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Si è parlato di superpoteri, di diversità e di formule vincenti in apertura della prima giornata dell’11ma edizione di Incontri, la tre giorni di film conference organizzata da IDM-Film Commission Südtirol, tornata a svolgersi in presenza, a Merano, in Alto Adige, dal 26 al 29 aprile.

Ma il primo degli incontri, quello con lo sceneggiatore italiano Nicola Guaglianone (Lo chiamavano Jeeg Robot , David di Donatello 2017 per Indivisibili, candidato al David 2022 per Freaks Out, anche produttore con la sua società Miyagi Entertainment), è stato anche un’occasione per riflettere su temi quali la saturazione del mercato, le sale cinematografiche e i diritti degli sceneggiatori in relazione alle piattaforme di streaming.

Abbiamo approfondito con Guaglianone quest’ultimo argomento.

Lei è socio fondatore della Writers Guild Italia, il sindacato degli scrittori di cinema, tv e web. Qual è la questione sul vostro tavolo?

I diritti degli sceneggiatori. Le piattaforme hanno creato moltissimi posti di lavoro, tantissimi sceneggiatori stanno scrivendo, i più famosi non si fermano un attimo, e nemmeno quelli appena usciti dalle scuole. Il problema è che molte produzioni hanno raddoppiato o triplicato il loro fatturato, mentre gli sceneggiatori non hanno visto aumentare i loro guadagni, anzi. Bisogna capire che la scrittura, e soprattutto il pitch, il concept iniziale, ossia la scintilla che fa partire un nuovo progetto, deve essere pagato con un prezzo giusto. È facile fare il produttore e riempirsi l’ufficio di idee, andare in giro a proporle, vedere quella che va e poi attivarla. Ci deve essere invece un rischio di impresa, che in questo momento così florido se lo assumono gli autori che creano, perché lo fanno senza essere pagati o sono pagati pochissimo.

Quali passi state pianificando per raggiungere i vostri obiettivi?

Stiamo lavorando anche con l’associazione 100autori affinché gli sceneggiatori abbiano una voce unica e quindi più potere, perché se si fermano gli sceneggiatori, come è successo con lo sciopero negli USA anni fa, si ferma tutta la filiera. Oggi i contenuti sono la moneta di scambio con il valore più alto; dovrebbero esserci riconosciuti i proventi di quello che creiamo. L’obiettivo è quindi arrivare a una collecting, dove le associazioni direttamente raccolgono e distribuiscono i diritti, come fa la SIAE per i diritti d’autore quando viene trasmesso un nostro lavoro in televisione. Infine, è necessario associarci con gli sceneggiatori di tutta Europa.

Vi siete già confrontati con i vostri colleghi negli altri paesi?

Ho incontrato altri sceneggiatori europei e le problematiche sono le stesse poiché i committenti sono gli stessi: la visione dell’autore che non viene rispettata, la mole di lavoro eccessiva e i pagamenti non adeguati. Succede che uno sceneggiatore non può lavorare soltanto a una serie, come fanno negli Stati Uniti dove gli scrittori sono strapagati, ma a due o tre insieme. Ho partecipato a un panel al Torino FF con affermati sceneggiatori del Sud America, la loro situazione è uguale se non peggiore. Quello che occorre è anche un contratto nazionale, che stabilisca una soglia sotto cui non si può andare per il costo di una puntata.

Riguardo al rispetto della visione dello sceneggiatore, invece, cosa si può fare?

La visione unica di un progetto è un valore aggiunto, ci vuole qualcuno che sappia dargli un carattere. In America ci pensa lo showrunner, un po’ quello che ho fatto io con il film La Befana vien di notte 2: l’ho scritto e poi ne ho seguito tutte le fasi produttive, dalla scelta del cast fino al set, dove ero sempre presente; ero l’avvocato difensore della sceneggiatura. Ma è un ruolo che va imparato, poiché il vero showrunner non solo ha una visione del progetto, ma deve anche saper amministrare il budget; in Italia stanno cominciando a organizzare dei corsi di formazione. Una cosa è certa: quando si affida un progetto a un autore con una visione personale si hanno lavori una spanna sopra gli altri, che rimangono. L’esempio è Zerocalcare: con la sua serie Netflix Strappare lungo i bordi è riuscito a realizzare uno show personale, proprio come lo aveva immaginato. Non è lo stesso se io scrivo una serie, l’affido al regista o al produttore, ognuno ci mette del suo, così finisce che tu scrivi una commedia e sullo schermo ti ritrovi un dramma.

Un problema che non le si pone quando lavora con Gabriele Mainetti, regista di Lo chiamavano Jeeg Robot e Freaks Out.

Ci conosciamo da quando avevamo 16 anni, abbiamo lo stesso cervello, la stessa passione e lo stesso immaginario. Se io gli dico “un supereroe a Tor Bella Monaca” o “il mago di Oz durante la Seconda guerra mondiale”, lui sa esattamente dove voglio andare a parare.

Lei ha comunque in programma di fare il suo personale debutto dietro la macchina da presa. Quando avverrà?

In La Befana vien di notte 2 sono stato anche regista di seconda unità e mi sono trovato a mio agio, quel mondo ora mi fa meno paura. Sto scrivendo un’idea di serie che dirigerò, va nella direzione della rom-com. Ma sarà per l’anno prossimo, prima ho due commedie per il cinema da scrivere.

A che punto è invece il debutto del comico Edoardo Ferrario, che sta curando con la sua società Miyagi?

Abbiamo consegnato l’ultima stesura della sceneggiatura a Indigo, siamo molto contenti. Lui ora è in tour, sta cominciando a incontrare il DoP e le varie maestranze. Penso girerà il film l’anno prossimo, la storia richiede un clima primavera-estate.

E il sequel di Jeeg che tutti chiedono, a lei e a Mainetti, a gran voce da anni?

Non lo escludiamo, ci fanno molto ridere le e-mail che riceviamo di fan che ci propongono idee su come far resuscitare lo Zingaro. Però sono dell’idea che quando un film è così amato e dentro l’immaginario di tutti, il sequel che senso ha? I sequel si fanno dei film che non sono venuti molto bene, secondo me… per avere una seconda chance.

Pezzo pubblicato in collaborazione con Cineuropa.org

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