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Tromperie è un’opera minore, nel corpus di un autore (Philip Roth) che reputo gigantesco, ed è un libro molto particolare perché costruito solo con i dialoghi. Quello che trovo straordinario in tutti i suoi libri, così in questo, è la capacità di scendere sempre dal piedistallo, come a togliersi dalla statura di Autore, entrando e stando poi ‘insieme’ ai suoi personaggi, cosa che faccio dire anche a Denis, che interpreta lo scrittore nel film: ‘ho bisogno di implicarmi, di essere travolto e stare con i personaggi’. Questa vertigine della finzione della realtà è qualcosa che mi affascina tantissimo e trovo molto interessante”, spiega Arnaud Desplechin, regista del film omonimo del romanzo dell'autore americano, quando interrogato espressamente sulla sua ammirazione per Roth, su cosa lo affascini e come ne ‘maneggi’ la scrittura a favore poi del cinema. 

Il regista francese, accompagnato da Emmanuelle Devos (leggi l'intervista), una delle sue interpreti insieme a Léa Seydoux e a Denis Podalydès, proprio nel ruolo dello scrittore, è a Roma per l’anteprima nazionale di Tromperie ospite alla XII edizione di Rendez-Vous, la manifestazione dedicata al cinema francese contemporaneo. 

Con Tromperie, Desplechin conferma il suo cinema come una radiografia esistenziale e del sentimento, la trama è quella di un romanziere americano che vive per un periodo a Londra, conversa con sua moglie, la sua amante e altri profili femminili, tra realtà e, forse, immaginazione. 

Desplechin, c’è stato un contatto con Philip Roth intorno a questo film? 

Philippe Roth è morto, dunque non ha potuto vedere il film. Ma io ho letto il libro trent’anni fa, poi è successo che circa quindici, invece, con Emmanuelle avessimo girato un filmato connesso a Tromperie, un video d’esercizio di recitazione, in cui io giocavo al ruolo di Philip e lei dell’amante, ed è successo sia poi entrato come bonus track del DVD di Roi et Reine (2004) e, per dei giri strani, sia finito sulla scrivania dell’agente di Roth, e poi sulla sua: io non lo sapevo. Quando, la sera del mio compleanno ho ricevuto una sua chiamata, che mi ha colto nello stupore, e sostanzialmente m’ha detto: ‘fanne un film’. All’inizio ho reagito dicendo che forse non capisse quanto sarebbe stata una cosa complicata, sarebbe stato un film da girare in Cecoslovacchia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, da recitare in tantissime lingue, e sarebbe stato un film, inoltre, trasporto in un’altra epoca, perché si tratta prima della caduta del Muro di Berlino. Philip Roth mi ha risposto che no, non dovevamo pensare a trasporre o cambiare certi aspetti. Nel frattempo ho fatto altri film ma questo libro m’era rimasto dentro e mi ci sono voluti quindic’anni per farlo così, più universale, un film che racconta fondamentalmente le relazioni tra gli esseri umani, spunto da cui è diventato nel tempo il film attuale, a cui ho cominciato a pensare realisticamente durante la pandemia, quando anch’io sono rimasto chiuso in casa, sentendo così che fosse il momento giusto per iniziare a scrivere la sceneggiatura, poiché come Philip nel libro ero chiuso in uno spazio in cui succedevano delle cose. 

Infatti, il nucleo della confidenza e dell’intimità si concentra in un unico spazio, l’idea mi ha ricordato l’appartamento di Ultimo Tango a Parigi: qual è l’importanza dell’ambiente raccolto e com’ è riuscito a renderlo una ‘scatola’ che costudisce l’efficacia delle parole e dei sentimenti?

 Il luogo principale del film, luogo di dialogo e confidenza, è lo studio in cui lui scrive, con accanto il giardino, che si vede dalla finestra, com’è tipico in molte case inglesi. Quando l’ho trovata, la casa m’è subito piaciuta, la cosa m’ha proprio provocato gioia: lo scrittore fa una vita fondamentalmente borghese ma questo spazio era tipico, aveva un che di selvaggio, particolarmente interessante per filmare questa utopia. È anche vero che a quattro giorni dalle riprese ho chiamato la mia assistente terrorizzato, perché mi sono reso conto che avrei dovuto girare, in questo solo spazio, 62 scene che ritraggono un uomo e una donna che parlano, per cui ho preso coscienza della difficoltà di rendere quest’unico luogo interessante, ma questo spazio lo permetteva, anche perché ci sono una serie di variazioni: ci sono dialoghi che si svolgono nella sala da bagno o nel salotto, e queste alternative rendevano il luogo il medesimo ma altrettanto interessante; e poi, è un luogo che cambia, se infatti all’inizio lo vediamo più austero, nel corso della storia lui compra un divano, delle tende, lo rende sempre più bello, anche per tenere legata l’amante, per rendere il luogo dei loro incontri sempre più affascinante e attraente. 

