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SPELLO - Marina Confalone nasce artisticamente figlia di Eduardo De Filippo, che ha plasmato, influenzato, educato il talento raffinato e frutto di un serio e perenne studio e perfezionamento dell’attrice.

Il Festival del Cinema Città di Spello 2022 la insignisce del Premio all’Eccellenza, che lei accoglie valorizzando come sia una manifestazione capace di dar luce alle nuove leve della recitazione. “Apprezzo molto quanto incontro sensibilità per i contenuti, come in questo contesto. Sono una persona che non fa parte del sistema delle star, che non ama stare sotto ai riflettori, al di fuori del set e del palcoscenico; non ho dimestichezza con le relazioni sociali, non ho amici nel mondo dello spettacolo, tranne Roberto Andò e Alessandro Gassmann, due persone che mi stimano molto”. I premi, continua: “Ti danno la visibilità per avere altri ruoli, l’opportunità di incontro con personaggi che danno senso alla nostra vita”. 

Steno, Fellini, Lizzani, Monicelli, Hemmer, tra gli altri: lei, oltre che attrice, è anche regista (di teatro). Qual è stato il suo rapporto con questi grandi autori, c’è qualcosa che – da interprete – ha assorbito e poi riportato nel mestiere di regista?

Mio malgrado, amo scrivere, ma preferisco mettere in scena da sola quello che scrivo. Mi fa molta fatica la regia e non mi sento portata. Tra questi maestri, ognuno mi ha lasciato qualcosa. Monicelli, per esempio, era una persona adorabile: dura, cinica, ma tutti noi lo abbiamo amato. Era fortissimo, una grande tempra. Con lui ho fatto tre film, Il Marchese del Grillo, Parenti serpenti, Panni Sporchi. Con lui, non avevi la sensazioni di girare un film ma di essere con la tua famiglia. Con Fellini ho lavorato ne La città delle donne, sono stata solo due giorni sul set. Aveva una passione per me, e non artistica. Secondo lui ero bellissima, un giudizio diverso da quello comune. Il mio ruolo era quello di una femminista che fa una lezione sulle posizioni sessuali: il mio destino è quello di dare sempre suggerimenti a coloro con cui lavoro, e mi presi la libertà di farlo anche con lui, decidendo di prendere una penna per indicare le posizioni, forse non gli piacque molto la mia intraprendenza e mi chiese di togliermi uno stivale, e di giocare la scena con questo accessorio. C’è stato anche Giuseppe Bertolucci, che mi somigliava per timidezza e insicurezza. Lui mi ha insegnato a prediligere quello che è insolito e trasgressivo, contro un cinema borghese, più ricorrente in Italia. 

Si sa, il suo papà artistico è Eduardo De Filippo: l’artista che lei è oggi, cosa deve a Eduardo?

I miei maestri sono Eduardo e Carlo Cecchi, allievo di Eduardo stesso. Il suo amore era totale, andava pure al di là di quello per la famiglia: voleva un rispetto, da chi lavorava con lui, per quel suo amore. Quando sono entrata nella compagnia avevano appena fatto Lu curaggio de nu pumpiero napulitano in tv, e morì Nino Formicola: volendo riprendere la commedia a teatro, cambiò il sesso del personaggio e così divenni la duchessa Fammestaccà. Avevo sole sette battute, ma io sono molto studiosa, e studiavo ininterrottamente perché, come diceva Carmelo Bene: ‘Una battuta si deve ripetere mille volte prima di ripeterla nel modo giusto’, così, in quel periodo, vivevo a Firenze in un appartamento con Marisa Laurito e Sergio Solli, che, esasperato dal mio ripetere, mi tirò addosso dell’acqua proprio mentre ero a letto. Eduardo proibiva le improvvisazioni, soprattutto verbali, ma la mia gestuale – per quel ruolo - gli piacque, tanto da farmi entrare nelle sue grazie. Infatti, l’anno dopo mi diede il ruolo da protagonista ne Le voci di dentro, che avevo molta paura a fare. Era difficile per una persona giovane come me un ruolo così lungo, ma lui dava sicurezza. Avevo tutto il terzo atto insieme a lui. L’ultima volta, l’ho visto a Velletri, mi fece ridere raccontando che sull’isola de Li Galli aveva fatto amicizia con un polipo, e mentre mangiavamo salì sulla tavola interpretando questo personaggio. Di lui, ricordo anche il senso civico nell’aiutare i ragazzi del carcere Filangieri, è stato giusto e prezioso. 

Per il cinema, invece, il suo ruolo più recente, è stato quello della domestica Bettina de Il silenzio grande diretto da Alessandro Gassman. 

 Bettina è stato un incontro felicissimo, fatto dopo Zi’ Mari de Il vizio della speranza, un personaggio spregevole, disgustoso, per cui mi sono avvicinata poi a un personaggio che è tutt’altro, consapevole avesse una bontà e una generosità lontane dal precedente personaggio cinico. Il ruolo de Il vizio della speranza ha lasciato un segno profondissimo, una cattiveria che dà un senso di solitudine. Bettina è stato un regalo vero e proprio, non è stata una lavorazione tormentata. Inoltre, la verità è che ho fatto fare la carriera a almeno cinque o sei attrici… 

Rinunciando lei ad alcuni ruoli?

Sì, così Athina Cenci per Speriamo che sia femmina, per esempio: Monicelli mi aveva dato il ruolo. Come anche non ho accettato Cettina (Lunetta Savino) di Un medico in famiglia. Ho rifiutato Benvenuti al Sud e la parte è andata a Nunzia Schiano, che ha iniziato una bella carriera ed è una attrice che fa bellissime cose. Mi mettono sempre in delle situazioni dove ho poco spazio e a questa età inizio a sentirlo pesante: avrei bisogno di attenzione maggiore da parte dei registi. Non sono certo una persona facile. Sono esigente e ho una reputazione in tal senso. Non sono portata per i personaggi di madre o famigliari, ma più per quelli che vivono una solitudine, oppure una delle variabili della follia. I registi mi vedono come istitutrice svizzera, la donna che dà gli scapaccioni agli uomini, ma questo l’ho sempre rifiutato. Di tutti i personaggi mi piace trovare l’inedito e il surreale.

Qual è il presente e l’imminente futuro di Marina Confalone?

Vorrei tornare a lavorare con Alessandro Gassmann. Io sto scrivendo per me stessa, un ruolo cucito su di me per il cinema, una scema, così ingenua da passarne di tutti i colori. Una storia da ridere con sfumature di grande drammaticità. Poi c’è un’idea di Andò di far scrivere una commedia per il teatro a Maurizio De Giovanni. E poi, personalmente, sto preparando una mia biografia, Estremi saluti

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