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TRENTO – Luc Moullet nasce a Parigi (1937), debutta sui “Cahiers du cinéma” appena 18enne, appassionato da sempre di cinema quanto di montagna, tanto da tornare in questi giorni tra le Dolomiti trentine, ospite del Trento Film Festival, “da cui tutto era cominciato”, in quelle 12 pagine scritte come articolo, dal titolo “Nécessité de Trento”, nel 1964.

Moullet, nel pezzo si legge: 'Il Festival di Trento è l’unico, tra i tanti, in cui forma e sostanza, contenitore e contenuto, coincidono'. Cosa significava esattamente e reputa ancora attuali le sue considerazioni?

C’è una coincidenza tra il luogo, ovvero la montagna, e il soggetto del Festival, a tema alpino: questa è una concomitanza che spesso non succede, ossia la coincidenza tra il contenitore e il contenuto, appunto. C’era (il Festival di) Cortina, dedicato allo sci, e in Svizzera quello di Montreux, sempre sul film di montagna. Trento sì, certo, è ancora attuale. 

Lei scriveva sui 'Cahiers' al tempo di Truffaut, Godard, Chabrol, Rohmer…: c’è stata occasione di confrontarsi con loro su questo articolo e in generale sulla passione per il cinema di montagna?

Ai 'Cahiers' c’era poca gente interessata alla montagna. Truffaut ha reagito violentemente contro la montagna perché aveva un patrigno appassionato, un esperto alpinista, che ha cercato di iniziarlo alla montagna, per cui lui è diventato refrattario. Era stato chiesto a Truffaut di adattare il libro di Daumal che s’intitola Il Monte Analogo, un luogo che non esiste, una montagna di fantasia, e lui ha detto: ‘domandate a Moullet’, così io ho scritto una sceneggiatura, seppur il film non si sia fatto: Jodorowsky ha fatto La Montagna Sacra ispirandosi a questo libro. Poi, Godard vive in Svizzera, per cui è vicino alla montagna, ma non la pratica, ma ha girato il suo primo film, Opération béton (1954), in montagna. Chabrol ha girato solo alcune sequenze nelle Alpi Marittime, l’unica sua esperienza di montagna. Rohmer non la praticava ma ha scritto un articolo per il film Le stelle del mezzogiorno, girato in montagna, in un burrone, in cui a mezzogiorno si possono vedere le stelle. Il cinema e la critica francesi disprezzavano al tempo ciò che erano cinema e montagna, perché amare la montagna era ricondotto ad una scelta politica, si percepiva come un discorso di Destra, mentre il cinema di allora tendeva a Sinistra. Curiosamente, però, la commissione di censura del tempo aveva in sé alpinisti famosi. 

Il suo cinema - 38 film - è considerato quello più ‘burlesco’ della Nouvelle Vague: trova nella montagna degli aspetti così lievi e ironici, che possano essere stati punti di contatto per raggiungere un tono cinematografico leggero e al contempo trattare il soggetto alpino?

 Ho cercato spunti comici soprattutto nella mia frequentazione dei rifugi di montagna. Emil Zsigmondy era un alpinista conosciuto, un po’ pazzo, che saliva completamente in solitaria, slegato senza corde: è morto a 24 anni, era un purista della montagna. C’è un rifugio a San Martino di Castrozza dedicato a lui. Però il nome - Zsigmondy - per me dava adito a giochi di parole divertenti; comunque, molto sono stato ispirato da un rifugio spagnolo bizzarro, in cui tutto era determinato da un numero, ce n’era uno per mangiare, uno per un letto, uno per mettere a posto le cose: erano pratiche per me comiche. Tutto, in quel rifugio, aveva dei codici e così, al tempo, mi sembrava un rifugio ipertecnologico. 

Se decidesse di scrivere e/o dirigere oggi un film sulla montagna, che soggetto immaginerebbe? Sceglierebbe una montagna mitica, oppure un soggetto umano messo in rapporto alla natura?

 Mi ispirerebbero montagne non troppo alte, sui 2000mt, deserte, isolate e non facilmente raggiungibili, quelle non ricercate dagli alpinisti perché troppo basse. Ho scritto un film, Vortex, mai girato per mancanza di finanziamenti, sul Sentiero delle Bocchette, con personaggi che girano continuamente intorno. E ho immaginato anche il film Mosella, in particolare una punta di roccia con un rifugio in cima, con solo quattro posti letto: ho pensato a due donne senza tetto, che vivevano lì, bracconando, perché 50 anni fa si poteva mangiare anche il camoscio; sono film scritti, non realizzati, ma un sogno nel cassetto. 

Nella Storia del Cinema, qual è il più bel film – o documentario - di montagna che abbia mai visto? 

Un film di Lubitsch, Il gatto di montagna, quasi tutto girato in montagna, in parte in studio: c’è molta fantasia perché espressionista, ma lui adottava inquadrature strane, così interessantissime. Inoltre, La bella maledetta (1932), con un personaggio che si ritrova in montagna perché perseguitato: era tutto un intrufolarsi in sentieri stretti, ambientato nell’Ampezzano. Potrebbe essere stato tratto da una leggenda.  

'Ciò che rimarrà di me è una frase', ha dichiarato: 'La morale è una questione di movimenti di macchina'. Cos’è per lei la morale e qual è la connessione tra i due soggetti?

È la tecnica che determina l’essenzialità del film, non è tanto il soggetto ma è come è ripreso. La tecnica è la morale. 

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