Ha dichiarato che Tromperie è ‘un’utopia attraversata dal desiderio’: qual è il significato profondo del concetto? E in questo film s’è posto anche come psicologo del sentimento amoroso?

 Parto dalla fine della questione e no, non mi sono sentito molto psicologo ma perché per la prima volta ho scritto un film per un’attrice, volevo che questa storia fosse raccontata e messa in scena da Léa Seydoux, è qualcosa che non faccio solitamente, perché di solito m’interessa raccontare dei personaggi che sono più grandi della vita; però, in questo caso, sia io che Denis Podalydès, che ha una grande ammirazione per Léa , volevamo proprio che fosse lei. Per cui ci siamo rivolti a lei ponendoci in una posizione d’ascolto, lasciandola parlare su ‘cosa significa essere una donna?’, perché né Denis né io lo siamo, per cui non possiamo saperlo; ci siamo posti domandando a lei ‘come ti senti quando provi a essere al massimo del tuo splendore femminile? E come ti senti quando provi desolazione come donna? Cosa vuol dire aver paura di invecchiare? Cosa vuol dire il tempo che passa sul corpo di una donna?’. La nostra è stata una posizione di registrazione delle sue parole, non abbiamo voluto interpretarle, tanto che Philip nel film le dice proprio: ‘sono un audiofilo’, uno che ascolta. Così, sia io, che Denis, che il direttore della fotografia, durante tutte le riprese siamo stati davvero grati del dono delle parole di Léa, della sua confidenza, della sua generosità completa con noi; essendo un’attrice straordinaria, e anche molto imprevedibile, è stato bellissimo stare sulla scena con lei, interprete capace di passare dalle lacrime al sorriso, dalla farsa alla tragedia. È stato un film in cui l’attenzione per l’attrice era totale, come totale è stato il suo donarsi. 

Emmanuelle Devos, però, è sempre la sua musa: quali sono le caratteristiche per cui la reputa così plasmabile per il suo cinema, e nello specifico per questo film, in cui con la malattia introita e esplicita il concetto di vita/morte?

Emmanuelle, nel ruolo di Rosalie, è il cuore del film. Le ho proposto di interpretare questo ruolo, dandole naturalmente la libertà di scegliere, ma penso proprio non sarei riuscito a farlo senza di lei, perché il tempo del film è ritmato dal tempo di Rosalie, dalla sua malattia, dal suo avvicinarsi alla morte; la sua malattia ritma il film, ma anche il film l’accompagna dolcemente fino alla fine, fino alla scena finale in cui chiede allo scrittore se vivrà o meno, e lui le dice di sì. Lui le dice: ‘vivrai’, ma non è vero. Poi, Emmanuelle, come attrice in generale, è qualcosa di stranissimo e misterioso, molto complesso da spiegare, ma per me lei è l’attrice assoluta; come Léa, anche lei ha il dono dell’imprevedibilità, oltre a qualcosa di magico, difficile da rendere, che io racconto come se la sua pelle fosse la pellicola cinematografica per cui è come se assorbisse la vita e la verità, restituendole, con un’emozione data dall’empatia e dalla vertigine che si prova guardandola interpretare. Mi ricorda Liv Ullmann, altra attrice che aveva questa dote di trasmettere le emozioni. Emmanuelle, che è una persona ragionevole nella vita, sul set è come se diventasse ‘altro da sé’, diventa ‘folle’ nella misura in cui riesce a diventare qualcos’altro, e questo lo reputo straordinario. 

Il film - già presente lo scorso anno nella sezione Cannes Première del Festival francese -, distribuito in Italia da NO.MAD ENTERTAINMENT, esce nelle sale il 28 aprile 2022.

 

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