul dipinto, il personaggio di Lorenzo era lì accanto: ecco, quella mi è sembrata un po’ potesse essere l’espressione visiva dell’essenza del demonio del mio personaggio, sono sensazioni che ti metti addosso, che senti, che aiutano. Non specificamente sono appassionato di Noir, però guardo dei film, ma non lo leggo. 

LR: Io cucino! Mi piace. Non ho mai fatto gli impiattamenti, ma mi piace invitare, trafficare, sporcarmi, sono un cuoco ma un po’ rozzo, grande amante del barbecue, e sicuramente ho trasportato nel film un amore per la cucina; ho anche una manualità che mi piace applicare alla cucina, quindi non ero a disagio. Del personaggio mi piaceva che non fosse uno che s’era messo a fare Master Chef, che era diventato milionario con la cucina, ma che aveva la passione, mi piaceva non cercasse la gloria. Sono, poi, un grande appassionato di Genere, il Noir è molto specifico e mi piace, ma in generale più cose di Genere guardo e più sono felice: da attore, non in questo caso, di solito il Genere ti dà una mano, ti chiede azioni specifiche, e mi solleva da interprete partecipare ad un film di Genere, ma lo stesso succede da spettatore, perché il Genere ti permette una sospensione di giudizio molto più veloce. 

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