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TRENTO – Frammartino è autore della Natura, considerato “erede” di un certo cinema di Olmi, ha osato immergere la macchina da presa là nel ventre della montagna con il suo recedente Il buco (tra gli altri, Premio Speciale della Giuria a Venezia78), e ancora di montagna è chiamato a trattare a Trento, presente alla 70ma edizione del Festival in qualità di giurato

Michelangelo, per la sua esperienza di regista, ma anche di spettatore e qui di giurato, c’è qualcosa che hanno in comune la montagna e il cinema, tanto da riuscire spesso a dialogare armoniosamente e efficacemente?

Le connessione sono tantissime, davvero. Il territorio della montagna offre un’infinità di esperienze, come il cinema: la montagna può essere intrattenimento e anche il cinema sa esserlo; la montagna può essere esplorazione e così il cinema, di linguaggi, per esempio. La montagna ha l’occasione di sconfinare, di passare da un territorio all’altro, si sa che in montagna i confini geografici sono più labili e anche il cinema è spesso apolide, per cui i punti di contatti sono molteplici e, anche per questo, questo Festival è una manifestazione importante. 

E in cosa, invece, sono davvero distanti – montagna e cinema - ma di quella distanza che spesso stimola?

Io ho fatto una strana esperienza di montagna, perché sono andato nella pancia della stessa, con Il buco ho provato a filmarla da dentro, invece che da fuori, e in quel senso sembrerebbe esserci una distanza assoluta tra cinema e montagna, perché lì sotto non c’è la luce, mentre la luce è la chiave, il carburante del cinema, quindi sembrava proibito, e quindi distanza. Ma poi, se ci pensi bene, al cinema la cosa importante è il fuori campo, e proprio per questo ho pensato che il fuori campo della montagna ancora una volta potesse molto aver a che fare con il cinema. 

A questo proposito, si può dire che Il buco sia stata una scalata al contrario. Ha mai pensato di realizzare un film di ascesa, l’affascina l’idea della vertigine in salita dal punto di vista cinematografico?

Della speleologia mi ha affascinato proprio il fatto che loro si muovessero al contrario e qui a Trento sono freschissimo dalla visione di Italia K2 (1955) - per cui tra l’altro Marcello Baldi, il regista, è stato mio insegnante alla scuola di cinema, per cui rifletto che in fondo ci siano sempre delle connessioni -, lì c’è questo enorme sforzo per la conquista, per l’arrivare in cima: mentre la speleologia sembra avere una grande fascinazione per la sconfitta, in grotta non si sa mai quale sia il fondo, si parte senza sapere dove e quando possa finire, mentre sai che la cime del K2 è quella, la vedi lì. Non essendoci una cima a segnare l’arrivo, scendendo dentro la montagna, il punto di arrivo è sempre un po’ malinconico, la fine dell’esplorazione, perché giunge senza preavviso: questa dimensione dell’invisibilità, del buio, della malinconia, mi ha così tanto affascinato che, al momento, non ho pensato di muovermi nella direzione opposta, però qui in Giuria sono con degli alpinisti bravissimi, provo anche un po’ di imbarazzo, e chissà che non scatti qualcosa… 

Infatti qui a Trento, da autore esperto della materia, è chiamato come giurato: come si pone nel valutare le opere? Quali le caratteristiche che un film di montagna/natura deve avere per convincerla che possa essere un’opera efficace?

Cercherò intanto armonia con la Giuria, devono essere scelte collettive, sarà importante, e sono curioso di capire un po’ gli schieramenti, i gusti. Del cinema, come della montagna, mi piace l’esplorazione, mi piace il fuori sentiero, quando bisogna andar là dove non è ancora tracciato, è un po’ il mio istinto e la mia preferenza va lì. Mi piacerebbe premiare un film capace di andare fuori sentiero, a patto che però trovi una chiave per comunicare con il pubblico. 

Frammartino, osservare la montagna - o la natura in genere - che ispirazioni poetiche, ma anche pratiche, dà a chi realizza film? Insomma, reputa possano essere considerate co-autrici?

Dovrebbero essere considerate così, perché quando sei en plein air ti accorgi che hai un controllo della situazione molto limitato: la luce cambia molto velocemente, come la temperatura, così le condizioni, non sei nello studio in cui hai il controllo assoluto e questa è una grande lezione perché ti rende più piccolo, c’è l’ingovernabile, ti devi un po’ affidare. Però è interessante questo bagno di umiltà, perché nel cinema la vita entra quando tu perdi il controllo, se tu hai il controllo tutto rischia di essere solo messa in scena, il controllo uccide la vita. E la natura è una grande maestra in questo senso. In montagna è inevitabile, prende il sopravvento la natura, ma ti dà un grande insegnamento: c’è un film di Dreyer – La passione di Giovanna D’Arco (1928) – di cui i critici hanno scritto a lungo di quella mosca che si appoggia sul naso della Falconetti, quanto hanno detto ‘se Dreyer non avesse lasciato la finestra aperta, la vita non sarebbe entrata nell’inquadratura’. La montagna te lo insegna. 

C’è al momento un progetto su cui sta lavorando? Include il soggetto montagna?

 Per me è molto importante il rapporto con lo spazio, insisto con una dimensione di uno spazio che dialoghi. Sono incerto tra due progetti, uno in cui c’è molta montagna, e un altro in cui c’è meno montagna ma moltissima natura. Parliamo di lungometraggi di finzione ma quando non hai il controllo sei nel documentario, se no nella finzione, e siccome questo cinema cerca di perdere il controllo si sfuma un po' il confine. 

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