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TRENTO – L’imperatore delle vette del mondo, Reinhold Messner, padre di tutti gli alpinisti, mito per le persone comuni, uomo votato alla montagna, nel tempo divenuto icona trasversale alla comunicazione, non solo quella strettamente circolare all’universo montano, rinnova la sua attesa presenza al Trento Film Festival

Messner, lei ha creato per questa 70ma edizione lo spettacolo Messner e le sempreverdi. 70 anni di grandi imprese che continuano a ispirare le nuove generazioni: la montagna, guardarla, viverla, ascoltarne le imprese, leggerla nei suoi libri, arriva al pubblico come grandioso spettacolo dinnanzi a cui si rimane a bocca aperta, soprattutto quando a narrarla è un maestro; lei sarebbe un perfetto regista se la montagna fosse sinonimo di cinema: mi chiedevo, potrebbe pensare di dar vita a un film tratto da questo spettacolo? O magari, meglio, a una serie tv, con una puntata per ogni decennio, come sono le scalate che racconta nello spettacolo

Teoricamente è possibile, ma comporterebbe un grande costo, per esempio per rintracciare materiale originale. Raccontando sul palco è possibile far crescere l’immaginario nella fantasia del pubblico. Noi parliamo del cambiamento dell’alpinismo attraverso le attività fatte negli ultimi 70 anni, un periodo molto lungo, in cui l’alpinismo è divenuto tutto un’altra cosa e usiamo sempre un esempio specifico, in cui l’attore racconta la sua storia, accompagnato da fotografie: usiamo gli alpinisti più bravi di oggi per ricordare una cosa fatta nei decenni passati. Gli ultimi trent’anni di alpinismo sono episodi quasi difficili da capire, e giudicare, anche per me. 

Però, se ci fosse una possibilità economica, le piacerebbe un’ipotesi audiovisiva di questo racconto, magari con lei narratore?

 Io ho fatto dei film, e probabilmente sto per finire una serie di altri tre filmati sulle Dolomiti: sullo sviluppo dell’alpinismo dolomitico ne ha già realizzati tre, ne mancano altrettanti. Mi piacerebbe andare avanti a raccontare degli episodi drammatici come in Still Alive - Dramma sul Monte Kenya (2017), che è andato bene; ho raccontato la storia del Nanga Parbat (2010), inclusa la prima salita; ho fatto un film sulla mia salita sull’Everest. 

Ma quando lei affronta la montagna, come giudica la presenza di una macchina da presa? Può essere un ulteriore compagno di viaggio? La distrae o la stimola?

 Tutte le ascensioni fatte con la cinepresa vicina non sono ascensioni di punta, fuorché Free Solo (2018) fatto da Honnold, in cui la camera è stata posizionata in più punti e hanno fatto un lavoro filmico mentre lui saliva: la camera non era con lui, ma stava in parete, per il resto, finché tu hai la possibilità di filmare da alpinista l’azione, non raggiungi il limite… Oggi arriviamo al punto che il filmare, anche con il cellulare, diventi più importante della salita stessa: parecchi lanciano il loro progetto come fosse già fatto e poi ci vanno per forma, senza che gli interessi farla, quindi viene prima la comunicazione che l’impresa alpina

Conoscendo lei la montagna alla perfezione, ma essendo anche un conoscitore del cinema, crede che questa meraviglia della natura e il linguaggio del cinema abbiano qualcosa in comune, per cui riescono a dialogare?

 Sì, il cinema è il metodo forse ideale per raccontare la montagna. Però, secondo me, bisogna fare un film e non una salita: per fare il film posso arrivare dappertutto, come con l’elicottero: il film diventa sempre qualcosa che toglie la performance e senza l'exploit l’arrampicata è sporca, il resto è turismo. 

La montagna, in quanto espressione del creato, espira vita, ma può essere anche morte: lei ha subito quella di suo fratello, e ha rischiato la sua. Quando si sceglie un’esistenza come la sua, come ci si pone nei confronti della morte?

Noi partiamo con un’emozione che dice: riusciremo a sopravvivere. Se parto con l’idea che ‘probabilmente muoio’ non posso partire, ma questa è la contraddizione che una persona al di fuori dal settore non capisce. Noi andiamo lì, in posti in cui la morte è una grande possibilità, per non morire: il non morire è l’arte dell’alpinismo

Lei, come si diceva, non è neofita del cinema, ha preso parte a vari film, l’ultimo da regista, Cerro Torre (2020). Suo figlio, invece, ha realizzato un’opera prima, Traditional Alpinism, in anteprima qui a Trento. Da regista e da alpinista, che giudizio dà al film?

 Lui ha fatto un film usando un po’ grezzamente le riprese delle sue salite, usando anche immagini del passato insieme: racconta un alpinismo tradizionale, in realtà la base del mio lavoro, quindi ha preso ispirazione da me. Tutto quello che lui sostiene negli ultimi dieci anni l’ha letto da me, è logico non riesca a uscire da questa trappola di sofferenza dell’essere figlio di un maestro. Lui arrampica molto bene e come regista è capace di raccontare. 

C’è un film di finzione, o un documentario, che ha come soggetto la montagna, e che lei ama particolarmente? Poi, che cinema ama guardare, in generale?

 Un film che mi è piaciuto moltissimo è Revenant, ma anche Balla coi lupi. Per quelli di montagna, bisogna entrare nella Storia: negli Anni ’20, Arnold Fanck è stato il primo, con riprese molto intense in bianco e nero; anche Trenker prima della Guerra ha fatto dei film validi, poi è inciampato coi nazisti: aveva avuto un successo enorme negli Anni ’30. Ci sono poi film di montagna così fuori dalla realtà vera che fanno tanto ridere a guardarli: l’assurdità sta nascosta in tutto, come in Vertical Limit (2000). Non era invece male Assassinio sull’Eiger (1975) di Clint Eastwood (le cui riprese sull'Eiger coincisero con la spedizione in cui Messner stesso e Peter Habeler scalarono la parete Nord della montagna delle Alpi bernesi in 10 ore, ndr). 

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