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NYON - "Marco, hai già ricevuto tanti premi, ma quello assegnato da Visions du Réel è particolarmente importante, perché riconosce il delicato equilibrio tra finzione e documentario che è una caratteristica del tuo lavoro". Con queste parole Marco Müller, intervenuto a distanza dalla Cina, ha salutato Marco Bellocchio, oggetto del principale omaggio dell’edizione 2022 di Visions du Réel. Il regista di Bobbio, ospite d’onore del festival e vincitore del premio un tempo noto come Maître du Réel, ha presentato in anteprima svizzera Marx può aspettare, e il giorno dopo ha deliziato il pubblico con la consueta Masterclass. In tale occasione ci ha anche concesso una breve chiacchierata.

Ha ricevuto premi alla carriera a Venezia, Locarno, Cannes, e adesso qui a Nyon. Che rapporto ha con questo tipo di riconoscimento?

Sono tanti, è vero. Non vorrei sembrare presuntuoso, ma facendo il bilancio della mia carriera è capitato spesso che i miei film fossero capiti a distanza di anni. A Cannes, ad esempio, sono stato varie volte in concorso senza mai vincere nulla, anche se Salto nel vuoto ricevette il doppio premio per le interpretazioni di Michel Piccoli e Anouk Aimée. Ma ho anche ricevuto molti altri premi, a livello internazionale e nazionale, non solo questi che arrivano 'in ritardo'.

Tra questi c’è la Vela d’argento a Locarno per I pugni in tasca. Che ricordo ha di quell’esperienza?

Mi spiazzò, perché arrivavo in concorso a un festival senza alcun percorso alle spalle. Ricordo che in giuria c’era Marco Ferreri, e il mio film lo sorprese. Credo sia stato importante il suo intervento nel darmi il premio. E poi, nel 2015, sono tornato a Locarno sempre con quel film, quando mi hanno dato il Pardo d’onore.

Ha parlato di bilancio, e in Marx può aspettare ripercorre la storia della sua famiglia, la Storia dell’Italia, e il suo cinema. Lavorare a quel progetto ha portato a nuovi punti di vista sulla sua opera?

Proprio quel film è stato il frutto di molti anni di lavorazione, riflessioni, modifiche. Mi spiego, quando ho cominciato a girare non pensavo di farne un film, doveva essere limitato al ricordo di quel pranzo in famiglia. La figura di Camillo non era ancora presente, e non era previsto che io diventassi attore insieme ai miei fratelli. In quel senso è un titolo anomalo nella mia filmografia.

Lei è anche insegnante di cinema. Come vede il futuro del cinema, come disciplina e forma d’arte, in un periodo in cui i gusti del pubblico si orientano verso la visione domestica a discapito della sala?

La questione della sala è separata. Per quanto riguarda il laboratorio a Bobbio, ritengo di non aver mai insegnato nulla, anzi, sono i giovani che hanno arricchito la mia esperienza, con una passione genuina. La fruizione delle opere sta cambiando, questo è vero, e ci sono pareri contrastanti in merito. Per me, il raccontare storie, il fare cinema, ha ancora diversi anni davanti a sé. Non è ancora il momento di cambiare mestiere, né per me né per i giovani cineasti.

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